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Stona

In equilibrio tra vita, musica e parole

Milano è spesso luogo di incontro quando si vuol parlar di musica e si sceglie di non farlo per telefono. Soprattutto perché parlare di cantautorato è parlare di forma d'arte fatta di parole, racconti ed eccedenze interne a cui dar forma, ed è più sano e bello farlo a quattr'occhi, quando possibile. È andata così anche con Stona, artista piemontese da poco uscito con il suo nuovo album, con cui si decide di lasciare che siano i Navigli milanesi a farci da cornice. Ma proprio mentre stavamo impaginando l’articolo sono arrivate in redazione due notizie che non abbiamo avuto ancora il tempo di commentare con lui. La prima è che Stona sarà finalista della 13ª edizione di 'Botteghe d'Autore', uno dei più conosciuti e longevi concorsi del Sud Italia, e la seconda è che il cantautore piemontese è tra i 15 semifinalisti di 1M Next, il contest che porterà 3 artisti/gruppi a suonare sul palco del 1° maggio a Roma. Un ulteriore riconoscimento che arriva dal pubblico e dalla critica, che lo segnalano come uno degli artisti più interessanti di questi ultimi anni. Torniamo quindi alla nostra passeggiata meneghina, tra risate e occhi trasparenti che inizia inevitabilmente così…
 

Partiamo da Stona. È un nome d'arte, giusto?
Eh già, è il mio nome d'arte ed è diventato una cartina di tornasole per capire chi mi trovo di fronte. Infatti, quando mi sento dire, spesso con sorrisini sommessi "Stona? certo che scegliere questo nome per un cantante non è il massimo...", ecco capisco già che l'ironia non è arrivata e non mi posso aspettare molto dalla conversazione. Ovviamente lo dico anch’io con molta ironia…

Bene, allora non te lo dirò, anche perché so che è proprio voluta la scelta, quasi provocatoria...
Il mio nome è Massimo Bertinieri, ma visto che non l'ho mai considerato molto “musicale”, è nata questa cosa di Massimo Stona, inteso inizialmente come voce del verbo stonare. Poi ho preferito lasciare solo "Stona", ma sempre in tono provocatorio e, come dicevo prima, con una giusta dose di autoironia.

Quella è sempre fondamentale nel mettersi in gioco, cosa che hai fatto anche recentemente con l'uscita del tuo nuovo lavoro "Storia di un Equilibrista". Ma prima di parlare di questo, vorrei sapere da dove tutto è iniziato, quando è iniziata la musica per te...
Sono cresciuto a Novi Ligure, ed ho iniziato suonando e cantando con gli amici nelle cantine, avvicinandomi prima alla batteria poi alla chitarra, ma è intorno ai primi anni del 2000 che ho iniziato ad avere qualche riscontro vero, con le prime partecipazioni a concorsi musicali. Ho preso parte a delle compilation e pubblicato alcuni singoli con piccole etichette. Il tutto con gli inevitabili alti e bassi e qualche pausa, dati soprattutto dalla difficoltà di trovare una mia identità nella scrittura. Un primo importante cambio di passo arriva nel 2015, dopo l'incontro con Nicolò Fragile e Davide Bosio, ai quali ho presentato alcuni pezzi inediti registrati solo voce e chitarra, con sonorità latine tipo Bossa Nova. In quella musica c'era del buono, ma la scrittura era ancora immatura. Insieme a loro ho trovato un modo per reinventarmi e una forma nuova per scrivere canzoni. Da questo incontro è nato il singolo autoprodotto Estate senza preavviso.

Fino al fortunato incontro con Guido Guglielminetti, raffinato musicista che ha collaborato con moltissime figure chiave della nostra musica, da Battisti (suo il basso nell’album “Il mio canto libero”) a Tozzi, Fossati, le sorelle Bertè, alle canzoni scritte per Mina, ad Anna Oxa (sua la musica di Un’emozione da poco, con testo di Fossati), senza dimenticare che sono ormai trent’anni che è al fianco (in studio e nei live), come bassista e produttore, di Francesco De Gregori...
Beh, che dire, Guido è un tassello centrale per capire la grande scuola cantautorale italiana. L’ho conosciuto in occasione di uno dei suoi Corsi di produzione musicale che teneva - e tiene tutt'ora - presso il PSR Practice Studio Recording, il suo studio a Peveragno (Cuneo), e che ora è anche un'etichetta, la PSR Factory. Ho proposto a Guido di ascoltare un po’ di miei brani (tutti inediti, perché della scrittura del passato come dicevo non avevo tenuto nulla) e dopo un primo ascolto, ha deciso di produrmi. Da quel momento è iniziato un bel percorso artistico. Partendo da un’idea condivisa, abbiamo iniziato a lavorare in modo che quei brani avessero sì un unico filo conduttore, ma mantenessero il proprio mondo, la propria singolarità. (nella foto in alto Guido e Stona davanti alla sede del Club Tenco a febbraio 2019, dopo un live durante la 2ª edizione di 'Sa(n)remo senza confini' organizzata da L'Isola che non c'era).

Qual è stata la soddisfazione più grande di questa collaborazione?
Nulla di nuovo se dico che a volte il lavoro del produttore può arrivare a stravolgere quasi interamente l'essenza iniziale dei pezzi di un autore. La mia esperienza con Guido è stata diversa e dopo l'ascolto delle tracce di quello che poi è diventato Storia di un Equilibrista mi disse: "Non cambierò moltissimo del tuo lavoro, l'anima dei brani funziona, lavorerò sulla forma e sulla personalità". E così è stato. Ha dato un contributo fondamentale, con una produzione elegante e raffinata ed è riuscito a creare quel filo conduttore di cui parlavamo, e a definire il mio mondo musicale. Avevo infatti già realizzato personalmente, nel piccolo studio che ho in casa, una pre-produzione di molte tracce, e vederle crescere rimanendo fedeli all'idea iniziale è stato motivo di grande soddisfazione e gioia.

Uno dei tuoi brani che amo maggiormente - e che è uscito come singolo lo scorso ottobre - è sicuramente Santa Pazienza, mi racconti un po' di questo brano?
Ha una genesi strana, quasi da non credere se penso al risultato finale. Si intitolava Scusa ma sai ed inizialmente lo avevo, lo avevamo scartato. Quando poi, pronte nove tracce del disco, si decise di metterne una decima, mi sono preso qualche giorno per decidere su cosa puntare. Sono tornato nel mio studio, l'ho ritirata fuori e l'ho registrata solo voce e pianoforte, reinventandomi linea melodica e testo. Buona la prima, l'ho inviata al volo a Guido e anche a lui in questa veste è piaciuta molto. Con Carlo Gaudiello al piano, Chiara Di Benedetto al violoncello e l'arrangiamento degli archi a cura di Guido stesso, quel brano è diventato poi Santa Pazienza che è finita nel disco (clicca qui per vedere il video).

Una canzone davvero intensa, a volte è incredibile vedere come certi brani possano nascere in maniera così semplice...
Vero, è un'altra delle cose che ho amato maggiormente della collaborazione con Guido è proprio questa, la semplicità. Certo, unita ad una grande professionalità, ma non dimentico i momenti presi per staccare e fare due passi in montagna io e lui, senza rumori, senza distrazioni. In questo senso mi sento di dire che è un disco semplice, nato con genuinità.

Parlando invece degli altri brani che formano “Storia di un Equilibrista”, troviamo piccoli frammenti autobiografici ma anche storie inventate, ce ne parli?
La maggior parte delle canzoni dell'album sono nate nel terrazzo della mia casa di Sanremo, di fronte al mare, quindi un po' del legame che abbiamo io e mia moglie col mare traspare in qualche pezzo.

Come ne L'Agio del naufragio per esempio...
Sì, esatto, e proprio in questo brano ospito la bravissima Chiara Ragnini, cantautrice ligure che vive ad Imperia e che ha dato un contributo importante alla resa del pezzo, che tra l'altro avevo pensato fin dalla sua nascita come ad un duetto. Altro pezzo che è in qualche modo autobiografico e a cui sono molto legato è Nel mio armadio, brano che scrissi per la mia futura moglie e che ho cantato a sorpresa il giorno delle nozze, rigorosamente al mare, sempre per tornare al discorso di prima.

Finora abbiamo parlato del lavoro di “studio”, realizzativo, ma quali sono le emozioni che ti arrivano quando suoni da vivo e più in generale come ti rapporti con la musica?
L’avrai sentita già mille volte questa risposta, ma anch’io ti dico che “sento il bisogno” di fare musica. Il mio lavoro principale mi porta lontano da qualsiasi forma artistica e la musica, che ormai da tempo vivo come attività parallela (con tutte le difficoltà logistiche che comporta), è una via di fuga che mi riempie e lascia spazio all'espressione di ciò che sono. Sono sempre io, ma in qualche modo mi racconto. Mi chiedevi poi dei live. Ne ho fatti molti, su palchi più o meno importanti, e sicuramente ciò che amo di più del suonare dal vivo è osservare gli sguardi di chi mi ascolta, poter interagire con il pubblico.

A quali generi di musica sei legato maggiormente, e c'è qualcuno che ti ha influenzato nel tuo fare musica?
Ho sempre ascoltato generi diversi, ma amo in particolar modo il rock americano (Eagles, Dylan, Springsteen…) e, dopo tanto ascolto, io per primo sono rimasto sorpreso da quanto la mia musica differisca completamente da questo mondo. Inoltre, ho una grande ammirazione per i cantautori italiani degli anni 70, Francesco De Gregori sopra a tutti ed è anche per questo che il mio avvicinamento a Guido Guglielminetti è stato proprio voluto e cercato. Detto questo, mi sono state attribuite le più varie somiglianze, a cantautori molto differenti tra loro, in cui raramente mi ritrovavo, ma in ogni caso non ho mai cercato di imitare nessuno.

La cura della parola, del testo, all’interno di una canzone, è stata la base per gran parte della cosiddetta ‘canzone d'autore’, un approccio che seppur cambiato nel tempo ha una sua dinamica precisa anche oggi. La vita (non solo artistica ovviamente) di ogni artista è straordinariamente unica. Banale dirlo ma giusto ricordarlo. Chi riesce a raccontarla, a trasferirla con intuito, originalità e soprattutto sincerità, riuscirà inevitabilmente a trovare sintonia con la gente. Certo, poi la differenza può farla il talento, la tecnica, ma sulla forma e l'espressione non si finisce mai di lavorare, di ricercare, di imparare. In tutto questo, la musica diventa spesso protagonista assoluta, ma di contro può diventare ‘accompagnamento’ sonoro, seppur fatto con garbo ed eleganza. La giusta alchimia tra scrittura, musica e interpretazione credo sia una delle espressioni più alte quando si parla di Arte. Dovremmo convincercene tutti, ma farlo davvero, perché la “canzone” è parte fondante della nostra cultura moderna.
È un discorso che condivido e che certo meriterebbe approfondimenti più ampi. Ma tornando al concetto iniziale, sono convinto anch’io che proporre musica e melodia forti con un testo debole non porti lontano, o comunque non riesca ad ottenere la giusta attenzione. Mentre con una musica magari meno protagonista ma dove il testo arrivi forte al cuore delle persone, soprattutto se si scrive di quello che si sa, di quello che si è, il risultato finale può essere comunque vincente. Sto scrivendo materiale nuovo e infatti mi sto concentrando molto sullo sviluppo dei testi, delle tematiche, convinto che la musica e le melodie mi arriveranno con più naturalezza. Questo però non dovrà distrarmi dalla ricerca di un equilibrio continuo tra testo, musica ed espressività.

Progetti e aspettative per il futuro?
Non ho una spiccata smania di ‘successo’ nel senso più gossipparo del termine, ma è ovvio che mi farebbe piacere ottenere altri riconoscimenti per la mia musica, soprattutto per dare continuità a quello che sto facendo. Vorrei potermi guardare allo specchio e sapere che ho trovato in qualche modo un mio spazio nella musica, un mio ruolo. Prima dell'incontro con Guido tutto era indefinito, e pur sentendomi sempre un equilibrista della musica, oggi su quel filo ci salgo più sicuro e convinto. Anzi, qualche volta guardo giù e mi godo lo spettacolo.

servizio fotografico di Raffaella Vismara 

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