Sei soddisfatto di questo nuovo disco?

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Niccolò Fabi

Ecco il più bel disco di Niccolò Fabi

Niccolò Fabi è uno dei pochi artisti - non solo nel campo della musica - che migliora col passare del tempo perché dimostra di padroneggiare sempre meglio la sua arte e il modo di esprimersi con essa. Dopo la recente uscita del nuovo disco di inediti "Ecco", Niccolò ora sta portando nei migliori teatri d'Italia le canzoni, registrando sempre il tutto esaurito. Lo abbiamo incontrato nella tappa di San Benedetto del Tronto.  .

Sei soddisfatto di questo nuovo disco?

È difficile dirlo, anche perché adesso si sommano le considerazioni sul risultato artistico con le cose successe grazie a questo disco. Penso infatti che il disco non sia solo fatto dalle canzoni che ha, ma anche da quello che genera. Per il valore artistico ne riparliamo forse tra tre o quattro anni, per vedere cosa sarà rimasto. Ho la sensazione che ci siano due o tre cose che rimarranno nella mia vita musicale per diverso tempo. Poi al di là di quello però mi rendo conto che è come se avesse accolto la somma di cose fatte anche negli altri dischi.

 

Anche il tour sta andando molto bene no?

Da un punto di vista numerico, di percezione, questo tour ha un seguito che non ho mai avuto, sia in termini di presenza che come solidità di rapporto. Questo non credo che dipenda dal fatto che “Ecco” sia il più bel disco che ho fatto, piuttosto credo che raccolga tutta una serie di scelte fatte in passato.

In questo tour il rapporto col pubblico ha una grande potenza: sono le strutture più grandi che io abbia mai fatto ma, al di là della quantità di pubblico, è un discorso proprio di motivazioni per le quali le persone vengono. I biglietti esauriti in prevendita testimoniano che il pubblico non pensi «Stasera c’è X, andiamolo a vedere»; no, la sera a teatro si “sbiglietta” poco. La maggior parte delle persone l’hanno deciso mesi fa. È un voler partecipare che fa sì che quando inizia il concerto senti che c’è già un rapporto.

 

La tua discografia d’altra parte dimostra che la tua consapevolezza artistica aumenta ad ogni disco, così il tuo rapporto col pubblico si solidifica. Non succede a tutti gli artisti, soprattutto non succede a quelli legati a una immagine da rispettare, no?

Forse il fatto è che c’è un aspetto umano profondo nel tipo di legame che ho con le persone. Magari altri crescono umanamente ma non è detto che la loro crescita umana corrisponda a una crescita musicale, perché magari sono più bravi a esprimere la leggerezza giovanile, che l’approfondimento maturo – come linguaggio artistico –, nel mio caso probabilmente invece le cose vanno più insieme.

 

Più nel dettaglio, oramai credo che tu abbia una padronanza perfetta dei linguaggi musicali. Per esempio: Sedici modi per dire verde ha una melodia orecchiabile e dolce; questa dolcezza melodica hai imparato a gestirla all’interno dei dischi, quindi a impreziosirla: in quel punto dell’album quella canzone e quelle immagini rendono il triplo.

Sì, ce lo siamo sempre detti: il lavoro sulla canzone dovrebbe sempre tenere conto dell’aspetto melodico, dell’aspetto sonoro, delle parole: quelle parole, con quel tipo di andamento ritmico e con quella melodia ti creano uno stato d’animo; con altra melodia o altre sonorità diverse o ritmi diversi fanno un altro effetto.

 

Due domande su un paio di pezzi. Mi parli di Indipendente?

La canzone parte dall’indipendenza, di un concetto che poi ha declinazioni in tutti i vari ambiti: personale, sentimentale, politico o musicale. Ci tengo a dire che non è in particolare una canzone sull’indie come genere musicale, parla semplicemente del fatto che tutti rivendicano l’indipendenza come fosse un Eldorado in cui poter trovare la propria felicità, per poi rendersi conto che la felicità non dipende dalla cosiddetta indipendenza, che è cosa ben diversa dalla libertà in senso assoluto.

 

Parliamo della canzone che dà il titolo al disco, Ecco. Dentro c’è la tua poetica più fulgida, la poetica della responsabilità: bisogna capire che una cosa è preziosa quando è davanti a noi. Guccini direbbe (e diceva) «Bisogna saper scegliere in tempo, non arrivarci per contrarietà».

Sì, quella canzone è divisa in due sia come testo che come musicalità. C’è una parte “A”, “del carillon” in cui quello che dici è accettato ed è così; poi c’è una parte “B” più convulsa, in cui ci si rende conto che non sempre si può essere previdenti.

 

Sì è vero, anche lì credo che tu dia una dimostrazione di padronanza musicale, quando la parole “ecco” arriva in un leggero controtempo, come le fosse riservata una nicchia inusuale, l’agnizione inspiegabile; rispetto a una seconda parte più tonda, paradossalmente…

Sì, perché lì ho giocato un po’ sulla prima parte che è in 7/8, un tempo dispari un po’ “incescpicante”: per contrasto lì parlo della possibilità acquietante di comprensione, di far tornare pari qualcosa che in realtà è dispari; mentre nella seconda parte, su un tempo pari, c’è la difficoltà.

 

Finiamo con una domanda quasi inevitabile su Sanremo, visto il periodo. Quest’anno c’erano grandi proclami di artisticità, poi alcune cose sono state rispettate, altre no. Può essere secondo te che Sanremo, per i nostri artisti migliori (Silvestri, Bersani, Cristicchi) sia una specie di zavorra artistica? Cioè un acquietarsi perché tanto la popolarità è assicurata con la partecipazione al Festival, quindi artisticamente sono meningi preziose che si spremono meno? Perché che lo faccia Albano la trovo una cosa coerente, ma Silvestri…

Un po’ sì. Cioè, può anche essere semplicemente un luogo in cui uno può avere una gran buona proposta musicale da rendere più popolare, rispetto ad altri canali. Il rischio è che l’aspetto di Sanremo prenda il sopravvento. Faccio un esempio: un conto è che tu hai un disco pronto a settembre, ti arriva la chiamata del direttore artistico di turno di Sanremo: la naturalezza del tuo percorso artistico si sposa con la ribalta dove presentarlo.

Cosa diversa invece è se arriva prima la telefonata, per cui poi devi fare un disco, scrivere due canzoni per andare a Sanremo. Quello è “L’importante è esserci”.

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