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Piero Sidoti

Il personaggio che canto

Piero Sidoti è una persona seria. Fresco della vittoria della Targa Tenco Opera Prima per il suo album d’esordio Genteinatesa (Fuorivia/Odd Music/Egea), l’abbiamo intervistato per parlare dell’album e di quello che gli gira intorno. Una premessa è d’obbligo: si è deciso scientemente di lasciare da parte le polemiche, sollevate da alcuni siti musicali (come PopOn.it, ndr), relative al fatto che Genteinattesa non sia in effetti il suo primo album. I motivi sono principalmente due. Il primo è che rilevare la presenza di dischi precedenti è pratica sicuramente legittima e preziosa, ma poi il tutto si riduce a opinioni personali (cosa è oggi un disco d’esordio? Quello in cui c’è un contratto? Quello in cui c’è distribuzione? Quello in cui ci sono le tracce su supporto fisico?), e l’opinione personale resta drammaticamente al palo di fronte all’unica cosa che conta, cioè che il Premio Tenco in merito non ha delle regole chiare; speriamo che l’anno prossimo risolvano la faccenda. Per intenderci: io ho una mia idea, ma vale come il due di coppe quando la briscola è denari. Ed è giusto così quando si ha a che fare coi premi e i regolamenti. Il secondo motivo è, appunto, che Piero Sidoti è una persona seria; lui in merito ha rilasciato una dichiarazione precisa: «Ne ho diffuso alcune copie come demo tra gli amici che mi sostenevano, tra coloro che in qualche modo mi volevano bene, e consegnato alcune copie per promozione a giornalisti o gestori di locali, li ho regalati». Il resto, la distribuzione dal sito pur senza contratto, è un errore di Nota e non ci sembra giusto che paghi l’artista. Piero Sidoti è una persona seria e noi ci fidiamo.

Partiamo da una domanda generale sul disco: io credo che per la ‘canzone d’autore’ sia importante la presenza di una poetica, da esprimere tramite il testo, la musica o, meglio, tramite l’unione delle due; è importante perché dà esclusività e autorialità. Ecco: Genteinattesa, già dal titolo ha un messaggio preciso no? Qual è il filo rosso?

Questo è un disco che nasce come un concept-album e nel titolo ha già il suo duplice significato: gente inaspettata nella sua unicità e nella sua originalità e anche gente che staziona ai margini della società, quindi gente che si sente in credito con la società e che allora aspetta e si aspetta qualcosa, magari un domani migliore.

 

Musicalmente il disco è molto vario; tu che musica ascolti?

Direi di tutto, qualsiasi genere. Da piccolo ho ascoltato tanta musica classica perché l’ascoltava mio padre, ma sinceramente la musica mi piace tutta, davvero dalla classica al pop. L’unica cosa che non mi piace della musica è la fruizione che se ne fa oggi, cioè come sottofondo per stordirsi ulteriormente.

 

Sono d’accordo e, per di più, non pensi che la fruizione cambi anche la musica? Cioè: se la si fruisce in un certo modo poi la richiesta del mercato andrà verso quella direzione.

Sì, decisamente, anche proprio materialmente dal punto di vista sonoro. Adesso si fanno delle masterizzazioni che all’apparenza fanno suonare di più i dischi, ma in realtà suonano drammaticamente di meno, con suoni ‘compressi’ a cui le nostre orecchie si stanno abituando. Questo, per dire, influenza anche me, e tutto parte dal modo di fruire. Difatti i miei alunni a volte mi fanno sentire musica con l’iPod, un supporto in cui viene svilito tutta la definizione del suono, proprio con maggiore deformazione per esempio, solo con suoni medio-alti. Per loro la musica è quella, è quello il suono.

 

Una cosa sicuramente da apprezzare nell’album è la presenza dei contrasti: a parte i diversi ritmi, il contrasto c’è anche tra la tua voce bassa e usata in un certo modo, con le atmosfere della bossanova – di per sé già tristallegra –, oppure, per esempio nel brano L’orco, il momento in cui parte il ritornello è usato più come una specie di rito straniante: prima evidenzi proprio gli spigoli e le cupidigie spaventevoli della voce – in accordo col personaggio –, poi il tutto si risolve nel ‘dondolare’ spiazzante e infido del ritornello.    

Sì, sono d’accordo, nel senso che i contrasti di certo hanno sempre fatto parte delle mie corde, tra l’altro utilizzo molto in effetti questi giri che si rifanno alla bossanova tradizionale proprio, cioè João Gilberto, Jobim o Elis Regina perché mi piace proprio questo modo di vedere anche filosoficamente le cose, questa tristezza allegra e questa malinconia molto dolce, come in riva al mare. Proprio sul contrasto e sull’uso della voce in effetti si muove L’orco, dove il protagonista è innamorato di questa donna e ha quindi un sentimento nobile, tuttavia la sua natura lo spingerebbe a mangiarla e quindi appunto viene descritta questa antinomia durante la canzone.

 

Una cosa interessante è che tu non sei il solito cantautore – direi però "classico’" più che "solito" – che si affida al plot, al racconto; tu punti molto sull’atmosfera che deve creare la canzone, no?

Sì, ti racconto un aneddoto: quando qualche anno fa feci le audizioni a Recanati, un giornalista mi chiese: «Lei come riesce a trasformare da un punto di vista fonografico questa teatralità che porta sul palco?». Ricordo che, al tempo, non seppi rispondere a questa domanda, poi in effetti ho compreso che il teatro è un po’ in fondo alle canzoni stesse, già nel momento della scrittura, è tutto lì dentro, quindi mi sento un po’ come un burattinaio che muove delle "marionote”. Quindi diciamo che il mio stile è essere il personaggio che canto. Detto questo, per rispondere alla tua domanda, per me è indispensabile che si crei l’atmosfera, il contesto che faccia da palcoscenico nel palcoscenico, da teatro, scenografia e giustificazione. Questo credo faccia parte integrante della mia poetica.   

 

Eh sì. Parlando di arrangiamenti, credo che Marangolo abbia fatto proprio un gran bel lavoro. Un passo per tutti è la fine di Da difendere, in cui la coda strumentale, soprattutto col violoncello, accoglie letteralmente le parole, le ipnotizza e le fa naufragare: è uno stratagemma generalmente molto comune, ma capisci che se le parole dicono «Quando dormi, dormi tanto» è chiaro che le sinapsi fanno festa…

Guarda io lavoro da dodici anni con Marangolo e quindi sfondi una porta spalancata. Per me Antonio è in assoluto uno degli arrangiatori più bravi in circolazione; mi fa piacere che ti sia piaciuto l’arrangiamento perché ha davvero fatto un ottimo lavoro.

 

Come è intervenuto? In che cosa si sente maggiormente la sua mano rispetto alla struttura delle tue canzoni, a quello che tu hai creato?

Antonio ha una capacità incredibile di esaltare la tua idea, perché ha un rispetto estremo per quello che uno scrive, infatti lui parte assolutamente dalla mia voce e dalla mia chitarra e poi moltiplica il tutto, enfatizza l’idea di fondo senza soffocarla; fa quello che credo dovrebbe fare ogni grande arrangiatore.

 

Prima s’è parlato di teatralità e mi viene spontaneo pensare a Battiston, in particolare al brano Lo scemo del villaggio. Credo che lì sia indispensabile la parte teatrale della canzone, e questo viene fuori già dalla scrittura, che richiama il palcoscenico: «Se svelto mi volto l’orecchio mordo» ci si immagina fisicamente il gesto no?

Sì, Giuseppe Battiston ha fatto questi due cammei nel disco e con lui abbiamo lavorato in passato svariate volte assieme.

Certo, quel brano guadagna dal vivo e soprattutto con la presenza importante di Giuseppe. In effetti hai individuato proprio una scrittura più teatrale perché l’idea nasce proprio dal gesto – nella fattispecie, quando lo vidi per la prima volta, era un gesto fatto con le mani –; sì questo e poi proprio L’orco sono i brani che si prestano meglio a un’azione teatrale. Infatti quando ho fatto delle serate con Giuseppe partivamo proprio con lui che faceva questa performance iniziale.   

 

Come mai sei arrivato relativamente tardi al primo contratto?

Guarda ci sono due motivi, uno serio e l’altro semiserio, e direi che son validi tutti e due: il primo è il fatto che trovare una struttura produttiva seria, che provi a valorizzare al massimo quello che fai, è veramente un’impresa epica al giorno d’oggi; io conosco tantissimi bravi cantautori che sono addirittura impossibilitati a farsi sentire. A me è capitato questo fortunatissimo incontro con Paola Farinetti di Produzioni Fuorivia, in cui c’è una struttura che ha un’attenzione e un rispetto per l’opera dell’artista e per la canzone d’autore in generale: semplicemente questo è accaduto all’età di quarantun anni.

Prima sinceramente non ho mai voluto, perché ci sarebbe stato il rischio di buttare via quello che avevo fatto, quindi mi sono impegnato soprattutto dal vivo nel teatro-canzone, per esempio con Giuseppe e lo spettacolo che si chiama Particelle, che parla del ruolo dei giovani precari relegati al ruolo di «eternamente giovani», anche a quarant’anni. Ecco, mi rifaccio proprio a questo dicendo che forse sono l’espressione della mia generazione, nel senso che non c’è stata proprio la possibilità di mettersi in gioco: se la generazione di Gaber aveva perso, la mia non ha nemmeno potuto giocare.

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