Stadio

Gaetano toglimi un dubbio, da sempre, ritenevo che la storia degli Stadio
nascesse con il tour di “Banana Republic” di Dalla-De Gregori nel ’79, se così
fosse però non mi spiegherei l’uscita nel 2007 di “Platinum Collection” per
festeggiare i venticinque anni della band, mi puoi chiarire l’arcano?
Il nostro primo concerto come
Stadio risale al 1982 ad Amburgo, come capitò ai Beatles (ride compiaciuto,
ndr), così come l’uscita del primo disco, quindi farei risalire a quella
data la nostra origine anche se, in effetti, come ricordavi tu già in quel tour
straordinario del 1979 c’erano gli Stadio in embrione a fare da band di
supporto a Dalla e De Gregori.
A prescindere dalle origini la cosa importante è che comunque in ventisette
anni, a testimonianza del vostro successo, avete realizzato un ventina di album
e una quantità straordinaria di collaborazioni con altri artisti e
sconfinamenti in territori diversi come sigle di programmi tv, colonne sonore,
musica per bambini, insomma siete sicuramente una delle band più amate da
almeno due/tre generazioni. Secondo voi quale è il segreto della vostra formula?
Il percorso artistico degli
Stadio credo sia stato lineare, onesto, abbiamo costruito un rapporto d’amore
con il nostro pubblico, ponendoci in un rapporto paritario e non sul
piedistallo, come spesso accade per molti colleghi, ma anche e soprattutto attraverso le canzoni, mettendo
grande attenzione e sensibilità nei testi e nelle musiche, la cosa ha fatto sì
che tantissima gente si sia sempre riconosciuta nelle storie che noi abbiamo
raccontato ed abbia fatto con noi un percorso di crescita del proprio gusto musicale.
Ora parliamo del nuovo disco, “Diluvio Universale”, credo sia un lavoro
molto importante, direi il vostro più bello e completo. Ci sono ospiti
eccellenti, contiene l’omonimo singolo scritto da Vasco Rossi, c’è Saverio
Grandi, lo Stadio che in realtà non c’è, compone come sempre con voi e canta in
Cortili Lontani. C’è poi anche Resta come sei, scritta con Fabrizio
Moro (che duetta) e comunque tutto l’album è pervaso da un mood diverso dal solito, un nuovo modo di
fare musica rispetto al passato, che è successo?
Sono d’accordo su quanto dici
circa l’importanza del disco e rispetto alle collaborazioni, Vasco, dopo dieci anni, ci ha dato un
pezzo e ne siamo felici, dopo aver scritto Diluvio
Universale ha immediatamente detto che la dovevo cantare io, come del resto
era accaduto quando sentì Buoni e Cattivi,
scritta da me, capimmo immediatamente che era la canzone per lui. Saverio Grandi, oltre ad essere anche
il produttore, ha scritto con me quasi tutte le canzoni dell’album e canta in Cortili
lontani (Saverio con la consueta
generosità ricorda di aver scritto il testo con, ndr) in quanto il brano richiedeva che le strofe fossero cantate da due voci,
pensa che proprio per questo io dal vivo non la canto, se lui un giorno vorrà
salire sul palco allora la eseguiremo, devo dire che è un grande testo che
tratta di una storia d’immigrazione e di prostituzione di una ragazza rumena. Resta come sei, scritta con Fabrizio Moro, in concerto la faccio da
solo in quanto è un duetto nel quale dico delle cose a me stesso e nel contempo
le potrei dire ad un giovane, quindi si attaglia anche ad una sola voce. Mi
chiedi se il mood è diverso? No, forse
non è esatto parlare di un modo diverso di fare musica, direi piuttosto che
rispetto ad altri album, nei quali noi ci mettevamo al servizio delle canzoni,
in questo sono le canzoni che sono al servizio degli Stadio, ci danno degli
spazi nei quali i musicisti del gruppo, che sono anche dei bravi strumentisti, direi
dei virtuosi dello strumento, fanno i loro interventi che diventano essenziali
nell’economia del disco.
A partire dalla copertina con questo tramonto di piombo che non
promette niente di buono e dal titolo, molto
biblico, passando per i contenuti dei
testi di molte canzoni siamo condotti per mano attraverso un percorso d’impegno
sociale netto, canzoni come Benvenuti a
Babilonia, e Cortili lontani sottolineano
la vostra incazzatura nei confronti delle condizioni della nostra società
contemporanea, con forti riferimenti e critiche alle storture del nostro Paese.
Sembra quasi che abbiate voluto alzare la guardia in un momento così delicato
per il processo d’integrazione tra i popoli e la libertà individuale?
Riguardo alla copertina potrebbe
essere anche una timida alba, lo stesso autore, il grande pittore bolognese Giorgio Tonelli che l’ha dipinto, mi ha
detto che era partito con i colori tipici del tramonto ma poi ha leggermente
modificato i colori in corso d’opera a tal punto che egli stesso ritiene che si
possa interpretare come un’alba e quindi la nascita di qualche cosa di positivo
dopo appunto il “Diluvio Universale”. Noi siamo da sempre attenti al sociale,
di questi tempi io sono molto arrabbiato e preoccupato per questo mondo che ci
viene prospettato dalla politica, un
mondo che apparentemente sembra andare a
mille ma che in realtà sotto certi aspetti è ancora fermo a schemi obsoleti, un
mondo che non si è evoluto ed appare in bianco e nero. Quando l’altro giorno i
giornali sono stati occupati da questa diatriba tra il nostro presidente del
consiglio che ha dato del catto-comunista al capo dell’opposizione e l’altro
gli ha risposto che lui è un clerico-fascista, ho rivisto l’Italia degli anni cinquanta,
è un teatrino da settimana Incom, ma basta. Io credo che questo Paese abbia
bisogno di altre cose, anche la battaglia e la contrapposizione politica devono
indicare una strada comunque in avanti. Questo mondo globalizzato che ci sta
travolgendo non ha bisogno di Peppone e Don Camillo, dobbiamo andare oltre,
dobbiamo uscire dagli schemi, guarda ad esempio persino un uomo come Fini, che
ha sempre rappresentato quello che sappiamo, cioè la destra più integralista,
persino lui, con le sue uscite, ogni giorno mi stupisce per la lucidità con la
quale affronta i temi cercando di superare vecchi schematismi, secondo me è
così che deve fare anche la sinistra, uscire da schemi precostituiti ed aprirsi
verso una visione più dinamica della proposta politica, verso l’interpretazione
di una società più “colorata”. Benvenuti
a Babilonia è una canzone che mi coinvolge emotivamente in modo totale quando
la canto, fin da quando ho sentito il testo per la prima volta in quanto
rappresenta tutto ciò che ho nel gozzo e non sopporto della nostra società ed
in particolare della nostra politica che non sa dare esempi positivi. Pensa che
a Bologna ha chiuso i battenti Nannucci, uno storico negozio di dischi che ha
visto crescere almeno tre generazioni di ragazzi, di musicisti e i politici,
gli amministratori locali che fanno? Assolutamente niente, non un aiuto per la
cultura, tutti presi nel vortice di licenziare piani regolatori dissennati che
riservano attenzioni e disponibilità solo per i centri commerciali.
Naturalmente non mancano le canzoni d’amore, da sempre un vostro
target, su tutte Un pensiero per te,
il singolo Gioia e Dolore e La mia canzone per te, anche qui però ci troviamo di fronte ad una coppia che è in
crisi, c’è incomunicabilità, abbandoni, strappi. Ritrovate nella società questo
momento di protagonismo dell’io anziché del noi?
Le canzoni d’amore sono il nostro
pane quotidiano, in queste oggi la coppia da noi rappresentata è sì in piena
crisi, in un rapporto carico d’orgoglio che spesso fa dire basta anche quando
magari attraverso una maggiore messa in discussione dei soggetti che la
compongono si potrebbero superare i momenti che appaiono insormontabili, ma ho
voluto dare anche un segnale di speranza attraverso il ripensamento, infatti,
in Come pioggia in mare, niente è più
inutile della pioggia in mare se ci pensiamo, si può prendere atto che in una
storia d’amore interrotta spesso capita di pensare a quel rapporto che si
sarebbe potuto salvare, se solo ogni soggetto avesse fatto mezzo passo indietro.
Cortili lontani ed anche La mia canzone per te (pur su temi diversi quali l’immigrazione e l’amore perduto)
hanno il piglio e l’incedere della cosiddetta Canzone d’autore italiana che sta
ritrovando una nuova vena. Avete mai pensato di realizzare un disco interamente
dedicato a questo genere, magari abbandonando per una volta le istanze più pop-rock
che vi hanno sempre caratterizzati?
Direi di no, in quanto noi siamo
un gruppo, anzi in qualche album, come ad esempio “L’amore volubile” del 2005,
siamo stati fin troppo cantautorali, ci eravamo spinti troppo in quella
direzione ed il gruppo aveva perso la sua identità, si era infilato in una
situazione musicale che incominciava a stare un po’ stretta ad alcuni e quindi
ritengo che la giusta dimensione per l’equilibrio sia questa.
Autunno è un pezzo molto
intenso, mi ha colpito profondamente, forse perché io amo quella stagione,
contiene il concetto dell’effetto omeopatico della musica che guarisce, quando
dici: «ascolto e scrivo canzoni che mi fanno male, forse mi piacciono proprio per
questo». E’ autobiografico? Ti riconosci nei colori dell’autunno?
L’autunno è la mia stagione
preferita, un momento dell’anno volto all’introspezione, prima hai citato De André, ecco ad esempio La canzone dell’amore perduto la ritengo
una canzone autunnale che stimola quell’effetto omeopatico di cui parlavi,
infatti ogni volta che la sento, dopo la fase di tristezza, mi rigenera, quasi mi fossi somministrato una dose massiccia di
ricostituente.
Gli arrangiamenti sono un altro pezzo forte del disco, li trovo pieni
ma essenziali, senza orpelli, avete lavorato molto in studio per ottenere
questo risultato? Ci sono almeno quattro soli di chitarra di Andrea micidiali e
la tua voce sta migliorando come il vino…
In effetti ci sono degli assolo
da manuale del chitarrista, Andrea si è lasciato andare alla sua fantasia ed
emotività, direi che in Resta come sei
c’è uno degli assolo più belli che siano mai stati espressi da un chitarrista
italiano. Gli arrangiamenti li abbiamo fatti tenendo conto dell’esigenza che
c’era non solo di far uscire la struttura della canzone ma anche la qualità
musicale. Abbiamo dato spazio a tutti i musicisti e valorizzato il contributo
di ognuno, senza vincoli. Riguardo alla mia voce ti ringrazio per il
complimento, ancor più gradito se pensiamo che, quando siamo partiti come
Stadio, abbiamo tirato la bruschetta per decidere chi doveva cantare ed è
toccato a me, devo dire ad onor del vero che sembravo quello meno scarso ma pur
sempre lontano dal propormi come cantante.
Ora affronterete il giudizio del vostro pubblico: come vivete questa
fase, c’è timore oppure vi sentite sicuri della bontà del lavoro fatto, in
fondo il disco è diverso pur restando nella continuità Stadio, che ne pensate?
Mi sento molto tranquillo,
abbiamo cercato di lavorare al meglio e di ciò siamo consapevoli e quindi
pensiamo che il nostro pubblico potrà apprezzare il disco. Per quanto riguarda
la dimensione live Roberto sta seguendo tutta l’organizzazione, c’è dietro un
gran lavoro, abbiamo preparato delle cose molto belle anche a livello
scenografico, non te le posso anticipare perché sono top secret, direi comunque
che quello è il nostro mondo e quindi in quel contesto ci sentiamo dei leoni, l’adrenalina
che si sprigiona prima di salire sul palco ti rende assolutamente tranquillo,
comunque sempre attenti a non avere spavalderia perché quella non è nelle
nostre corde e poi ti frega, siamo un gruppo di persone che fanno della
modestia e del duro lavoro un nostro credo, penso sia questo uno dei segreti
del nostro successo e della nostra longevità artistica per la quale saremo
sempre grati ai nostri fan.