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Elettronoir

E’ tutta colpa vostra

Gli Elettronoir sono una giovane band romana che trova il proprio equilibrio stilistico unendo la passione per il cinema d’autore, le atmosfere misteriose e un’elettronica capace di rendere il tutto attuale e piacevolmente intrigante. Il loro nuovo lavoro Non un passo indietro – seconda parte di una trilogia iniziata con il disco d’esordio “Dal fronte dei colpevoli” – ha segnato un deciso avanzamento del loro progetto musicale. A tal proposito abbiamo rivolto alcune domande a Marco Pantosti (voce e pianoforte) e Matteo Cavucci (basso), che ci hanno dato delle risposte in linea con la loro filosofia creativa tra esistenzialismo e sfrontatezza.


“Non un passo indietro”: da cosa?

Marco Pantosti
: Dalla desistenza, dalla resa, dalla voglia di dar fine alla fatica, alla convenzione. È un titolo molto autobiografico, ispirato dalle trame esistenziali che il progetto deve sostenere per arrivare a compiersi fra le nostre braccia. È il grido che ci esorta a resistere nella nostra maledetta voglia di vivere, nella forza dei personaggi delle nostre storie.
Matteo Cavucci
: Dal fronte dei colpevoli, che poi era il titolo del nostro primo disco. Vedi, a giocar con le parole si combinano pasticci che uno nemmeno se l’immagina.  Vengono fuori cose che lì per lì non ci si pensa. Prendi una bella frase, con un bel suono, di quelle buone per un titolo, e poi scopri connessioni e allacci proprio con la galassia di idee che avevi in mente.

Quali sono le relazioni e differenze tra questo disco con il vostro esordio?
MP
: Molte. Innanzi tutto noi. Stiamo crescendo, vogliamo migliorarci costantemente e siamo chiamati a farlo in continuazione. Poi i nostri atteggiamenti. Il primo lavoro è stato molto complesso e difficile nell'approccio. Abbiamo attraversato un deserto al buio. Inesperienza, voglia di imparare e proporre le nostre idee che non trovavano punti d'appoggio che ci aiutassero nella progressione. Abbiamo davvero fatto tutto da soli e con le nostre sole "invenzioni". Successivamente abbiamo esplorato e messo più a fuoco quello che volevamo perforare con il nostro modo di comunicare, e lo abbiamo adeguato. Oggi la nostra ricerca è figlia di questa scrematura. Avanziamo nel minimalismo, in una direzione ben precisa, per soddisfare la nostra coerenza creativa, sempre e comunque.

Nell’album s’avverte netta la sensazione di eterna malinconia, perché? Cosa è che vi rende così nostalgici?
MC
: Mica è colpa nostra, è solo che questi tempi qua sono pericolosi. Meglio raccontare in chiave storica, fingere di star a parlare di quello e quell’altro quando invece parlo proprio di te e delle cose che fai. Più che nostalgia però, io vedo le nostre canzoni come il frutto di un’ucronia: in un altro presente, in uno dove non c’hanno rimbambito con la tv e le merendine, queste canzoni sono gli inni della nostra barricata. Una barricata di martiri, sia chiaro.
MP
: Non siamo nostalgici, né rassegnati o fermi in una dimensione. Raccontiamo attraverso la musica una storia la cui trama narrativa si articola in episodi: le canzoni. Una storia ambientata durante la burrascosa fine degli anni settanta e che trova coerenza sostanziale con il periodo storico di oggi. La solitudine, la rassegnazione, l’impossibilità di vite diverse e alternative, sono argomenti senza tempo, eterni e caduchi come le vicende degli uomini.

La title-track vede protagonista la voce recitante di Pier Paolo Pasolini. Ci raccontate i motivi di questa scelta?

MP
: Abbiamo raccolto il grido del poeta, un urlo da poeta. Una voce ferma, descrittiva, coinvolta ma precisa e mai convenzionata nel delineare uno strato fantasma della società.  Farlo cantare fra rhodes e campionamenti di una ventola Brunetti, ha significato un’ulteriore contestualizzazione nell’attualità, efficacia e precisione in mezzo alla tormenta di un «tempo che pareva finito».
MC
: Pasolini è figo, null'altro da aggiungere, non vado oltre. Ne è la prova il fatto che tutti bene o male oggi fanno a gara a portargli la corona più bella, a rendergli omaggio nel modo migliore. Noi ci abbiamo provato, ma lui cavolo se è bizzoso: non si può parlare al posto suo, raccontarlo a parole tue, c'è solo da stare zitti ad ascoltarlo. Perché, in verità, noi nemmeno lo capiamo. Il nostro gesto di costruirci attorno una canzone è stato un po' come costruire uno scrigno attorno a quelle parole, affinché possano essere preservate e arrivare ad un'altra generazione, in un altro tempo, dove possano essere comprese meglio. È un modo subdolo per farti imparare a memoria una poesia, e impararla vuol dire farla tua e poterla tramandare; hai presente il finale di “Farenheit451” (romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury, ndr)?

Ho letto che è nelle vostre intenzioni realizzare una trilogia. Ci spiegate questo progetto?

MP
: Avevamo una storia da raccontare. Una storia di fughe, negazioni, solitudini. L'abbiamo divisa e articolata in tre cd, in una trilogia "nera", ambientata a Napoli, che è una città che muore cronicamente, dove il noir diventa, nel dramma, puro neorealismo. Il primo episodio s'intitolava “Dal fronte dei colpevoli”, mentre il secondo è “Non un passo indietro”.

La scritta “Tutta colpa vostra” sulle copertine a chi è rivolta e perché?
MC
: È rivolta a te, e a tutti quelli che conosci, nessuno escluso. È un grido che si tira fuori solo quando si sta spalle al muro, perché ce ne vuole di coraggio in questo tempo per puntare il dito contro i veri colpevoli. In un certo senso, sa già di lacrime disperate di quando ormai è troppo tardi per fare qualcosa. È il titolo della trilogia di cui parlavamo prima, che appunto contiene i due album realizzati e il terzo che deve ancora saltare fuori, per questo sta sulle copertine dei dischi.
MP: È il grido degli Elettronoir nel tirare le conclusioni della scena da noi ideata e raccontata. È il filo di continuità con “La canzone del maggio”; è la rivitalizzazione tragica del verso «Anche se vi pensate assolti / siete lo stesso coinvolti». È l'accusa rivolta contro chiunque si tiri indietro pensando di salvaguardarsi, di guadagnare qualcosa in sicurezza, non capendo che invece si sta suicidando nell'inerzia di un pensiero dominante autodistruttivo nella propria celebrazione.

In alcuni passaggi si nota una certa somiglianza con il primo Battiato, quello più sperimentale. Qual è il
vostro background musicale?
MP: Tutto. E ci piace citare. A voi il compito di cogliere e di dibbatterne. Battiato sperimentale? Non ce l'aveva ancora detto nessuno. Quindi aggiungiamo con molto piacere anche questa frontiera nel nostro dna.
MC: Ma che senso ha parlare di background musicale, o in generale di musica che ti piace, in questo tempo di flussi continui di informazione? Gente che fino a ieri aveva solo un disco di Vasco Rossi e la compilation dance di Natale, oggi – grazie agli mp3 – ha un hard disk che tiene dalla A di Air alla Z di Zu, passando per chissà quali percorsi. Quando si fa un disco poi è ancora più difficile, perché non si tratta di miscelare cose che maneggi coscientemente: non ci si mette a tavolino a dire che ci vuole un po' di questo e di quello, facciamo così o al contrario. Il perché non te lo chiedi, è talmente intricata la matassa che percorrerne il filo al contrario è praticamente impossibile.  Questo poi è lo stesso discorso che faccio quando mi chiedono che genere sono ste canzoni qua: boh, siamo noi, complessi e pieni di maschere e sfaccettature. Niente di straordinario: siamo come qualsiasi altro essere umano.

Le tracce strumentali rimandano in mente ipotetici scenari da soundtrack. Per un’eventuale colonna sonora, da quale regista vi piacerebbe essere chiamati e perché?
MP
: Dal regista che ce lo chiederà, che avrà qualcosa di intenso da raccontare, che ci darà l'occasione di scavare nella luce delle immagini e rafforzare la densità di ogni visione.
MC
: Così, senza pensarci troppo ti dico Michael Mann, che quando gli dai una storia di pistole e fughe tira fuori capolavori. Sarebbe bello pure lavorare con qualche grande artigiano di quel nostro cinema ormai perduto, tipo Ruggero Deodato, o Enzo G. Castellari.

Visti dal vivo, prima di un’esibizione dei Disco Drive a Roma più di un anno fa, ci siete sembrati un po’ confusionari, approssimativi. Nel frattempo, sul palco, avete adoperato degli accorgimenti?

MP
: Se intendi quel set di venti minuti con la stage manager che gridava di sbrigarci perché era tardi e che dopo quattro pezzi ci staccò la corrente al grido «V'avevo detto de sonà solo un quarto d'ora!»  hai ragione, c'era troppa confusione sul palco. Peccato non siate venuti quando abbiamo fatto dei live importanti. Lì vi sareste divertiti molto, molto, di più! Accorgimenti tecnici invece ce ne saranno in quanto l'impianto del disco, e quindi dei brani, è maturato, il suono è più denso e le canzoni diverse. Porteremo il vecchio ed il nuovo in giro con le nostre volontà di oggi e vi aspettiamo ai prossimi concerti.
MC: Quella fu una prova di professionalità enorme per gli  Elettronoir. Io, che sono un dilettante, me ne sarei andato dopo il soundcheck, quando ci rimproverarono di aver portato due fidanzate a darci una mano col carico/scarico. Spero che col tempo siano cambiate le cose, ma suonare in apertura il sabato di Screamadelica (serata che ospita gruppi indie e dj set, ndr) al Circolo degli Artisti è un’esperienza infernale. Si comincia tassativamente alle dieci e un quarto, quando lo stanzone è vuoto e rimbomba come un hangar. Siamo un popolo mediterraneo: io è già tanto se arrivo alle undici a un concerto, figurarsi uscire un’ora prima e mangiare di fretta per ascoltare un gruppo sconosciuto, di sabato poi. Ti danno giusto il tempo di suonare quattro o cinque canzoni, e se ti piace giocare con le code dei pezzi, come nel nostro caso, ti lanciano sguardi di fuoco dai lati del palco. Quella volta fu proprio grossa, perché, come dice Marco, la stage manager ci rubò il microfono per annunciare al posto nostro l’ultimo pezzo, quando ne avevamo ancora un paio in scaletta. Considera poi che non ti pagano niente, se non con un tagliando con cui ci si prende una birra. Suonare da main act è facile lì, facilissimo, e quindi sfigurare è garantito. Saremo stati confusionari, ma quella sera salire su quel palco e suonare per quei pochi che c’erano venuti a sentire è stato uno dei successi più grandi di questo gruppo.

Situazione discografica pressoché al capolinea, tant’è che voi stessi avete preferito mettere il disco in download gratuito. Completo disinteresse dei media per il panorama “indie”. Cos’è che spinge una band a prendere in mano gli strumenti e continuare a suonare?

MP
: L’esigenza, la necessità di dire, ragionare e colorare per ribadire le identità negate. È il ruolo della creatività, dell'arte, offuscate da trame che, fortunatamente, non ci riguardano. Noi scriviamo canzoni e le suoniamo. Del resto se ne occupi qualcun altro finché ne avrà la possibilità.
MC
:  Risposta facile: le ragazze. Comunque, non credo che la discografia sia al capolinea. Che per caso tu hai smesso di ascoltare la musica registrata? Tutt’altro, io penso che siamo in un periodo parecchio florido per le canzoni, che viaggiano libere e trovano ascoltatori impensati e inaspettati ogni giorno. Il problema poi è se sogni di pagarti la villa con piscina coi dischi, ma non è detto, sai. Produrre un disco di qualità, oggi, è diventato molto semplice e relativamente economico. In un futuro, e nemmeno troppo lontano, sarà naturale (e fenomeno di massa) acquistare dischi e quant'altro direttamente sulla rete, magari dai siti delle band. Vendendo i cd un euro la canzone, ci sono dei profitti mai visti nel music biz e dei prezzi altrettanto vantaggiosi per chi compra. Il fatto, però, è che quello che prima chiamavamo “musicista'”, deve diventare quasi un'altra cosa. Una specie di imprenditore creativo, qualcosa che ha a che fare poco con le stanze d'hotel devastate e molto invece con la voglia di fare.


(28/04/2009)

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