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Vittorio De Scalzi

Genova vista da lontano

Incontriamo Vittorio De Scalzi a un guado importante della sua ormai ultraquarantennale carriera (la nascita dei Trolls, prologo ai New Trolls, di cui De Scalzi è il leader storico con Nico Di Palo, data 1966), fra l’uscita, a fine 2008, di un album in genovese, “Mandilli” (vedi nostra recensione), che ne ha impreziosito non poco il già pingue palmares, e un nuovo lavoro tutto centrato sulla trasposizione in musica (cioè in canzone) delle poesie di Riccardo Mannerini, che nel ‘68 accompagnò i New Trolls e Fabrizio De André nella realizzazione di un LP come “Senza orario, senza bandiera”, tra i primissimi concept album della discografia italiana (così come ancora De André in “Tutti morimmo a stento”, del resto). L’uscita di quest’ultimo non dovrebbe distare troppo dal sessantesimo compleanno di Vittorio (4 novembre 2009). Gli argomenti non mancano di certo, quindi, quando andiamo a trovarlo nella sua casa appena sopra Priaruggia, levante genovese.


Partiamo da “Mandilli”: da quanto ci pensavi e per quanto ci hai lavorato?

In realtà io approdo alla canzone in genovese ben prima di “Creuza de mä”, per cui la cosa per me non rappresenta una novità. Ho praticato il dialetto genovese un po’ da sempre, grazie a mio padre, che faceva il ristoratore e a cui devo molto, perché è un po’ alla base di tutta la mia carriera. Già l’avergli detto, da ragazzo, che volevo fare il musicista ottenendone l’assenso era un fatto più unico che raro, specie allora. Di fatto è stato il traino dei New Trolls: a forza di cene offerte al direttore artistico della Fonit Cetra, ci ha procurato un’audizione e il conseguente primo contratto discografico. Ci ha comprato la prima amplificazione, ci ha trovato l'ingaggio quando, nel '67, abbiamo suonato di spalla ai Rolling Stones... Insomma: si dava decisamente da fare. Anche nel mio rapporto con la canzone in genovese il suo ruolo è stato basilare, perché dopo i primi successi dei New Trolls ha deciso di varare un'etichetta discografica, la Studio G, con Area Record e Magma Records, quindi in realtà tre etichette, che si occupavano di progressive, ma anche di musica genovese, legata alla tradizione, talvolta con una ricerca sul campo piuttosto capillare. Abbiamo prodotto anche dischi di grande popolarità come quelli dei Trilli (una sua invenzione), con i quali io ho collaborato come autore. Tutto ciò ha contribuito a mantenere vivo un certo senso della tradizione dialettale genovese. E potrei citare ancora Franca Lai, un'altra invenzione di mio padre, lo stesso Piero Parodi. Io mi sono appassionato a tutto ciò, all'uso del dialetto in forma di canzone. Anche perché in casa mia si parlava in genovese. Ho fatto anche parecchia ricerca, risalendo fino all'ottocento.

E’ peraltro evidente che “Mandilli” s'inserisce più nel solco proprio di “Creuza de mä”: rispetto ai nomi che hai citato, è molto più “colto”, più “contemporaneo”.
Certo: io ho fatto un preambolo lunghissimo semplicemente per far capire quanto siano profonde le mie radici con Genova, col dialetto, la parlata, la stessa canzone in genovese. Ho persino dedicato un album alla Sampdoria, nel 1990, l’anno prima dello scudetto. Il mio legame con Genova, quindi, è sempre stato forte. E così, dopo tanti New Trolls e concerti diversi, si è fatta strada l’idea di dedicare un intero lavoro al genovese. Anche perché, come dicevo, nel frattempo avevo scritto tante canzoni in dialetto, fra cui una in particolare, Cumme t'è bella Zena, che tutti credono sia di antica tradizione popolare, ciò che poi, di fatto, è anche vero, visto che ha pur sempre più di quarant'anni... Chiaramente “Mandilli” poggia su altri presupposti, appunto più contemporanei. Il linguaggio che ho voluto metterci dentro è comunque molto semplice. C'è una ricerca sul suono della lingua genovese, che mi aiuta molto nella scrittura. Le prime canzoni le ho scritte in un gramelot finto-inglese, che ti dà il senso proprio delle sonorità nella successiva ricerca dei fonemi.

Quando hai iniziato a lavorarci?
Non meno di sei o sette anni fa. Ci ho messo così tanto perché non ho raccolto cose che avevo in un cassetto, ma ho voluto scrivere tutto un disco in genovese ex-novo.

In effetti vi si avverte nitidamente un percorso unitario.
Certo: a me piacciono molto i cosiddetti concept album. La mia storia mi pare lo dimostri. Credo anzi che la poca voglia che c'è oggi di comprarsi un cd nasca proprio dal fatto che ci s'interessa a una sola canzone, senza la percezione, l’esigenza, di un progetto unitario. Che poi significa tanto lavoro, sofferenza, nel senso che se non ti viene una parola ci stai una settimana a cercarla. E' difficile spiegare il lavoro di un autore a chi non lo è: io vivo di chitarre e pianoforte, passo le mie giornate in casa a scrivere, poi mi faccio i miei giri giù al mare, che ha avuto un ruolo centrale in “Mandilli”, registrato ai Sette Nasi, uno stabilimento balneare di Quinto, che abbiamo affittato, io e mio fratello Aldo, incidendoci con uno studio mobile tutto il disco, col mare davanti, con suoni e riverberi del tutto naturali. Sì: c'è proprio tanto mare in “Mandilli”!

E intanto, più o meno contemporaneamente, è nata anche l'idea di un disco su Riccardo Mannerini. Vogliamo parlarne?
C'è tutta una lunga storia alle spalle. Un giorno mi ha chiamato un amico, dicendomi che c'erano dei testi inediti di Mannerini, che poi nel frattempo sono usciti, quasi tutti.

Quindi stiamo parlando di un po' di anni fa: diciamo i primi 2000...
Direi di sì. Comunque sono partito, sono andato a conoscere la famiglia di Riccardo, la sua vedova, che nel frattempo è mancata anche lei. In realtà ci conoscevamo già, dai tempi di “Senza orario, senza bandiera”, ma lei non si ricordava di me, perché erano passati tanti anni, e poi aveva conosciuto i New Trolls, non Vittorio De Scalzi in particolare. Di fatto mi sono trovato davanti una certa diffidenza, anche da parte del figlio (con cui saremmo poi diventati grandi amici), per un problema che si era venuto a creare tra Mannerini e De André per una questione di royalties. Io, però, avevo la registrazione video di una vecchia intervista tv di Enza Sampò, addirittura del ‘68, con me e Fabrizio. Gliel'ho portata a vedere, e loro sono rimasti di sale, perché Fabrizio parla con grande stima di Mannerini, mettendo in risalto il suo lavoro per il nostro album, che era un po' quello di cui lui e i suoi familiari soffrivano: il non riconoscimento del suo ruolo nelle canzoni scritte con Fabrizio, che in quell’intervista in particolare si definiva “mosaicista” del disco.

In effetti i testi sono di Mannerini e le musiche vostre, dei New Trolls.
Certo: l'unica che non abbiamo firmato è Signore io sono Irish. Comunque, dopo che ho mostrato quel documento, i Mannerini hanno scoperto che c'era del buono in tutto il rapporto con Fabrizio e si sono un po' sciolti, cosicché io ho potuto iniziare a lavorare sui testi, convinto di mettere insieme in fretta un “Senza orario, senza bandiera 2”. Invece mi ci sono scornato per due anni senza che mi venisse fuori una nota! Anche perché Mannerini non scrive in rima, né tanto meno in metrica: ha un ritmo del verso durissimo, ostico. Poi ho scoperto una chiave, ma molto dopo, e adesso ogni volta che lo rileggo ci scopro cose nuove, pur conoscendolo ormai a memoria. Un giorno, sia come sia, ho estratto dal mucchio un testo che mi sembrava perfetto per tirar fuori finalmente qualcosa, pur toccando un tema duro come lo stupro. In realtà non so se sarà nel disco, per il semplice fatto che ho scoperto poi che era l'unico scritto da sua moglie, anche lei poetessa. Per questo mi usciva fuori così fluido! Gliel'ho fatto sentire, e lei mi ha detto “ma questo l'ho scritto io!”.

Non per questo credo che tu debba lasciarlo fuori...
In realtà sono indeciso. Fra l'altro me ne ha poi scritto un altro, che mi piace molto.

Come si chiamava?
Rita Serrando
. E' mancata l'anno scorso.

Mi pare che sarebbe a maggior ragione un doveroso tributo inserire uno o entrambi questi testi nel cd. Magari come bonus-track...
Forse sì. Il secondo pezzo s'intitola Serial killer. Parla di un killer che tutti conosciamo molto bene...

Donato Bilancia...
Esatto: lei lo conosceva, e anch'io.

L'hai registrato?
Sì, anche se ci sono ancora un paio di cose da mettere a posto, nel testo. E’ possibile che lo faccia con Gino Paoli, a cui il brano è piaciuto molto.

Però se quel testo è di una persona che non c’è più, non mi pare il massimo...
Ma lei lo sapeva, e mi ha dato il consenso. Il disco, comunque, è praticamente pronto per la parte targata Mannerini. In teoria, però, dovrebbe entrarci anche questo brano di Rita, e magari anche l'altro, che ho registrato in quartetto jazz. Fra le cose di Riccardo, ce n’è una scritta subito dopo la morte di Tenco che mi piace da morire. Erano grandi amici, tanto che fra le carte di Luigi sono saltate fuori delle poesie che si pensava fossero sue, mentre erano proprio i testi di Mannerini su cui io ho lavorato. A quello in questione ho dovuto cambiare il titolo, che era Obitorio. Non mi sentivo di cantare una canzone con un titolo così pesante, per cui l'ho variato in Tante gocce. Completando la storia del disco, un giorno incontro Enrico De Angelis, gli racconto del progetto, gli dico che non riesco a cavar fuori un ragno dal buco. E lui commenta che forse mi manca De André. Giusto, perché ai tempi di “Senza orario, senza bandiera” il mediatore fra la mia musica e Mannerini era stato Fabrizio. Certo: io sono cresciuto molto da allora, visto che avevo diciott'anni... Comunque De Angelis mi ha presentato Marco Ongaro, che è venuto qui, ed è scattata la scintilla: in dieci giorni abbiamo messo insieme dieci pezzi! Una cosa incredibile: si è ricreata l'alchimia di “Senza orario, senza bandiera”!

Con che ruoli?
Devo dirti che mentre Ongaro stava arrivando, forse galvanizzato dalla cosa, ho centrato come d'incanto il primo pezzo, che s'intitola Gianata Orsielli, con un intervento minimo sul testo, in pratica invertendo solo due parole. Marco è arrivato e si è inserito subito: si trattava di dare musicalità a una scrittura che non ne aveva. Scrivendo a due mani tutto è stato più facile. Per quanto possibile abbiamo cercato di rispettare le poesie originali, ma in alcuni casi ci sono voluti interventi un po' più decisi. In un caso, addirittura, abbiamo preso tre poesie facendole confluire in un unico testo, un'unica canzone.

Tutto ciò ha avuto ovviamente l’ok degli eredi.
Certo. Intanto ho chiesto un consenso preventivo, poi li ho fatti venire qui a sentire i pezzi. Erano entusiasti del lavoro. Rita un giorno mi ha detto una cosa che mi ha molto colpito: “con questo lavoro, tu hai dato qualcosa in più di quanto c'era nella poesia di Riccardo”. Ero quasi imbarazzato.

Quando conti di far uscire il cd?
Inizialmente pensavo a settembre 2009, ma da come vedo che vanno le cose penso ci vorrà un po' di più.

Che abito avranno le canzoni? Quanto simile a “Mandilli”?
Un po’ sì, anche se saranno più “canzoni” in senso stretto.

E i  musicisti?
Sono più o meno gli stessi di “Mandilli”, però senza mio fratello Aldo. Rivedendo il tutto devo dire che mi sarebbe piaciuto averlo anche qui. Solo che è così impegnato, con le colonne sonore.

Fratello maggiore?
No, minore: andava a scuola con Max Manfredi. Ha preso il Golden Globe per “Hamam, il bagno turco” di Ozpetek. Scrive quattro o cinque colonne sonore l'anno, per cui è impegnatissimo. Il lavoro è venuto fuori comunque molto bene. Ne sono molto soddisfatto, anche perché gli arrangiamenti sono proprio tutta farina del mio sacco.

Un'ultima domanda, in fondo inevitabile: come s'inserisce, su tutto ciò, la vicenda e il sopravvivere dei New Trolls, concertisticamente, come immagine, ecc.?
La molla più importante è l’esser tornato a lavorare con Nico Di Palo.

In effetti avete avuto qualche problemino, in passato.
La storia è molto semplice, circa i problemi a cui alludi, che in realtà non ci sono mai stati: Nico, una decina d’anni fa, ha avuto un gravissimo incidente. La formazione dei New Trolls, all'epoca, comprendeva noi due, Alfio Vitanza e Roberto Tiranti. Forse eravamo andati avanti per forza d'inerzia, comunque con quella formazione avevamo partecipato anche a tre festival di Sanremo, negli anni Novanta. Nel momento in cui Nico ha avuto l'incidente, personaggi che non suonavano più con noi da anni – anzi: che non suonavano più in assoluto, come Gianni Belleno, che era diventato il marito di Anna Oxa e stop – hanno raccolto un uomo che era stato diversi giorni in coma e hanno fatto in modo di allontanarlo da me, ricostituendo così i New Trolls con lui e senza di me. Devo ammettere che mi sono anche un po’ spaventato, perché portavano in giro un uomo sulla sedia a rotelle, che non poteva più suonare, ma solo cantare, il che ovviamente non è poco. Comunque io ho proseguito per la mia strada con quelli con cui suonavo prima della rottura, finché un giorno, tre anni fa, Nico mi ha telefonato, dicendomi che stava meglio, che aveva capito un po’ di cose, che gli erano state raccontate un sacco di falsità sul mio conto facendo leva sul suo stato di semi-incoscienza, e che gli sarebbe piaciuto riprendere il discorso interrotto. Questo è esattamente quanto accaduto fra me e Nico. Non abbiamo avuto alcun problema diretto: semplicemente gente che non suonava più, che non aveva saputo svoltare, ha pensato bene di mettere zizzania fra noi. E questi personaggi sono tuttora in pista, come Mito New Trolls, il cui unico membro del nucleo originario è appunto Gianni Belleno, mentre gli altri si sono aggregati strada facendo. Comunque la questione fra i due gruppi è ancora in piedi, e chissà quando finirà. Nico, oltre a cantare, suona le tastiere.

Un po’ come Robert Wyatt, per intenderci.

Esatto. E ti devo dire che ha anche recuperato una bella verve. Così abbiamo composto un nuovo “Concerto grosso”, il terzo, dopo quello storico del '71 e quello del '76, compiendo anche tre tournée mondiali. Adesso siamo in sei: io e Nico, Alfio Vitanza alla batteria, due chitarre (fra cui, Andrea Maddalone, bravissimo, che suona con me regolarmente, anche in “Mandilli”) e basso. Poi io negli anni ho elaborato un tipo di scrittura diversa, che non si adatta ai New Trolls. Posso ancora scrivere in quel modo, ma mi sembra un po' mestiere. Il mio istinto, ormai, mi porta altrove.



(03/06/2009)

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