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Mimmo Locasciulli

I volti dell’Idra

Parlare con Mimmo Locasciulli del suo ultimo lavoro è una sorpresa affascinante. “Idra” segna un punto di svolta per questo grande cantautore, una trasformazione che parte da una poesia di Leonard Cohen per giungere a una profondità che lascia stupito lo stesso protagonista. Una vera e propria esperienza interiore che per essere rappresentata in musica esige una modifica radicale del suo metodo compositivo. Ecco il suo racconto.


Partirei dell’ultimo disco, “Idra”. Di come è nato, a partire da quali idee.

Anch’io ci ho ripensato, perché ero curioso: chissà... quando si scrive qualcosa, la maggior parte delle volte sei in una specie di trance, non sempre si ricorda la successione degli step. Invece poi ho ricostruito. Ormai due anni e mezzo fa ho fatto una cosa per il “Folkclub” di Torino, insieme ad altri quattro cantautori: quando Roma e Milano sono stati capitali mondiali del libro, dall’assessorato di Torino è venuta una richiesta al “Folkclub” di reclutare cinque cantautori per cinque spettacoli dove ognuno di noi, oltre al proprio repertorio, presentava delle poesie in musica. Allora io, che sono molto appassionato di Eugenio Montale, ho provato dapprima a musicare le sue poesie; ma lì non c’è una regola metrica, per cui dopo tre tentativi ho desistito. Certo, ce ne sono altri: a me piace molto un futurista che è più conosciuto come pittore, che è Ardengo Soffici, molto romantico, molto sentimentale...; ho provato anche con altri poeti degli Anni Sessanta, come Libero De Libero, ma non ce la facevo, ero impedito dalla loro “non metrica”. Allora ho pensato di poter tradurre un poeta di lingua anglosassone o francese, così nella traduzione avrei avuto una libertà maggiore di mettere in metrica il testo, di usare delle parole più appropriate. E ho scelto Leonard Cohen. Ho individuato sei poesie, lo ho musicate, ho fatto il concerto al “Maison Music” a Torino - che è l’altra sede del “Folkclub” - e poi dopo un po’ di mesi ho pensato: queste le canzoni, vabbè, le parole sono delle traduzioni, ma le musiche mi piacciono, perché buttarle via? Una delle canzoni e delle poesie tradotte era appunto “Idra”, che è un componimento molto breve che descrive un pescatore che batte il pesce su una roccia. Però questa parola mi risuonava dentro, e nei mesi a seguire in maniera piuttosto automatica ho cominciato ad associare le sei liriche, estrapolate dai testi, a questa parola: “idra”. Piano piano, si sa, la memoria si chiarisce, crea degli agganci: e io ho ricordato che Idra non era solo un’isola greca, ma era anche un mostro; gli studi mitologici alla scuola media e al liceo mi hanno riportato a Ercole, alle sue fatiche e a questa creatura mostruosa con nove teste. Così, non avendo più libri di mitologia, sono andato su internet. E su internet ho scoperto un sacco di cose su Idra: in questo mostro con nove teste - in una lettura di ordine esoterico, in una interpretazione della vita secondo certi moduli - ogni testa rappresenta quello che per il cattolicesimo sono i vizi capitali, cioè tutto ciò che fa dell’uomo un essere infelice: il potere, la prevaricazione, l’odio, la lussuria... insomma, la Chiesa cattolica ha sette vizi capitali; in questa lettura sono nove, e sono rappresentate appunto dalle teste dell’Idra. Questa cosa mi ha incuriosito molto. Ercole, tra l’altro, impersona l’amore che vince su tutto quel che il mostro rappresenta. Ho cominciato a metabolizzare questo concetto: che l’uomo è infelice per mancanza d’amore, e che un’iniezione d’amore può essere salvifica, soprattutto di questi tempi in cui c’è più egoismo, c’è più apartheid, non in senso razziale, ma insomma, è l’epoca del “tu non mi interessi”, delle monadi iperchiuse senza finestre, come diceva Leibeniz...

 

Tanto più che è proprio l’epoca in cui il confronto con il “diverso” si impone portando alla luce tanti conflitti sociali…

Infatti è da lì che nasce proprio la canzone Idra: l’anno scorso sono andato a Lampedusa per una cerimonia perché due grandi scultori, Mimmo Palladino e Arnaldo Pomodoro, hanno donato delle opere a Lampedusa. L’opera di Palladino era un grandissimo portale che guarda la rotta dei migranti. La sera abbiamo fatto un concerto, con Lucio Dalla e Luca Carboni, ma il pomeriggio è stato molto toccante vedere questo mare così bello, e sapere che ci sono diecimila morti sotto (tant’è che né i né mia moglie abbiamo avuto il coraggio di bagnarci i piedi); lì mi è venuto in mente che idra – idrico, idraulico – è acqua. Idra è questa sconfinata massa d’acqua che separa questi poveracci e la loro disperazione e dalla loro speranza. Allora ho voluto scrivere una canzone, Idra, che parlasse di questa cosa qui.

 

Un’elaborazione concettuale molto complessa, sfaccettata…

Ho cominciato a pensare a tutto questo sempre di più, fino a che le canzoni hanno scavalcato il concetto puro di “idra” e sono diventate canzoni sull’uomo e sull’amore. Pian piano, poi, mi sono accorto che andavo a cercare dentro di me: mi sono detto è vero, l’uomo è egoista, l’uomo è cattivo... ma io come sono? Cioè, io sto guardando e giudicando, ma io sono sostanzialmente diverso? E in che misura sono diverso? Dentro di me c’è amore? Che uso ne faccio?

 

Questo preliminare svolgersi delle idee mi stupisce un po’. L’ultima volta che ci siamo visti, parlando della genesi delle sue canzoni, lei mi diceva di essere costantemente ispirato da quello che vede...

Sì, è vero. Questa serie di domande mi ha spinto ad usare dei moduli diversi di composizione; che finora erano non dico a comando, ma ecco, mi veniva in mente un argomento e scrivevo. Mi veniva in mente, che so, la bacheca; magari non era nel mio interesse, la bacheca, però potevo davvero guardarla, trarne uno spunto ispirativo e scrivere una canzone, sulla bacheca. Oppure lei mi da dieci titoli e dieci giorni di tempo e io le scrivo dieci canzoni; che probabilmente sono anche belle, o insomma... Sono tutte cose che metto in questo salvadanaio – ricordo di aver usato questa immagine – però non è quello che sta proprio dentro di me, che sta più nel profondo. E tra l’altro io queste con immagini, con queste “ammucchiate”, alla fine scrivevo molte delle mie canzoni con un linguaggio cifrato; come dire: non è detto che la sua lettura sia il mio significato. Qui invece non c’è crittogramma, qui c’è la parola nuda e cruda che rappresenta esattamente quello che voglio dire. È la prima volta che mi svelo, che non c’è una doppia lettura, una traduzione, è in assoluto la prima volta; forse qualcuna delle prime canzoni, quelle del “Folkstudio”, c’è qualcosa di così diretto, ma forse non di così profondo.

 

Così si è trovato a percorrere una strada completamente diversa...

Sì. Non volevo più fare come prima, volevo andare proprio a scandagliare lo scantinato che c’è dentro di me, a vedere che cosa ci fosse. E questo è stato un lavoro che mi ha impegnato non solo in termini di tempo, ma mi ha provato anche fisicamente, perché ho dovuto lavorare soprattutto di notte. Di giorno ci sono le telefonate degli amici, il giornale, il lavoro, la brutta televisione, le macchine...Così per avere la tranquillità necessaria, e anche il distacco da tutte le cose, ho lavorato di notte. Ora, lavorare di notte dopo una giornata di lavoro, e spingersi fino alle cinque della mattina, è un dolore fisico! Io ho provato vero dolore fisico. Ma non mi alzavo: non dico dome i fachiri, o come gli asceti... però era l’unica maniera per andare a capire, per andare fino in fondo a prendere e portare in superficie cose da mettere in queste canzoni. Anzi, ero piuttosto insoddisfatto, perché poi, ecco, il dolore fisico è acuito dallo stare con le spalle al muro per avere i tempi stretti: avevo già fissato la presentazione e i concerti in Svizzera, le interviste per la fine di gennaio del 2009. Ho lavorato veramente anche fino alle sei, alle sette del mattino, e mi sentivo stretto contro il muro come quelli che si fanno gli allucinogeni!

 

Perché doveva per forza tirare fuori qualcosa...

Per forza! Tant’è che di molti step compositivi non ho memoria! Comunque ho presentato il disco in Svizzera, e ho fatto i concerti, a fine gennaio. Ma non ero del tutto soddisfatto. Perché ora in questo lavoro non c’è né un rigo in più e né un rigo di meno di quel che volevo. In Svizzera invece c’era ancora un rigo di meno, anzi, una canzone di meno, perché non avevo ancora finito un testo, non avevo fatto in tempo. Un testo che è la chiusura del disco, e senza quella chiusura il disco non è uguale: ed è “Il bambino e il destino”. Quella è la chiusura esatta del percorso che io ho fatto.

 

Quindi ora si sente ben rappresentato da “Idra”

Io sono molto felice di questo lavoro, perché al di là dell’indice di gradimento del pubblico, dei critici eccetera, è esattamente quello che io ho dentro in questo momento. Come le dicevo, non c’è un rigo di più e non c’è un rigo di meno.

 

Immagino che per un artista poter dire “questo lavoro mi rappresenta” sia un risultato maturo...

Tutti i miei dischi in qualche modo mi rappresentano. Ma qui ho scritto soltanto quello di cui veramente volevo parlare come me lo sentivo. Tant’è che mio figlio Matteo, che ormai è il mio braccio destro, mi dice “bè, adesso non devi far passare altri tre anni...” E invece penso che ne farò passare altri cinque o sei, perché dopo aver scritto “Idra” non so più cosa scrivere. Ma è vero! Devo ricambiare modulo... Cosa mette un autore? Quello che vede... Posso scrivere un disco come un film, ma...

 

Questo percorso è una cosa che resta molto anche a lei, suppongo, al di là del disco che ne è venuto fuori...

Mi sento migliorato.

 

E allora, dall’inizio alla fine della strada, che cosa è cambiato, se è cambiato qualcosa?

Ho detto che a volte scrivere è una specie di autoanalisi. Ed è vero, io penso di avere messo a fuoco più cose di me di quanto non avessi fatto prima. Dico sono migliorato non perché io sia più buono o più altruista, ma perché mi conosco di più, perché ho più consapevolezza delle mie reazioni più che delle mie azioni, del mio modo di essere, non devo ricorrere ad alibi o mistificazioni. Ogni azione è frutto di una reazione e ogni reazione è esattamente quello che io sono. Adesso lo so di più. E veramente, poi, questo percorso è il fiume carsico: non sempre si ha consapevolezza di se stessi, e quando il flusso riemerge è come rivedere la luce. E per me qui non è importante il punto di vista dell’analisi o della critica musicale. Lei prenda La disciplina dell’amore: “tutto è stato già scritto/tutto è stato compiuto”, tutto “nasce da un disegno”, “è un cammino che parte/dal groviglio delle idee...” Lì c’è tutta la mia cultura platonica, per esempio; c’è la caverna, la luce dentro la caverna... Cose che non hanno significato in termini di critica letteraria, ma io ho capito perché le ho scritte. Cristo, quando gli sfondarono il costato, ha detto “tutto è stato compiuto”, ma me lo sono ricordato dopo, ho pensato “da dove mi è venuta questa frase”? eh, dalle mie frequentazioni, dall’età adolescenziale e dall’azione cattolica! Io credo che mi abbia veramente aiutato. Tra l’altro, ecco, non so come lei abbia interpretato Il bambino e il destino, ma quello è veramente quello che io penso: che ognuno è arbitro del proprio destino. Come diceva mio nonno, il cavallo vincente si capisce alla fine della corsa, non durante. Il bambino e il destino è esattamente quello che io ritengo accada nella vita dell’uomo: un bambino comincia a giocare e a fabbricare il suo destino; e soltanto quando sei molto maturo hai la capacità di specchiarti in te stesso e vedere quello che sei stato. Quisque arbiter fortunae suae, ognuno è arbitro del proprio destino. Ed è vero. Non ci sono alibi o giustificazioni. non ce la possiamo prendere né con Berlusconi né con D’Alema, per dire. È così per il singolo, è così anche per agglomerati, cioè per popolazioni, è così per l’umanità. In questo sono molto laico, lo sono sempre stato: credo che il destino dell’umanità venga determinato soltanto dall’azione dell’uomo, non c’è dio per me, in questo senso.

Ho notato che al concerto di presentazione del disco all’Auditorium di Roma lei ha presentato le canzoni esattamente nell’ordine in cui si trovano nel disco...

Sì?! Non ci ho fatto caso! Vediamo... prima ho fatto Idra, Senza un addio, ... è vero! La disciplina dell’amore, Passato presente, Benvenuta... e bè, è una combinazione! [ride]


Mi veniva da pensarci, adesso.

E perché? Mah, a parte l’alternanza lento-svelto...

 

Bè, forse alla luce di quello che mi ha detto fin qui, sul percorso che il disco rappresenta esattamente: “Né un rigo in più, né uno in meno”, con l’ultima canzone scritta, che è l’ultima nel disco e insieme “la chiusura esatta del percorso che io ho fatto”... Si vede che è una sequenza molto ben ponderata, e che si conferma rappresentativa di un percorso specifico.

Sì, brava. Infatti è così.

 

Un’altra cosa che ho notato all’Auditorium è che, contrariamente a quel che si usa fare nei concerti di presentazione di un nuovo disco, lei ha cominciato a inserire i nuovi brani solo a concerto inoltrato...

Non è che comincio con Intorno ai trent’anni; comincio con Un po’ di tempo ancora, che è una canzone piuttosto recente; poi L’interpretazione dei sogni, poi Aria di famiglia...

 

È vero. Però ecco, è una modalità diciamo non aggressiva, assolutamente non promozionale...

Per me fare un concerto è fare un concerto. Ma è un mio limite, io sono molto discreto, lo reputo un mio limite, non un mio pregio. Dovrei essere più sfrontato, più aggressivo, però le persone che poi apprezzano sono queste: devono avere una sensibilità particolare, una compostezza...

 

Le chiederei questo: visto che abbiamo parlato della trasformazione del suo metodo compositivo, vedo che però molte sue collaborazioni restano stabili. Come si conciliano queste sue trasformazioni con il permanere dell’intesa con i suoi musicisti più o meno storici?

In generale ho usato molto poco i cosiddetti musicisti turnisti. E quelle volte che ho avuto nel mio gruppo musicisti così, presi perché erano gli unici disponibili, o perché mi erano stati indicati, non mi sono mai trovato bene. Il mio primo bassista, Mario Scotti, lui ha cominciato con me, poi purtroppo è morto, sennò penso che avrei suonato, a parte Matteo (Locasciulli, n.d.r.), con lui per sempre; quando suono in gruppo ho alla chitarra elettrica Massimo Fumanti, che ha cominciato con me, dall’83, per dire, a parte qualche variazione... Sono musicisti che mi hanno accompagnato. Ma io me li scelgo perché è un rapporto di amicizia, anche di frequentazione con me, non c’è distacco come spesso accade, c’è franchezza, c’è dialogo, c’è stretta di mano, come dire. Perché ognuno di loro mi ha dato sempre molto. Nessuno ha suonato con noia, o per routine. Ognuno di loro ha cercato di aiutarmi, anche perché ho sempre dichiarato la mia inesperienza, e la mia insufficienza in termini di padronanza musicale. E d’altra parte io ho sempre cercato in loro qualcosa che non avevo dentro di me. Le faccio un esempio: per tante canzoni, soprattutto le ultime, ma anche quelle di “Tango dietro l’angolo”, dove per la prima volta ho suonato con musicisti americani, quelli di Tom Waits... io non avevo scritto tutto il testo, solo - diciamo - un canovaccio di testi, perché volevo essere influenzato dai loro suoni. Le faccio un esempio recente: su “Sglobal”, nella canzone Passato presente io ho avuto lo schiarimento delle idee nel testo dopo che Stefano Di Battista mi ha messo il suo sassofono. Molte immagini me le ha suggerite il suono del suo sassofono. E allo stesso modo quando sono andato a New York ho capito che avrei scritto “Idra”.

 

Ecco, parliamo dei musicisti di New York…

Intanto sono stato molto fortunato perché è rarissimo poterli trovare tutti e tre insieme, sono sempre in giro per il mondo; invece una combinazione straordinaria ha fatto sì che sia Marc Ribot, che Greg Cohen che Joey Baron fossero lì contemporaneamente. Con Ribot avevo già lavorato anche altre volte; con Joey Baron non ci avevo mai lavorato, pensavo che fosse irraggiungibile, anche se lo conosco anche lui da quindici anni. Quindi per me è stato proprio un regalo. Loro hanno fatto il possibile e l’impossibile non solo per mettermi a mio agio, ma anche per tentare di capire quello che io volevo. Io sono andato lì e ho presentato soltanto una registrazione malfatta con strumenti elettronici, finti: un ritmo fatto più o meno così con la batteria elettronica, una tastiera che faceva l’armonia e la mia voce. E ognuno di loro, poi, mi chiedeva di cosa parla questa canzone, cosa vuole dire... Insomma, non c’è stato bisogno di altro: la prima prova, la seconda abbiamo cominciato a registrare, la terza buona! Soltanto con dei musicisti che ti capiscono. E alla fine quello che loro hanno fatto è che mi hanno veramente aiutato a trovare le parole per meglio definire questi concetti che volevo tirar fuori. Prenda Scuro, per esempio... veramente Marc Ribot è uno che costruisce suoni come io potevo fare da ragazzino col Meccano. Io quando Marc Ribot stava suonando dicevo: questo sta costruendo suoni che pare che prenda veramente pezzi di Meccano, perché fa i suoni prendendo, che ne so, la centrifuga delle carote, o delle cose assurde, tutti marchingegni, anche con le chiavi, sbatte le chiavi sulle corde... sono tutte immagini che mi sono venute proiettate dal loro modo di suonare, o quello che facevano... Poi Gabriele Mirabassi, col suo clarinetto... e anche Stefano... Stefano Di Battista suona una sola volta la canzone, dall’inizio alla fine, senza un errore e senza una modifica. Giuro! Le racconto questo episodio. Allora: Stefano mi promette la sua presenza in questo disco; io tardo un poco nella preparazione, e quando lo chiamo per dire “Stefano, io sono pronto”, lui mi dice “ma guarda, ora io sono impegnato con mia moglie Nicky (Nicolai, n.d.r.), perché dobbiamo andare a Sanremo”. Io gli dico – mentendo – “guarda che sei già sui crediti, ho già stampato...” [ridiamo]. Dice: “va bene, allora mandami il cd e io ci metto sopra il sassofono”. È andato il mio fonico, faccia conto alle tre e mezza (noi abitiamo vicini) alle 4.15 è tornato col cd. Chiedo “bè, non l’ha fatto?” Dice “no, quello l’ha sentito una volta, ha preso il sassofono, e ha suonato dall’inizio alla fine!”. [ride ancora]. Ma è meraviglioso quello che ha fatto! Che poi io, se avessi lavorato insieme a lui gli avrei detto: guarda, io qui vorrei delle cose... ti ricordi Gato Barbieri, “Bolivia”, i dischi della fine degli Anni Sessanta... Non ho avuto modo di dirgli quelle cose, ma lui le ha fatte! Cioè, ha fatto esattamente quello che io gli avrei chiesto di fare!

 

Una sintonia incredibile!

Ma pensi che io l’ho visto dieci, quindici volte nella mia vita, Stefano! Sempre baci e abbracci, ma... Sono affinità musicali. Infatti mi piace tantissimo quello che ha fatto. Tantissimo. Loro due, alla fine, se ci fa caso, Marc Ribot e Stefano Di Battista, uno in un continente uno in un altro, sembra che si siano messi d’accordo, (“qua suoni tu, qua, aspetta, faccio io il “solo”...”), c’è uno scambio incredibile. Un disco fortunato come risultato, perché neanche se l’avessi programmato come scrittura, questo tipo di arrangiamento.

 

Quindi qualcosa che va oltre le fasi personali, che resta sempre...

È sopra di noi! Gira sopra di noi...

 

E Greg Cohen?

Greg... è dall’88 che lavoriamo insieme. Con lui non facciamo più neanche le prove quando lui suona con me, gli dico solo le canzoni; lui mi dice “questa non me la ricordo molto”, e io gli dico “non ti preoccupare, quando attacco te la ricordi!”.

 

Quando facevate i concerti in due si notavano bellissimi sguardi di intesa tra di voi.

Ma sa che adesso Matteo non mi fa neanche sentire la mancanza? Lui ha assorbito tutto da Greg, è il suo idolo in assoluto, insomma; ci sono tanti contrabbassisti, ma per lui Greg... Anche il modulo di sviluppare un “solo”... Abbiamo fatto da poco un concerto in duo a Saltara, in provincia di Pesaro Urbino: è stato davvero molto bello.

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