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Equ

Equ: il nostro barista-ritrattista (e vincente) al Premio Bindi

Sono i romagnoli Equ i vincitori del Premio Bindi 2013. Si sono aggiudicati la vittoria con il brano Il solito, canzone che apre il loro concept album Un altro me (già disco della settimana della testata L’Isola alcuni mesi fa). A loro è andata anche la Targa AFI (Associazione Fonografici Italiani). Abbiamo incontrato Vanni Crociani (tastierista e compositore delle musiche) e Gabriele Graziani (autore dei testi e cantante) per raccogliere le loro prime impressioni post Bindi e per parlare dei loro progetti futuri.  

Direi di far partire la nostra chiacchierata dalla vostra esperienza al Bindi 2013.

Graziani: Ovviamente è stata un’esperienza bellissima. Prima di tutto perché siamo tornati in Liguria, terra a cui siamo profondamente legati. La nostra carriera è iniziata qui, al Festival di Sanremo – sezione Giovani - nel 2005, e poi abbiamo lavorato per tutti i nostri tre dischi proprio in Liguria, oltretutto con una persona per noi davvero importante come Marco Canepa. Ed ecco adesso il Premio Bindi; parteciparvi è stato come ricominciare, ci siamo davvero commossi fino alle lacrime. Sai, scrivi un nuovo album, ci metti tre anni per realizzarlo concretamente, affronti problemi burocratici enormi, vedi componenti del gruppo che se ne vanno, insomma dopo tutto ciò, arrivi qui, proponi il tuo lavoro e vinci la Targa… be’ è davvero come ricominciare; per noi è una nuova partenza. Senza contare che abbiamo conosciuto splendide persone e grandi professionisti.

 

Targa Bindi che, ricordiamo, avete vinto con il brano Il solito, la storia di un barista…

G.: Sì, una canzone che si divide idealmente in tre parti, tre parti che corrispondono ad altrettanti stati d’animo del protagonista: all’inizio c’è il risveglio, quindi la frenesia della vita del bar e poi la parte finale che è invece quella più riflessiva. La musica deve raccogliere tutte le sfumature delle parole, captare il cambio di umore. È una canzone in cui dentro, se vogliamo, ce ne sono tre ed è bello che gli addetti ai lavori abbiano riconosciuto e apprezzato questo tipo di lavoro, specie negli arrangiamenti, che abbiamo fatto.

 

Facciamo un passo indietro. Hai citato prima il Festival di Sanremo. Certo gli Equ di allora erano un gruppo molto diverso da quello attuale e non mi riferisco ai membri della band ma proprio alla proposta musicale, lì avete presentato un pezzo molto easy listening come L’idea.  Quindi avete virato velocemente verso una forma canzone più articolata. Questa svolta è stata il frutto di una vostra evoluzione oppure quel tipo di musicalità era già presente in nuce ma siete stati “costretti” all’inizio a fare altre scelte. Oppure tutte e due le cose insieme?

Crociani: È un insieme di tutte e due le cose. Già nel primo disco, accanto a pezzi molto orecchiabili, c’è una canzone come Emozioni bianche che è una piccola suite in cui ci sono diversi cambi di sonorità e non a caso è una canzone che è rimasta nel nostro repertorio, perché poi dopo abbiamo seguito proprio quello stile lì. Siamo stati fortunati perché già dal secondo disco – Liquido – abbiamo avuto una totale libertà nella costruzione dei brani, nessuno ci ha detto o, peggio, imposto nulla. Nel primo disco, invece, questo era un po’ successo. Suggerimenti tipo: spezzate la strofa perché deve arrivare prima il ritornello. Ecco, questo dal secondo disco non è più successo per cui ci siamo trovati liberi e abbiamo portato avanti questo stile particolare, cioè non seguire la strofa, cambiare la musica all’interno di un brano ogni volta che ci sembrava giusto farlo senza troppo pensare alla forma canzone tradizionale.

 

Il solito è l’incipit di un lavoro molto più complesso che è il disco Un altro me. Ce ne volete parlare?

G.: Un altro me, metaforicamente parlando, è tutto ciò che noi abbiamo dentro al di là della nostra principale personalità. Ognuno di noi ha dentro di sé molteplici sfaccettature, viviamo dentro un ruolo che la società ci riconosce, ma poi c’è una nostra intimità che spesso esce dal ruolo imposto, appunto, dalla società.
La storia del nostro barista è proprio questa: guardare le cose attraverso il bancone di un bar, lui recita con le persone. Questo è messo in luce nella prima parte dove si capisce che il suo approccio con la vita è superficiale, fatto di gesti ripetitivi e stereotipati.

Nella seconda parte, invece, non c’è più l’esigenza del ruolo, lui esce dalla maschera del barista, esce dal personaggio e diventa persona. Da barista diventa pittore, scopre questa sua esperienza passata che lui aveva rimosso. Insomma, barista nella prima parte e quindi “abitudine” e “ripetitività” e pittore nella seconda quindi riscoperta di una propria intimità, creatività, di una propria essenza.
La canzone che segna un po’ il punto di passaggio è Il difetto in cui lui racconta se stesso, e quindi al pubblico, quello che ha dentro: casualmente scopre una cantina dove ci sono dei quadri e capisce che li ha dipinti lui. Andare in cantina è proprio scavare nel proprio passato

 

D’altronde quello del viaggio agli inferi, della discesa è proprio un topos della ricerca anche interiore. Spesso nei sogni la cantina è il luogo archetipico dell’inconscio…

G.: Sì, è proprio così: scendo le scale e vado a incontrare quello che sono stato. È proprio uno scavare, termine che non a caso riguarda anche l’archeologia. Gli archeologi scavano per cercare tracce del nostro passato.

 

Così come in Liquido anche qui partite da una situazione molto prosaica (lì la fine di un amore, qui la rottura di una tubatura dell’acqua) per giungere invece a una sorta di ricerca metafisica del senso ultimo dell’esistere

G.: Sì, ma d’altronde tutta la nostra vita è il frutto del caso. Se mi passi la tautologia, il caso non avviene mai a caso! Spesso sono avvenimenti insignificanti – in questo caso la rottura della macchina del caffè – che ci obbligano a vederci dentro. Pensa al barista: il cortocircuito di una macchinetta del caffè diventa cortocircuito interiore; per anni è stato quel ruolo, è stato fare caffè. D’improvviso si chiede, nel momento in cui deve chiudere il bar, chi è davvero, come potrà vivere senza quell’identità. Facci caso, noi spesso ci difendiamo con l’abitudine e se ci tolgono l’abitudine da una parte ci sentiamo persi dall’altro dobbiamo andare alla ricerca di ciò che si cela dietro di essa, dobbiamo rientrare dentro noi stessi.

 

Nella storia della canzone italiana i baristi sono più spettatori delle vite altrui che non protagonisti veri e proprio, penso al Roxy Bar di Vasco Rossi o al mitico Mario di Ligabue…

G.: A cui aggiungerei Paolo Conte: “Sono qui con te sempre più solo/ sento crescere tutta l'estraneità/ […]/ io sono quello che aveva il Mocambo, un piccolo bar”. Genio puro!

 

Un altro me è un disco molto teatrale, nel senso che segue una vera e propria storia sul modello di Tommy (Who), di The wall (Pink Floyd) o, in Italia, di Storia di un impiegato (De André. Una scelta anche questa in controtendenza rispetto alle strategie di mercato del “mordi e fuggi”, della musica liquida. Oggi si scarica il singolo pezzo su iTunes, su Amazon oppure lo si ascolta su youtube, mi sembra venuta meno la pazienza invece di ascoltare un intero album…

G.: Noi avvertiamo invece proprio l’esigenza di raccontare in maniera più approfondita. Se ci pensi questo accade anche nelle singole canzoni come appunto ne Il solito che è divisa in tre periodi, in tre movimenti con l’esigenza di uscire dalla classica canzone. Un modo di pensare prima, e di realizzare poi, che ha attraversato tutto il disco.

 

Il vostro modo di comporre è davvero particolare, non solo perché nasce prima il testo e poi dopo la musica, ma addirittura perché nasce prima l’intera storia che racconterete nel disco e poi dopo costruite la musica

C.: Sì, prima di tutto noi avvertiamo l’esigenza di scrivere tutta la storia, dopo di che la musica è concepita come se fosse una colonna sonora. Seguiamo proprio quella logica: chi scrive colonne sonore sa benissimo il potere che ha la musica nel sottolineare o amplificare qualsiasi situazione, che sia un evento narrativo o la descrizione di un paesaggio. Si cerca di costruire la musica su misura su quel testo lì, se all’interno di una traccia per esempio ci sono tre cambiamenti di stati emotivi o di situazioni, secondo noi anche la musica deve seguire quei cambiamenti. Dirò una cosa banale, ma per noi è davvero essenziale che testo, musica e arrangiamento siano assolutamente coerenti con la storia che andiamo a raccontare. Ecco perché credo che la nostra musica sia difficilmente inquadrabile in un genere.

 

Mi sembra che ci sia anche molta voglia di sperimentare…

C.: Sì, però anche la sperimentazione deve sempre propedeutica al testo; prendi un pezzo come Il difetto che è un torrente di fiati con sax e clarinetti. Non è che l’abbiamo concepito così per far vedere che sappiamo usare i fiati, ma perché i fiati sono strettamente in funzione di ciò che raccontiamo lì. Sempre ne Il difetto, per esempio, la parte ritmica è data dai tergicristalli di Alessandro (Fabbri, il batterista n.d.r.). C’era del ghiaccio nel vetro e i tergicristalli facevano un rumore stranissimo, lui ha preso il cellulare e l’ha registrato quindi lo abbiamo adoperato perché si adattava perfettamente al discorso che stavamo facendo.

 

Un’opera, quest’ultima, che ha visto la collaborazione di diverse persone. Abbiamo già citato Marco Canepa, aggiungo Francesco Gazzé (fratello di Max, n.d.r.) e Alessandro Bergonzoni (nel brano Eccetera) e poi due bravi attori…

G.: Sì, Selene Gandini – che guarda caso è ligure anche lei, di Genova – che lavora a Roma e in Germania (qui a fianco nella foto). Ci siamo incontrati anni fa a Roma per lo spettacolo Liquido. È stato amore a prima vista.
Lei ha messo per immagini la nostra storia e quindi durante il nostro live utilizziamo le immagini che ripercorrono la vicenda del barista tramite la sua recitazione clownesca. Poi c’è Federico Bellini (a destra nella foto) che è il drammaturgo di Antonio Latella, uno dei più grandi registi italiani, Federico lo conosciamo da sempre e ci ha aiutato molto anche a livello di scrittura dei testi.

 

Trovo nella vostra musica diversi riferimenti e suggestioni, per esempio nel tuo modo di suonare il piano ritrovo molto Erik Satie oppure ne Il difetto, di cui si diceva prima, ci sento in alcuni passaggi Un ottico di De André mischiati a Stravinskij. Una commistione di diversi mondi musicali

C.: Ne Il difetto il mio punto di partenza è stato Steve Reich. Ho proprio dato ai fiati delle celluline, ogni tanto uno dei fiati cambia cellulina ma non cambiano mai tutte insieme, perché l’idea era proprio quella di un rotolare di note.
È una sorta di melodia timbrica. Io ho un percorso di musica classica e credo che si senta. Se mi citi Satie non posso che darti ragione, perché io adoro quel tipo di musica, senza naturalmente minimamente volermi paragonarmi a lui! Nel brano Verso casa c’è il sapore di quelle sonorità che sono proprie di inizio Novecento. Poi ovviamente ognuno del gruppo ha i suoi gusti e le sue influenze, per cui anche Alessandro e Michele (Barbagli n.d.r., qui nella foto) apportano idee e suggestioni musicale fondamentali.

 

A proposito di influenze, voi proseguite anche attività collaterali agli Equ: Barbagli suona nei Dimaco, una cover Band deandreiana, voi negli Amarcord dove recuperate brani addirittura degli anni Trenta. Crociani suona persino nella banda di paese. Ecco, quanto tutto questo influenza anche la musica degli Equ?

C.: Moltissimo. Nella banda per esempio io faccio gli arrangiamenti; forse se non avessi avuto questa esperienza non sarei riuscito a scrivere l’arrangiamento per Il difetto.

G.: E poi recuperare la memoria storica è interessantissimo perché ti rendi conto che alcune cose scritte negli anni Trenta non sono solo geniali ma sono anche attualissime; capisci certi passaggi; capisci che certe cose erano già state dette. E siccome abbiamo parlato tanto di Liguria, come non citare per esempio il grandissimo Natalino Otto che è davvero stato uno dei primi che ha saputo portare in Italia sonorità d’oltreoceano.

 

Dopo il Premio Bindi quali sono i vostri progetti?

G.: Proveremo con altri Premi e altri Festival perché sono dimensioni che amiamo molto. Non ci dispiacerebbe partecipare, per esempio e per restare tra i grandi, al Premio Ciampi. Abbiamo partecipato da poco al Ravenna Festival, un’altra grande soddisfazione perché è un festival dove il rock di solito non entra e noi invece siamo stati invitati proprio per presentare il disco.

 

Per chiudere con la Liguria, spero di potervi vedere ed ascoltare anche nella Riviera di ponente dopo quella di levante…

G.: Be’ ritornare a Sanremo, perché presumo tu ti riferisca al Tenco, cantando però stavolta nel palco dove davvero è passata e passa la grande canzone d’autore sarebbe per noi chiaramente un sogno!

 

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