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Lucia Minetti

Il ‘filo rosso’ di Lucia Minetti

Lucia Minetti, pur iniziando come jazz vocalist nel gruppo Le Pause del Silenzio e proseguendo accanto a grandi nomi quali Giorgio Gaslini, Claudio Fasoli, Roberto Bonati, Nicola Conte, sta sempre più abbracciando la causa della canzone d’autore a tutto tondo, con un interesse autenticamente cosmopolitica verso quanto la forma del song produce ai quattro angoli del Pianeta, come dimostrano i primi cinque album incisi a nome proprio – Altre spezie, Elle, Luz, Malìa, Mormoro l’amore – che la vedono esibirsi anche in diverse lingue (italiano, portoghese, american english). Ora con il nuovo Fil Rouge tenta un’operazione ardimentosa, ma perfettamente riuscita sul piano stilistico: la riproposizione, con arrangiamenti finemente jazzati, delle più belle chansons della musica francese degli ultimi cent’anni. Non rien de rien, Mon homme, Avec le temps, Ne me quitte pas, La mer, La foule, Milord, La vie en rose sono solo alcune delle quindici canzoni tenute assieme dal fil rouge dei musicisti francesi, autori e interpreti, fra i grandi personaggi della cultura novecentesca; Edith Piaf, Jacque Brel, Aznavour, Charles Trenet, Barbara, Leo Ferré, Moustaki, per citare solo i maggiori.

Lucia, vuoi parlarci del tuo tuo nuovo album Fil Rouge?
Fil Rouge è un disco dedicato alla canzone francese d’autore. Si tratta di un racconto che parla d’amore attraverso canzoni divenute immortali, un disco “immaginativo” direi, perché disegna nella mente di chi ascolta immagini storie, persone, sentimenti. Ho scelto un repertorio poetico e coinvolgente perché volevo cantare “tutti i volti dell’amore” come recita la famosa canzone di Charles Aznavour, ovviamente presente nel mio cd.

Con chi hai lavorato in Fil Rouge?
A parte uno con Giovanni Venosta, gli arrangiamenti sono divisi a metà fra Oscar del Barba e Andrea Zani, che suona il pianoforte in otto brani. Ad accompagnarmi c’è l’Ensemble La Foule, un’orchestra mista (archi, fiati, ritmi) di dieci elementi che è diretta dalla pianista Cecilia Franchini.

Così, in tre parole raccontaci chi è Lucia Minetti?
Trasgredisco e ne aggiungo qualcuna in più di parola. Sono una donna che si trova in un punto della vita in cui si sente serena e in movimento; una persona con la voglia, la necessità e la buona abitudine di approfondire e non fermarsi mai alla superficie delle cose. Una cantante che ha l’immensa fortuna di fare il lavoro che ama.

Ci racconti ora il primo ricordo che hai della musica?
La radio di mia madre, sempre accesa, tutto il giorno e mio padre che passeggia in giardino con il nostro cane lupo, mentre ascolta musica classica alla radio. Inevitabilmente anch’io sono una radio dipendente. 

Quali sono i motivi che ti hanno spinto a diventare una cantante?
Cantare mi consente di esprimermi con immediatezza e senza filtri. Quando ero adolescente e acerba il canto era il canale con cui mi era più facile esprimermi e raccontarmi. Con il tempo, il lavoro su me stessa, il percorso che ho fatto, i libri che ho letto sono diventata più equilibrata e consapevole. Ora i due canali, il canto e la parola si completano e questo mi da un senso di assoluta serenità. Amo raccontare emozioni con la mia voce.

Ti ritieni una cantante, pop, jazz, world o altro?
Mi ritengo una cantante tout court. Un’interprete di canzoni belle che scelgo come perle di una collana, al di là degli schemi di genere. Il jazz è il filo conduttore che lega gli arrangiamenti di tutti i miei lavori che di solito ruotano attorno alla canzone d’autore in chiave jazz appunto. 

Ma cos’è per te il jazz?
Una musica che incanta e prende la pancia. Una materia di studio perenne. Uno strumento di grande libertà. Un antidoto contro la noia e l’omologazione.

Quali invece sono le idee, i concetti o i sentimenti che associ alla canzone e alla musica in genere?
La curiosità come dicevo, l’emozione da togliere il fiato, la vibrazione che pervade un cantante che è, allo stesso tempo, strumento e strumentista (binomio per nulla facile da gestire né tecnicamente né come investimento emotivo), lo struggimento e la liricità, le dinamiche.  

Tra i dischi che hai fatto ce ne è uno a cui sei particolarmente affezionata?
Sono molto affezionata a questo nuovo cd Fil Rouge. Lo dico sinceramente, non perché siamo in promozione. E’ un lavoro raffinato, fatto con tantissimo impegno, con musicisti bravissimi. Un progetto che, a mio avviso, ha molti possibili livelli d’interpretazione. Semplice e sfaccettato allo stesso tempo.

E tra i dischi che hai ascoltato quale porteresti sull'isola deserta?
Più di uno. Te ne dico alcuni ma non mi basterebbero. Un disco per andare altrove pur restando lì è Kind of blue di Miles Davis. Un disco che mi commuove è Sunday at the Village Vanguard del Bill Evans Trio. Un disco che mi diverte resta Ella & Louis di Ella Fitzgerald e Louis Armstrong per stare allegra, e un disco per ballare, ce ne vorrebbe più di uno per ballare con tutto quel tempo su un’isola deserta...diciamo per esempio Live at the Apollo di James Brown.

Quali sono stati i tuoi maestri nella musica, nella cultura, nella vita?
Mia madre per la grande cultura, l’essere fuori dagli schemi, il suo pensiero libero da condizionamenti e preconcetti. Ho avuto una famiglia colta e molto stimolante. Giorgio Gaslini per i suoi insegnamenti così lucidi e per la sua grande semplicità e umanità. Sto cominciando ora a dare un posto alla sua assenza. Gli devo molto. Il teatro, proprio come luogo fisico, perché ricorda e restituisce l’eco di tutto il talento, l’emozione, la parola e l'arte di chi ha camminato sulle travi di legno che ricoprono il palco. È un’emozione che non si può spiegare. Ogni volta andar via, svuotare il camerino è difficile.

E le cantanti che ti hanno maggiormente influenzata?
Quelli che mi hanno influenzata non saprei. Ho fatto un percorso mio, non imitativo. Quelli da cui c’è sempre da imparare sono tanti. Ne cito alcuni saltando di palo in frasca in quanto a generi musicali: Michael Jackson per come stava sul tempo, Stevie Wonder e basta la parola, Bjork perché è fuori da tutti gli schemi, Janis Joplin per l’urlo e per la pancia, Maria Callas per l’emozione pura che mi da.

Qual è per te il momento più bello della tua carriera di musicista?
Tutte le volte in cui canto su un palco, in teatro. 

Come vedi la situazione della musica in Italia?
La situazione della musica in Italia mi sembra uguale e sovrapponibile alla situazione dell’Italia in questo momento. Esterofila, confusionaria, contraddittoria ma piena di talenti, risorse, calore, idee, pochi mezzi e grande fatica per realizzare progetti nuovi. 

Cosa stai progettando a livello musicale per l’immediato futuro?
È appena uscito il video musicale di La vie en rose tratto da Fil Rouge. Ho cominciato a lavorare ad un nuovo progetto discografico, ne sto abbozzando la struttura ma, proprio perché sono una persona che approfondisce, ora sono nella fase in cui scrivo migliaia di appunti, raccolgo fonti, penso, provo. Una fase di messa a fuoco, diciamo. Faticosa ma esaltante.

Cfr.: Lucia Minetti, Fil Rouge, Velut Luna, 2016

 

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