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Quando, il cofanetto di Pino Daniele

Il 1 Dicembre è uscito Quando, il cofanetto di Pino Daniele curato dal Pino Daniele Trust Onlus per Warner Music Italy, contenente ben 95 brani, un libro di 72 pagine e ...

Alessio Lega

Ho scelto Fortini e Okudzava perché da loro non si può prescindere

Un disco, Mare Nero, fuori da sei mesi, quarantacinque anni trascorsi fra il natio (come avrebbe detto un certo recanatese…) Salento (Lecce) e Milano (più o meno fifty-fifty), svariando di qua e di là per spicchi più minuti di vita, anche per concerti e altre avventure artistiche. Questo è, in brutale sintesi, Alessio Lega, in pista ufficialmente dal 2004, quando la sua opera prima, Resistenza e amore, fu targa Tenco, appunto, come miglior disco d’esordio. In realtà, all’epoca, il Nostro scriveva canzoni da quasi vent’anni, e chissà ancora per quanti seguiterà a farlo. Qui di seguito trovate un’istantanea della sua fase attuale, condita dell’intelligenza, della cultura e dell’apertura verso tutto quanto gli sta attorno che da sempre lo contraddistingue. E della modestia, anche, quella che ci guadagnerà un’amichevole tirata d’orecchi per queste ultime righe.      

Direi di partire con un bilancio, pur provvisorio, di Mare nero, uscito alla vigilia dell’estate e quindi portato in giro, recensito, recepito... Come stanno andando le cose?
Parto con un’annotazione che potrebbe scioccare te e chi leggerà questa intervista, perché è una cosa che un cantante non dice mai, ma siamo vecchi amici, per cui parlo liberamente: Mare Nero è un disco di cui io non son riuscito a innamorarmi. Mi piacciono le singole canzoni (sennò non le avrei pubblicate) per come sono e per come sono state suonate, ma il disco in sé lo trovo troppo variegato, poco unitario, non riesco a trovargli quel flusso narrativo che vada oltre i singoli pezzi e che invece c'è negli altri miei dischi. Questa premessa è necessaria per dirti del mio grande stupore nel recepire commenti e recensioni solo e soltanto positivi, un consenso unanime. Ho capito dunque che la varietà in un disco viene colta come un valore in sé. O forse, dopo quasi vent'anni di lavoro, sono passato dallo stato di "giovane promessa" a quello di "solito stronzo". 

L’unitarietà (stilistica, concettuale, o quello che vuoi tu) è certo un valore, che però, rivoltando la frittata, a volte viene anche usato come fumo negli occhi – l’idea del fatidico concept album – per guadagnarsi una credibilità che il prodotto in sé, magari, non merita. Questo per dire che bisogna fare sempre gli opportuni distinguo.
Il concept album inteso in senso proprio, con un'unità anche narrativa (tipo The Wall dei Pink Floyd, o Storia di un impiegato di De André) secondo me è molto difficile da proporre oggi, perché è profondamente mutato l'ascolto. A maggior ragione, per dare senso a un disco in quanto disco e non semplice supporto, è importante che si percepisca l'ambizione di un ciclo unitario. Però, a ripensarci, Mare Nero, proprio perché ritrae un mondo estremamente frammentato, dove la politica è incompatibile con l'utopia, la città con i suoi abitanti, l'amore non resiste al tempo, e la gioiosa nave pirata rischia di infrangersi ogni giorno sugli scogli della realtà (per parafrasare l'ultimo messaggio di Majakovskij), in questo senso è un prodotto dei tempi: forse non mi piace perché non mi piace la vita che stiamo vivendo. 

Non ti piace il tuo ultimo disco? Sarà il caso che tu metta dei paletti un po’ più fermi nella questione…!
Dici che è un po’ forte?! Beh, provo a chiarire: ripeto che tutte le canzoni di Mare Nero mi sembrano buone, non inferiori a quelle degli altri miei dischi, e che mi piace anche la loro veste musicale. Mi sembra però venuta al pettine la contraddizione fra essere cresciuti col mito dei dischi che hanno formato la nostra coscienza e il fatto che la musica non venga più fruita in quella maniera, con quella compattezza, cosa che non renderà mai più possibile un nuovo Sgt. Pepper, un nuovo Radici, un nuovo Paris Milonga. Questo non tanto perché non ci siano i talenti, ma perché i dischi riverberano ciò che in realtà abita su Youtube, su Spotify, o che viene postato su Facebook, e non il contrario. Dobbiamo trovare il modo perché sia fatta pace fra ciò che chiamiamo un “disco” per tradizione e ciò che può rappresentare oggi. Di qui la mia insofferenza.

Chiuderei su Mare nero soffermandomi un attimo sul sottotitolo, Ritratto di un inferno bello mosso, che mi pare esprima felicemente l’humus del disco, visto che anzitutto di ritratti, appunto, si tratta. Ritratti di persone, ma anche di luoghi, ritratti concreti, spesso affettuosi, attraversati da quel tono militante (senza per questo scadere nel retorico o nel verboso) che da sempre ti contraddistingue.
Gli esseri umani, i loro paesaggi, le loro storie, sono non solo l'ultima speranza che mi rimane (e non è una speranza da poco), ma a mio avviso anche la strada attraverso cui la canzone può liberarsi dalla condizione di inessenzialità assoluta in cui si trova: solo raccontando gli altri ritroveremo noi stessi. È una questione artistica e politica proprio perché è una questione di vita e di morte.

Accanto a quest’ultimo tuo lavoro, hai come sempre una valanga di altri progetti: le canzoni di Fortini nel centenario della nascita, il fil rouge costituito da Bella ciao, forse una coda di altre cose, tipo i dischi degli anni Settanta... Vuoi fare un rapido punto della situazione?
Un disco è oggi un messaggio nella bottiglia, un appuntamento al buio: lo lanciamo sperando che qualcuno se ne accorga. Per fortuna questa cosa è successa. Il "vero lavoro", quello che fa pagare le bollette, è però la fitta rete di concerti e spettacoli che portiamo incessantemente in giro per l'Italia (e nel caso di Bella Ciao per il mondo). Il progetto sulle canzoni di Franco Fortini, nato su commissione dell'Università di Siena e dell'Istituto De Martino, è qualcosa di veramente importante: una storia d'Italia attraverso gli occhi di un intellettuale coltissimo e severo, che però si divertiva a giocare con le canzoni. Mi piacerebbe davvero che avesse un seguito oltre l’attuale centenario.

Vuoi spendere qualche parola in più per descrivere questa figura, veramente rilevante, nel panorama culturale di un’Italia come quella che usciva dalla guerra, fra l’altro operante – Fortini, intendo – anche all’interno di un fenomeno germinale come fu Cantacronache. Il Fortini intellettuale, ma anche proprio l’autore di canzoni.
Franco Fortini è un autore e un essere umano ineludibile, che porta con sé le tragedie e le speranze del suo secolo: ebreo di nascita in epoca di leggi razziali, partigiano, impegnato in un progetto rivoluzionario, ma anche antistalinista (di provenienza socialista), critico acuto, poeta essenziale, aulico e realista assieme, umile proprio perché veramente letterario. È però un poeta difficile da comunicare, non ha – per fortuna sua – la biografia di Pasolini, né una poesia immediata: promuove il lettore proprio perché lo impegna. Le sue canzoni sono un modo straordinario di penetrare in questa selva oscura e di raccontare cinquant’anni di storia. Noi l'abbiamo scoperto costruendo lo spettacolo e il pubblico che vi assiste percepisce l'entusiasmo che proviamo nel farlo.

A che punto è il progetto-Okudzava?
Il russo Bulat Okudzava è stato uno dei massimi cantautori mondiali. Il fatto che in Italia sia pressoché sconosciuto è una vera disdetta. Io e la slavista Giulia De Florio abbiamo concepito un'operazione unica che si articola in un cd di sue canzoni cantate in italiano più un libro biografico. Il cd è già stato registrato e il libro scritto, per cui siamo pronti per la pubblicazione presso l'editore Squi[libri]. Ciò che per il momento ci trattiene è l'intenzione di non sovrapporsi a Mare Nero, ancora fresco: solo i Beatles pubblicavano dischi ogni sei mesi! Detto questo, è un'operazione di cui sono entusiasta: quando lo riascolto mi metto a piangere dall'emozione.

Io, come sai (ne abbiamo parlato più volte), ho avuto il privilegio di ascoltarlo, Okudzava, quando nell’85 è venuto a ritirare il Premio Tenco, sul palco dell’Ariston ma ancor più, direi, nella conferenza stampa al Casinò, chilometrica quanto intensa, durante la quale, con assoluta pacatezza (almeno apparente), ha detto cose di una pesantezza rara, e insieme intrise di un dolore profondo, sedimentato. Per questo ci terrei che dicessi due parole in più su di lui, com’era e come l’hai vissuto tu traducendolo e cantandolo.
Questo è un progetto che inseguo da più di vent'anni, quando mi capitò di ascoltare le sue canzoni. Pur non conoscendo il russo, capivo che in quella pacatezza, in quel dolore e in quell'ironia c'era qualcosa di grandioso, qualcosa che dovevamo sapere, non per celebrare lui ma proprio perché serve a noi: ci serve capire come si resiste non solo alla tirannia esplicita e sanguinaria, ma anche alla sua versione burocratica e quotidiana, questo modo di schiacciarci sotto l'evidenza che "non c'è uscita dal presente", una condizione che somiglia molto alla nostra... Bulat era figlio di una grande tragedia (suo padre fu fucilato, sua madre deportata, lui partì in guerra, subì la censura, fece fronte alla paura), ma ha trovato un modo non trionfalistico per portare il suo messaggio di amore e di speranza agli uomini della Terra. E’ un santo, un uomo della verità (te lo dico da ateo). Credimi, non ne possiamo proprio fare a meno… Quando penso a questo disco vengo invaso da una sorta di furore emotivo, mi sembra proprio essenziale fare tutto il possibile perché queste canzoni e il suo autore diventino noti. 

Prima citavo il recital sui dieci album “da isola deserta” del decennio 1970/80 che hai portato in giro in tempi recenti: è ancora attivo? Ce ne sono altri analoghi che come si dice bollono in pentola?
Tutti i miei spettacoli sono sempre attivi, nel senso che se si realizzano le condizioni per metterli in scena noi siamo sempre pronti. Però devo anche dirti che ho passato gli anni dal 2009 a oggi perennemente in scena o in studio a registrare, mai a casa per più di tre giorni di seguito, per cui sento ora il bisogno di chiudermi a leggere e a scrivere. Per il 2019 mi sono ripromesso di far uscire una biografia artistica del mio maestro Ivan Della Mea, nel decennale della morte, quindi è ora di mettersi al lavoro.

Parole sante, per cui non ti faccio perdere altro tempo (“metaforicamente, s’intende”, come direbbe Guccini…).
Per fortuna proprio la musica ci insegna che il tempo si può accelerare, swingare, spezzare, rubare, ma non lo si può perdere. Soprattutto se si parla di canzoni! 

 

Foto di Alberto Bazzurro (Lega) e Roberto Coggiola (Okudzava).

 

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