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Ginevra Di Marco

Il mare e la terra

Ginevra Di Marco – personalità autentica e voce duttile e tra le più belle del nostro Paese – continua la navigazione attraverso i mari mossi della musica popolare italiana e del mondo, alla ri-scoperta di rive espressive vicine e lontane, a volte lontanissime. In occasione dell’uscita del nuovo lavoro Donna Ginevra – ideale prosecuzione di “Stazioni Lunari” e probabile punto di partenza verso avventure attinenti – le abbiamo rivolto alcune domande tese a far luce sul perché di una scelta interpretativa che non si è mai comodamente appoggiata sull’importante passato (CSI, PGR) e che ha sempre più il sapore di via impervia, anziché di scorciatoia verso i larghi consensi.


“Donna Ginevra” sembra il naturale continuo di “Stazioni Lunari”. Perché hai voluto mantenerti sulla stessa linea espressiva?
Questo nuovo lavoro è sicuramente da considerarsi un secondo tempo, una continuazione. Anche perchè il primo disco – nel senso che è il primo da interprete e non da cantautrice – l’ho affrontato calandomi in questo mare sconfinato del repertorio della musica popolare, e quindi essendo stato il primo tuffo non poteva esaurirsi lì. È un mare dove mi sento di nuotare a mio agio. In “Donna Ginevra” ho messo ancora più in risalto l’interpretazione che ho acquisito negli ultimi anni, molto teatrale direi.

Quella di “Stazioni Lunari” è stata una scommessa vinta. Quanto rischio ti sei presa con “Donna Ginevra”?

Facendo delle scelte di un certo tipo il rischio si corre sempre, ma credo che fosse un cammino musicale che andava proseguito. La mia è una scelta artistica molto particolare: inseguire sempre ciò di cui m’innamoro, anche se in questo momento, indubbiamente, sconsigliabile da un punto di vista puramente di marketing. Io ho cambiato faccia molte volte perché è una necessità, cambiare dove mi va di cambiare. Sono diventata interprete e in questo senso mi sento arrivata a casa e di aver trovato una dimensione che mi piace, mi valorizza e restituisce alla musica una forza che sentivo mancare. Mi sento calata in una dimensione che è mia.

Quanto ti diverte cantare questi brani?

Non ne parliamo proprio! (ride, ndr) Molto, molto perché sono uno diverso dall’altro e ho la possibilità proprio di divertirmi. A me la grande varietà piace molto e quindi queste canzoni sono perfette, anche per la diversità delle lingue. Anche il concerto l’ho impostato sulla grande diversità dei sapori, dai momenti soffusi ai ritmi più coinvolgenti non ci si annoia mai.

Quando una canzone ha le caratteristiche giuste per essere cantata?
Io ho un’attrazione spasmodica verso le altre forme musicali che sono diverse dal nostro modo, mi piace curiosare nei diversi ritmi, nelle diverse abitudini, e cercare di capire perché un canto esiste, cosa sta intorno a quella canzone, a che cosa serve. Per esempio nell’aria dei Balcani il canto è legato alla visione sociale, a un incontro tra persone; si canta ai matrimoni, ai funerali, si suona sempre e questo è molto bello anche sotto l’aspetto della condivisione, del coinvolgimento delle persone. Cerco anche canzoni che abbiano un testo interessante. Nel repertorio popolare è molto facile trovare canzoni che nascono da una necessità, perché cantavano gli emigranti, le donne costrette in casa, si cantava per il raccolto, ogni cosa ha un pezzo di storia, quindi è facile trovare belle cose. Bisogna saper farsele proprie e riproporle in una maniera che possa essere interessante anche oggi.

In che modo riesci ad unire brani lontani per estrazione e forma?
Il filo conduttore tra i brani cerco di darglielo con gli arrangiamenti, con una pasta sonora che possa essere riconoscibile in tutto l’album. Il significato di ogni pezzo è un mondo a sé, che poi viene omogeneizzato nel contesto.

Hai voluto mettere il tuo nome in primo piano e la tua figura in copertina intenta a indicare la direzione giusta. Qual è il significato del titolo “Donna Ginevra”?
Il titolo è nato spontaneamente visto che “Donna Ginevra” è un appellativo che in questi anni mi sono molto spesso sentita dire dalle persone che vengono ai concerti, una sorta di rispetto che probabilmente ha a che fare con un immaginario comune che mi vede come una donna forte e responsabile, di quelle che c’erano una volta. Quindi è un appellativo che ho deciso di prendermi volentieri perché onorarlo mi fa da stimolo. Allo stesso tempo avevo un po’ di timore nel risultare presuntuosa, avevo paura di mettere la mia faccia e che la gente dicesse “ma chi si crede di essere”? Quindi ho dato questo nome alla barca che mi porta. Noi siamo dei musicisti abbastanza indipendenti, lavoriamo in maniera artigianale e quindi ci sentiamo sempre su una barchetta che va per il mare e non si sa mai se affonderà o resisterà alle ondate. Quando arriviamo alla fine di una tournée diciamo sempre “anche stavolta la barchetta ce l’ha fatta”.

Che sensazione ti dà cantare le canzoni popolari che sono appartenute ad altri modelli di società e che sono legate a problematiche, a volte, lontane dalle nostre?
Quello che io cerco è il sapore vero di ciò che ha determinato certe canzoni, cerco di rivitalizzare quelle sensazioni e quei significati riportandoli nell’oggi. Ovviamente se a un ragazzo gli faccio sentire La malcontenta nell’originale, ti vomita; ovviamente è un modo che non esiste più ed è fuori dai tempi rispetto a noi, quindi cerco di rinfrescare musicalmente una tradizione che ha ancora tanto valore da poter trasmettere. Penso sia un percorso interessante che può essere legato alla musica, ma anche l’occasione d’approfondimento di qualcosa. È un repertorio pieno di messaggi possibili ancora oggi, come ne Il crack delle Banche dove c’è un testo attuale anche se in realtà è dei primi del novecento, e fa sorridere quanto sia adatto ai giorni nostri, con gli uomini al potere che sono poi sempre uguali e sempre ladri, quindi…

Cos’ è che ti lega così tanto alla terra, alle tradizioni contadine?
Un’indole che ho. Sono sempre cresciuta vicino alla campagna, anche se, di fatto, sono una cittadina nata a Firenze. Però ho sempre frequentato la campagna, mio padre e i miei nonni sono sempre stati in campagna, è un valore che mi porto dietro. Mio padre stesso era uno che andava a cantare e riscoprire canzoni. Lui le cantava con la chitarra. Ci sono cresciuta con certi sapori, anche se in realtà durante l’adolescenza ho voluto dimenticarmene; poi cresci, hai dei figli, cambia il tuo rapporto con la vita, cambiano le priorità che hai e quindi c’è un ritorno alle origini e scopri di somigliare ai tuoi genitori più di quanto pensavi.

Parliamo della tua voce. Da parte di chi ascolta si sente una maturazione e un affinamento. Te ne rendi conto anche tu o ti sembra di cantare come hai sempre fatto?
Non posso pensare di essere arrivata in questo senso, ci mancherebbe, perché la voce è uno strumento e non si finisce mai di scoprirlo. È indubbio che negli ultimi cinque anni ho avuto molti cambiamenti, ho scoperto cose nuove, probabilmente ho fatto anche tante cose diverse rispetto a prima. Sono stata dieci anni con i CSI e poi nei PGR, dove avevo un ruolo, un significato preciso, che andava sempre in una direzione. Quando quella storia è finita ho cercato di aprirmi a quello che non avevo vissuto, che è stato collaborare con alte realtà, aprirsi alla musica in maniera libera. C’è stato un grosso cambiamento. Ho scoperto anche tante sfaccettature della voce che non sapevo di avere, perché non le avevo conosciute, e chissà quante altre ce ne saranno.

Quali sono le tue cantanti di riferimento?

Non ho mai alimentato questo pensiero, non ci credo molto. Ascolto tantissima musica, di ogni genere e specie. C’è un’infinità di cose da scoprire. Ho sempre pensato che sia importante trovare una propria personalità anziché voler somigliare a qualcuno. È più importate lavorare sulla propria sensibilità e cercare di trovare un tuo modo. E questo la musica lo ha dimostrato. Tra molti vale di più un Jovanotti che non è un grande cantante, o un Ferretti, che ha dimostrato esattamente quanto si può esistere anche non essendo un cantante dall’estensione particolare. Certe cose vogliono fartele credere a “X Factor”, ma non è così, la realtà è un’altra. La personalità è la cosa più importante.

Ami cantare, tra le altre, canzoni popolari rom: che idea hai dell’integrazione e del razzismo?
Ho sempre pensato che la musica, e questo poi la storia lo ha dimostrato, più di tanto non possa fare. Credo però che se una canzone serve a far cambiare qualcosa sono già contenta. Per questo disco avevo preparato molte più canzoni di quelle che poi sono andate dentro, circa trenta pezzi, ma ho voluto fortemente Ali Pasha, un pezzo albanese. Ho pensato che forse non serviva a nulla, però oggi mi piace cantare un pezzo albanese e far pensare che ogni cultura ha tante bellezze da poterci insegnare. In un momento in cui sembra essere tornati indietro di cento anni, dove assistiamo al festival dei luoghi comuni: il rom ruba, l’albanese è stronzo. Questo è quello che ci viene inculcato o cerca di inculcarci il governo, c’è una repressione fortissima, e l’abbiamo visto da quando il nuovo sindaco di Roma ha smantellato i campi, sta succedendo l’inverosimile, queste cose mi sdegnano molto. Credo veramente sia importante che i nostri figli nascano e crescano non pensando a dover essere tolleranti, ma che tutto ciò sia normale. Il Mondo è cambiato e bisognerebbe lavorare per un’integrazione vera, seria e assai rispettosa. Purtroppo siamo molto lontani.

Sei una persona che ama stare in mezzo agli altri e condividere le esperienze. Ma quando c’è da prendere una decisione importante in ambito artistico con chi ti confidi?
Mi confido con il mio alter ego totale che è Francesco Magnelli, con il quale condivido praticamente tutto, sia la parte affettiva che la parte lavorativa della mia vita. È il primo con cui parlo di qualsiasi cosa, tengo molto in considerazione il suo pensiero. E altrettanto importante è avere a che fare con il parere dei miei collaboratori. Noi siamo un gruppo di lavoro stretto, facciamo tutto da noi: dall’organizzazione dei concerti ai libretti dei cd. Voglio che sia così perché ho sempre pensato che fosse più produttivo lavorare con le stesse persone nel tempo e fare un percorso insieme, in modo che ci possa essere una crescita per tutti. Mi piace l’idea della barchetta… L’intesa tra noi è sempre più forte. Difatti spesso parlo al plurale e non mi considero mai da sola.

C’è l’idea di percorrere ancora la strada della musica popolare?

Direi di sì, non so in quale forma, però nell’interpretazione senz’altro. Mi piacerebbe fare un progetto legato alle danze, ai posti, non so, ho delle idee in testa, poi si vedrà. Intanto vediamo cosa succede.

Tempo fa hai dichiarato: «Un gruppo l’ho avuto, mi basta e mi avanza». Qual è la cosa più importante che ti ha lasciato l’esperienza con i PGR? Sai che è in uscita un loro nuovo lavoro?

Devo molto a quell’esperienza. Ho avuto l’opportunità di fare un sacco di belle cose, sono stata proiettata in giovane età a fare cose importanti, mi sono ritrovata presto a registrare dischi. È stata una palestra professionale molto importante. Lavorare con Giovanni Lindo Ferretti era altamente formativo e stimolante. Ho avuto a che fare con persone importanti che hanno determinato parte della mia crescita. È vero anche che ora essendo passato un po’ di tempo devo anche molto al periodo arrivato dopo, inizio a tenerci a dire questa cosa. Ognuno è la somma delle cose che vive, non solo di lavoro, ma anche di vita, come per me è stato importante diventare madre, vuoi mettere! Non ho assolutamente rancori nella maniera più assoluta, con Giovanni ci sentiamo, mi ha fatto ascoltare il disco nuovo, saremmo degli stupidi a rivangare delle cose di cinque o sei anni fa. La verità è che ci vogliamo bene, da lontano, ognuno facendo le sue cose e basta.


(14/04/2009)

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