Elettronoir

“Non un passo indietro”: da cosa?
Marco Pantosti: Dalla desistenza, dalla resa, dalla voglia di dar
fine alla fatica, alla convenzione. È un titolo molto autobiografico, ispirato
dalle trame esistenziali che il progetto deve sostenere per arrivare a
compiersi fra le nostre braccia. È il grido che ci esorta a resistere nella
nostra maledetta voglia di vivere, nella forza dei personaggi delle nostre
storie.
Matteo Cavucci: Dal fronte dei colpevoli, che poi era il titolo del
nostro primo disco. Vedi, a giocar con le parole si combinano pasticci che uno
nemmeno se l’immagina. Vengono fuori cose che lì per lì non ci si pensa. Prendi
una bella frase, con un bel suono, di quelle buone per un titolo, e poi scopri
connessioni e allacci proprio con la galassia di idee che avevi in mente.
Quali sono le relazioni e differenze tra questo disco con il vostro
esordio?
MP: Molte. Innanzi tutto noi. Stiamo crescendo, vogliamo
migliorarci costantemente e siamo chiamati a farlo in continuazione. Poi i
nostri atteggiamenti. Il primo lavoro è stato molto complesso e difficile
nell'approccio. Abbiamo attraversato un deserto al buio. Inesperienza, voglia
di imparare e proporre le nostre idee che non trovavano punti d'appoggio che ci
aiutassero nella progressione. Abbiamo davvero fatto tutto da soli e con le
nostre sole "invenzioni". Successivamente abbiamo esplorato e messo
più a fuoco quello che volevamo perforare con il nostro modo di comunicare, e
lo abbiamo adeguato. Oggi la nostra ricerca è figlia di questa scrematura.
Avanziamo nel minimalismo, in una direzione ben precisa, per soddisfare la
nostra coerenza creativa, sempre e comunque.
Nell’album s’avverte netta la sensazione di eterna malinconia, perché?
Cosa è che vi rende così nostalgici?
MC: Mica è colpa nostra, è solo che questi tempi qua sono
pericolosi. Meglio raccontare in chiave storica, fingere di star a parlare di
quello e quell’altro quando invece parlo proprio di te e delle cose che fai.
Più che nostalgia però, io vedo le nostre canzoni come il frutto di un’ucronia:
in un altro presente, in uno dove non c’hanno rimbambito con la tv e le
merendine, queste canzoni sono gli inni della nostra barricata. Una barricata
di martiri, sia chiaro.
MP: Non siamo nostalgici, né rassegnati o fermi in una dimensione.
Raccontiamo attraverso la musica una storia la cui trama narrativa si articola
in episodi: le canzoni. Una storia ambientata durante la burrascosa fine degli
anni settanta e che trova coerenza sostanziale con il periodo storico di oggi.
La solitudine, la rassegnazione, l’impossibilità di vite diverse e alternative,
sono argomenti senza tempo, eterni e caduchi come le vicende degli uomini.
La title-track vede protagonista la voce
recitante di Pier Paolo Pasolini. Ci raccontate i motivi di questa scelta?
MP: Abbiamo raccolto il grido del poeta, un urlo da poeta. Una voce
ferma, descrittiva, coinvolta ma precisa e mai convenzionata nel delineare uno
strato fantasma della società. Farlo cantare fra rhodes e campionamenti
di una ventola Brunetti, ha significato un’ulteriore contestualizzazione nell’attualità,
efficacia e precisione in mezzo alla tormenta di un «tempo che pareva finito».
MC: Pasolini è figo, null'altro da aggiungere, non vado oltre. Ne è
la prova il fatto che tutti bene o male oggi fanno a gara a portargli la corona
più bella, a rendergli omaggio nel modo migliore. Noi ci abbiamo provato, ma
lui cavolo se è bizzoso: non si può parlare al posto suo, raccontarlo a parole
tue, c'è solo da stare zitti ad ascoltarlo. Perché, in verità, noi nemmeno lo
capiamo. Il nostro gesto di costruirci attorno una canzone è stato un po' come
costruire uno scrigno attorno a quelle parole, affinché possano essere
preservate e arrivare ad un'altra generazione, in un altro tempo, dove possano
essere comprese meglio. È un modo subdolo per farti imparare a memoria una
poesia, e impararla vuol dire farla tua e poterla tramandare; hai presente il
finale di “Farenheit451” (romanzo di fantascienza scritto da Ray Bradbury, ndr)?
Ho letto che è nelle vostre intenzioni
realizzare una trilogia. Ci spiegate questo progetto?
MP: Avevamo una storia da raccontare. Una storia di fughe,
negazioni, solitudini. L'abbiamo divisa e articolata in tre cd, in una trilogia
"nera", ambientata a Napoli, che è una città che muore cronicamente,
dove il noir diventa, nel dramma, puro neorealismo. Il primo episodio
s'intitolava “Dal fronte dei colpevoli”, mentre il secondo è “Non un passo
indietro”.
La scritta “Tutta colpa vostra” sulle
copertine a chi è rivolta e perché?
MC: È rivolta a te, e a tutti quelli che conosci, nessuno escluso. È
un grido che si tira fuori solo quando si sta spalle al muro, perché ce ne
vuole di coraggio in questo tempo per puntare il dito contro i veri colpevoli.
In un certo senso, sa già di lacrime disperate di quando ormai è troppo tardi
per fare qualcosa. È il titolo della trilogia di cui parlavamo prima, che
appunto contiene i due album realizzati e il terzo che deve ancora saltare
fuori, per questo sta sulle copertine dei dischi.
MP: È il grido degli Elettronoir nel tirare le conclusioni della
scena da noi ideata e raccontata. È il filo di continuità con “La canzone del maggio”;
è la rivitalizzazione tragica del verso «Anche se vi pensate assolti / siete lo
stesso coinvolti». È l'accusa rivolta contro chiunque si tiri indietro pensando
di salvaguardarsi, di guadagnare qualcosa in sicurezza, non capendo che invece
si sta suicidando nell'inerzia di un pensiero dominante autodistruttivo nella
propria celebrazione.
In alcuni passaggi si nota una certa
somiglianza con il primo Battiato, quello più sperimentale. Qual è il vostro background musicale?
MP: Tutto. E ci piace citare. A voi il compito di cogliere e di
dibbatterne. Battiato sperimentale?
Non ce l'aveva ancora detto nessuno. Quindi aggiungiamo con molto piacere anche
questa frontiera nel nostro dna.
MC: Ma che senso ha parlare di background musicale, o in generale
di musica che ti piace, in questo tempo di flussi continui di informazione?
Gente che fino a ieri aveva solo un disco di Vasco Rossi e la compilation dance di Natale, oggi – grazie agli
mp3 – ha un hard disk che tiene dalla A di Air
alla Z di Zu, passando per
chissà quali percorsi. Quando si fa un disco poi è ancora più difficile, perché
non si tratta di miscelare cose che maneggi coscientemente: non ci si mette a
tavolino a dire che ci vuole un po' di questo e di quello, facciamo così o al
contrario. Il perché non te lo chiedi, è talmente intricata la matassa che
percorrerne il filo al contrario è praticamente impossibile. Questo poi è
lo stesso discorso che faccio quando mi chiedono che genere sono ste canzoni
qua: boh, siamo noi, complessi e pieni di maschere e sfaccettature. Niente di
straordinario: siamo come qualsiasi altro essere umano.
Le tracce strumentali rimandano in mente ipotetici scenari da
soundtrack. Per un’eventuale colonna sonora, da quale regista vi piacerebbe
essere chiamati e perché?
MP: Dal regista che ce lo chiederà, che avrà qualcosa di intenso da
raccontare, che ci darà l'occasione di scavare nella luce delle immagini e
rafforzare la densità di ogni visione.
MC: Così, senza pensarci troppo ti dico Michael Mann, che quando gli dai una storia di pistole e fughe tira
fuori capolavori. Sarebbe bello pure lavorare con qualche grande artigiano di
quel nostro cinema ormai perduto, tipo Ruggero
Deodato, o Enzo G. Castellari.
Visti dal vivo, prima di un’esibizione
dei Disco Drive a Roma più di un anno fa, ci siete sembrati un po’
confusionari, approssimativi. Nel frattempo, sul palco, avete adoperato degli
accorgimenti?
MP: Se intendi quel set di venti minuti con la stage manager che
gridava di sbrigarci perché era tardi e che dopo quattro pezzi ci staccò la
corrente al grido «V'avevo detto de sonà solo un quarto d'ora!» hai
ragione, c'era troppa confusione sul palco. Peccato non siate venuti quando abbiamo
fatto dei live importanti. Lì vi sareste divertiti molto, molto, di più!
Accorgimenti tecnici invece ce ne saranno in quanto l'impianto del disco, e
quindi dei brani, è maturato, il suono è più denso e le canzoni diverse.
Porteremo il vecchio ed il nuovo in giro con le nostre volontà di oggi e vi
aspettiamo ai prossimi concerti.
MC: Quella fu una prova di professionalità enorme per gli Elettronoir. Io, che sono un dilettante, me
ne sarei andato dopo il soundcheck, quando ci rimproverarono di aver portato
due fidanzate a darci una mano col carico/scarico. Spero che col tempo siano
cambiate le cose, ma suonare in apertura il sabato di Screamadelica (serata che ospita gruppi indie e dj set, ndr)
al Circolo degli Artisti è un’esperienza infernale. Si comincia tassativamente
alle dieci e un quarto, quando lo stanzone è vuoto e rimbomba come un hangar.
Siamo un popolo mediterraneo: io è già tanto se arrivo alle undici a un
concerto, figurarsi uscire un’ora prima e mangiare di fretta per ascoltare un
gruppo sconosciuto, di sabato poi. Ti danno giusto il tempo di suonare quattro
o cinque canzoni, e se ti piace giocare con le code dei pezzi, come nel nostro
caso, ti lanciano sguardi di fuoco dai lati del palco. Quella volta fu proprio
grossa, perché, come dice Marco, la stage manager ci rubò il microfono per
annunciare al posto nostro l’ultimo pezzo, quando ne avevamo ancora un paio in
scaletta. Considera poi che non ti pagano niente, se non con un tagliando con
cui ci si prende una birra. Suonare da main act è facile lì, facilissimo, e
quindi sfigurare è garantito. Saremo stati confusionari, ma quella sera salire
su quel palco e suonare per quei pochi che c’erano venuti a sentire è stato uno
dei successi più grandi di questo gruppo.
Situazione discografica pressoché al
capolinea, tant’è che voi stessi avete preferito mettere il disco in download
gratuito. Completo disinteresse dei media per il panorama “indie”. Cos’è che
spinge una band a prendere in mano gli strumenti e continuare a suonare?
MP: L’esigenza, la necessità di dire, ragionare e colorare per
ribadire le identità negate. È il ruolo della creatività, dell'arte, offuscate
da trame che, fortunatamente, non ci riguardano. Noi scriviamo canzoni e le
suoniamo. Del resto se ne occupi qualcun altro finché ne avrà la possibilità.
MC: Risposta facile: le ragazze. Comunque, non credo che la
discografia sia al capolinea. Che per caso tu hai smesso di ascoltare la musica
registrata? Tutt’altro, io penso che siamo in un periodo parecchio florido per
le canzoni, che viaggiano libere e trovano ascoltatori impensati e inaspettati
ogni giorno. Il problema poi è se sogni di pagarti la villa con piscina coi dischi,
ma non è detto, sai. Produrre un disco di qualità, oggi, è diventato molto
semplice e relativamente economico. In un futuro, e nemmeno troppo lontano,
sarà naturale (e fenomeno di massa) acquistare dischi e quant'altro
direttamente sulla rete, magari dai siti delle band. Vendendo i cd un euro la
canzone, ci sono dei profitti mai visti nel music biz e dei prezzi altrettanto
vantaggiosi per chi compra. Il fatto, però, è che quello che prima chiamavamo “musicista'”,
deve diventare quasi un'altra cosa. Una specie di imprenditore creativo,
qualcosa che ha a che fare poco con le stanze d'hotel devastate e molto invece
con la voglia di fare.