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Michele Gazich

Indagatore dello spirito

   
Prologo

Se Dylan Dog è chiamato “indagatore dell’incubo”, Michele Gazich potrebbe essere chiamato “indagatore dello Spirito”. Questa dimensione gli è sempre appartenuta già dal suo primo lavoro del 2008 (“Dieci canzoni di Michele Gazich”). Una dimensione che Gazich ha fatto crescere nel tempo grazie alla sua profondità di visione, una cultura enciclopedica, la capacità, discreta, di entrare in sintonia con le storie dalle origini più disparate fino a giungere nell’esplosione artistica di un album unico come “Temuto come grido, atteso come canto” del 2018. Nel frattempo, a legare questi dieci anni di lavoro discografico, tanti concerti ed incontri con artisti e mondi molto diversi tra loro ma uniti da un filo comune: la ricerca interiore attraverso nuvole di note e polvere di parole, come luci che accompagnano il proprio cammino umano e spirituale. L’orizzonte musicale e discografico di Michele Gazich è destinato a riempirsi a breve di un nuovo lavoro dal titolo molto originale (non è che i titoli dei precedenti album non possedessero la loro originalità) qual è Argon, che uscirà in autunno. L’artista bresciano (ma da un anno questa parte veneziano d’adozione) ci racconta in anteprima e in esclusiva molte cose di sé stesso e del suo futuro album in questa lunga ed intensa chiacchierata.

Mentre scriviamo ci giunge la bella notizia che il 19 giugno, a Pavia, Michele Gazich sarà in concerto, il suo primo concerto di questo 2021, nella formazione trio, con Giovanna Famulari e Marco Lamberti.

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In una delle nostre conversazioni ‘dal vivo’, quando ancora ci si poteva incontrare, pur con le cautele del caso, mi hai parlato del tuo futuro album, “Argon” (la cui pubblicazione è prevista il prossimo autunno) ed ho avuto il piacere di ascoltare, in esclusiva, il brano omonimo che mi ha lasciato senza parole per la sua intensità emotiva. Vuoi dirci qualcosa di questo progetto (coraggioso)?
Ci provo, anche se non è mai facile per me sintetizzare con delle parole quello che ho creato con la musica. L’Argon, (dal greco ἀργός –όν, cioè “refrattario all’azione, pigro”) è un elemento chimico della tavola periodica, fa parte del gruppo dei gas nobili, nobili perché hanno la caratteristica di non combinarsi o combinarsi a fatica con gli altri elementi. Un tempo veniva anche detto, suggestivamente ed evocativamente, inerte e raro.  ‘Argon’, inoltre, è il titolo del primo racconto de ‘Il sistema periodico’ (1975) di Primo Levi: autobiografia attraverso i 21 elementi della tavola periodica, che diventano spunto per brevi narrazioni autobiografiche. Levi, oltre che scrittore, fu chimico. Nel racconto ‘Argon’, Levi descrive i suoi antenati ebrei piemontesi, che vivevano in un atteggiamento di dignitosa astensione a margine della società, da una parte diciamo per forza, ma aggiungerei anche per scelta. Per questo la mia composizione ingloba anche un canto, una preghiera, che era in uso nella comunità ebraica piemontese. Ho esteso la metafora di Levi, per cantare anche della condizione dell’artista: spesso a margine, tuttavia mai marginale. Se si escludono rari casi felici ed eclatanti, il lavoro dell’artista è lavoro segreto e negletto dalla società, perché è apparentemente inutile. Esso è invece fondamentale per la sopravvivenza del mondo, come l’altrettanto segreto lavoro delle api e dei lombrichi.
La mia Argon racconta molto anche attraverso la musica, le voci e i suoni: racconta ciò che le parole non riescono a dire. La musica sboccia in fiori strani dal profumo intenso e spezza le catene della forma-canzone. Ci sono naturalmente il mio violino e la mia voce, c’è la fedele chitarra classica di Marco “Tibu” Lamberti, ma ci sono anche basso, batteria e la fisarmonica errante di Vincenzo “Titti” Castrini. La canzone ha soprattutto un forte colorito orientale, grazie ai melismi della voce della cantante armena Rita Tekeyan e al bouzouki, di deandreiana, memoria del mio amico Giorgio Cordini (qui sotto nella foto)

 

L’Argon, dicevamo, è certamente un gas nobile e a proposito di questo aggettivo… hai trovato qualcosa di ‘nobile’ nei giorni disastrati che stiamo vivendo da mesi? 
Dalla primavera del 2020 (ma in fondo avveniva già da tempo), sono passati sopra le nostre teste venti potentissimi. Impossibile contrastarli. Impossibile stare in piedi. Siamo caduti. La nobiltà si è espressa in un’umile, ma non per questo meno fulgente, declinazione quotidiana: negli atti d’amore che siamo riusciti a rivolgerci, con semplice ma urgente necessità. La mano tesa verso chi stava a terra.

Ritieni che nella metafora della tavola periodica è nascosto anche il senso dell’invisibile che ci sfugge ma ci governa? Come coniuga, un musicista, questa condizione?
Non ho mai pensato che ciò che faccio artisticamente avvenga grazie a me. Anzi, sono solito dire che avviene malgrado me. Ho un corpo fin dall’infanzia segnato da varie problematiche e sono mezzo sordo... Incredibilmente questo corpo e queste orecchie deboli mi hanno portato comunque in giro per il mondo a suonare, per tanti anni. E spero di riuscire a farlo ancora. Sto scrivendo un libro: ‘Vita meravigliosa di un disabile ad alto funzionamento’, che racconta la mia vita paradossale. Penso di essere sempre sopravvissuto fino ad oggi e di avere fatto ciò che ho fatto, grazie alla costante percezione di un altro livello di realtà, molto diverso da quello nel quale ci pensiamo e agiamo abitualmente.  

Cosa accade alla vita “segreta” di un musicista, quella nascosta del proprio privato, quando questa si scontra con l’indicibile difficoltà e dolore dell’assenza?
Vivo nella musica ogni istante della mia vita, perché la musica è la mia vita. La musica è sempre perentoriamente presente e mi accompagna. Nessuna assenza. Se invece con "assenza" alludi a "non suonare più dal vivo", ti do, ahimè, pienamente ragione. Il mio ultimo concerto è stato il 5 febbraio 2020, all’Università di Firenze. Il lavoro dell’artista, tuttavia, è spesso o quasi sempre, segreto, come quello delle api e dei lombrichi, come dicevo prima. Il concerto o il disco sono i momenti clou in cui questo lavoro viene alla luce. Ma sono momenti isolati: il lavoro è quotidiano, incessante, spesso frustrante e concede poco riposo. Pablo Picasso era solito dire che “il lavoro dell’artista non è mai finito”.

Ripropongo la stessa domanda ma con una prospettiva diversa e cioè cosa accade alla vita della società quando sono la musica, l’arte, a venire meno?
L’arte, la creazione artistica - dicevo - procede sempre. L’arte non viene meno: è la società senza arte che viene meno. “Perché la vita non vive?”, cantavo qualche anno fa [la canzone Perché la vita non vive fa parte dell’album “La Via del Sale (2016)]. Il processo di soffocamento e quasi annullamento dalle manifestazioni artistiche più libere e innovative è stato solo esasperato dalla pandemia che l’ha condotto alla sua estrema conseguenza: il nulla, la vita che non vive. Ti parlerei del mio caso personale, non perché sia così particolare, ma perché così ti racconto qualcosa che so bene. Come sai, io suono ovunque ci sia un orizzonte di ascolto. Può essere anche la latteria sotto casa. Ma frequento, in realtà, anche i luoghi ufficiali della cultura (non solo musicale). Ho recentemente effettuato, ad esempio, concerti presso le Università di Brescia, Bergamo, Venezia e Firenze. Ma lo sanno in pochi. Mi interessa più il fare dell’apparire. Non mi interessa il gossip culturale: mi interessa fare arte. Ma quasi non esisto per la ‘cultura musicale nostrana’. D’altro canto essa stessa stenta ad esistere, negata e lacerata tra due principali modalità, diverse ma altrettanto sterili e perniciose: a) le violente politiche di vendita o televendita del nulla, tipiche della musica di consumo; b) i teatri stabili, musei dove forse qualcosa si conserva, ma certamente nulla si crea e molto si distrugge. Bisognerebbe chiuderli invece di continuare a foraggiarli! Fin da quando ero un ragazzo, ho collaborato con artisti statunitensi: Michelle Shocked, Mark Olson, Eric Andersen, Mary Gauthier (qui insieme in una foto di repertorio) e tanti altri. Non certo per esterofilia, ma perché qui in Italia non sarei mai riuscito, facendo arte, a mettere assieme il pranzo con la cena.



 

Argon è un brano cupo, oscuro, enigmatico ma che cerca, attraverso il suono, la liberazione. Tu come lo definiresti?
È un viaggio, un viaggio dell’anima, un viaggio interiore. Tante voci risuonano in questa canzone e non parlo solo di chi la canta e di chi la suona. C’è la voce di Primo Levi, ci sono le voci degli ebrei piemontesi spaventosamente accostate alla dolente violenza di una musica cromatica di stampo wagneriano. Sì, hai ragione: il finale della canzone è catartico, liberatorio. Tutta la tensione precedente si stempera nella preghiera ebraica.

Negli ultimi anni hai lavorato molto negli U.S.A. in particolare con Mary Gauthier. Da quando si è manifesta la pandemia hai partecipato ai suoi spettacoli domenicali via web (credo oltre cinquanta fino a metà Marzo). Cosa rappresenta, per te dal punto di vista artistico, l’essere parte di un mondo musicale lontano dai nostri stili musicali?
Collaboro con Mary dal 2002, quasi vent’anni. Pensando a lei, penso soprattutto alla vicinanza, non alla lontananza. Abbiamo lavorato, scritto, suonato insieme per decenni; abbiamo condiviso le nostre ricerche, i nostri sogni, i successi, ma anche le frustrazioni. Siamo amici, nel profondo. Abbiamo fatto conoscere a tutti la nostra amicizia attraverso le trasmissioni in streaming, ogni domenica: non ne abbiamo saltata neanche una. È stato anche un modo meraviglioso per stare sempre vicini a tutte le persone che ci hanno seguito in concerto, per tanti anni. Ogni domenica Mary da Nashville, io dall’Italia e un songwriter o uno scrittore ospite ci siamo raccontati e abbiamo suonato qualcosa, con forte interazione da parte di coloro che ci seguivano. Mentre lavoravo ogni settimana a costruire il mio intervento per lo streaming domenicale, a scrivere musica e parole, ho sentito piuttosto la mia Italia molto distante! Ogni tanto sbirciavo Facebook e vedevo che invece di fare qualcosa, si dibatteva se fosse bene o no fare musica in streaming. Assurdo. Ma chi se ne importa? Tutto va bene per portare il proprio messaggio! Se ci si crede, tutto può esserne veicolo: pensa quante poesie sono state scritte sulle pareti di una cella!

Mi è noto che eri amico di Paolo Finzi, figura storica dell’Anarchismo e tra i fondatori e operatori di “A – Rivista Anarchica”, la cui morte ha lasciato sgomenti tutti coloro che lo conoscevano. Tu però non sei rimasto allo stupore ma hai scritto un brano intenso in sua memoria dal titolo molto particolare: Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. Ci vuoi parlare della sua genesi e del suo significato?
Ho conosciuto Paolo Finzi (qui nella foto) solo negli ultimi anni della sua vita. La mia stupida riservatezza mi aveva impedito di farlo prima. Ricordo molto bene il nostro primo incontro, alla redazione di A-Rivista Anarchica. Passammo alcune ore insieme. Io gli raccontai tutta la mia vita. Non avrei potuto fare diversamente di fronte alla sua generosa curiosità. Parlammo naturalmente di anarchia, ma anche, senza soluzione di continuità, di musica, di ebraismo, di libri, di De André e di molto altro. Mi invitò immediatamente, quel giorno stesso, a scrivere per A-Rivista Anarchica e accolse poi i miei scritti con gentilezza, sempre spronandomi a persistere, a scrivere ancora.


L’ultima volta invece, piuttosto surrealmente, ci incontrammo sul palco del Teatro Ariston a Sanremo. Era l’ottobre 2019: quella sera Paolo avrebbe consegnato la Targa Tenco al nostro amico comune Alessio Lega. Io ero lì per accompagnare Alessio con il mio violino. Sul palco il momento fu memorabile e altamente significativo. Ma in realtà Paolo ed io ci incontrammo prima di salire sul palco quel giorno. Arrivammo insieme quella mattina a Sanremo, in treno, penso sullo stesso treno, ma in treno non ci incontrammo. Scendemmo dal treno e percorremmo entrambi il lungo tunnel pedonale che conduce all’esterno della stazione ferroviaria, ancora senza riconoscerci, ognuno immerso nei suoi pensieri. Camminavamo lentamente, ognuno con la percezione di un altro uomo che percorreva quel lungo corridoio, in solitudine. Solo alla fine alzammo lo sguardo e ci riconoscemmo. Ricordo nei suoi occhi la gioia nel ritrovarci. Nessuna gioia, tuttavia, riusciva mai a lavare via dai suoi il velo di triste consapevolezza che il suo sguardo sempre comunicava e in cui mi rispecchiavo, totalmente. Dal giorno della sua morte, ho pensato a lui ogni giorno.

E da questo poi ti nasce l’esigenza di scrivere una canzone…
Subito dopo la sua scomparsa, lo scorso luglio, ho sentito che dovevo fare qualcosa, anche per medicare il mio dolore. Ma non trovavo le parole, non le trovo ancora oggi. Decisi dunque di scrivere, di registrare immediatamente e di mettere a disposizione gratuitamente per tutti sul mio sito (www.michelegazich.it) una composizione per violino solo a lui dedicata. Così nacque la prima versione di Materiali sonori per una descrizione dell’anima di Paolo F. È solo il suono del mio violino, è un grido. Il mio grido ha raggiunto le orecchie sempre attente di Rino De Michele e ora il mio brano risuona in apertura del CD allegato alla bellissima rivista che coniuga arte e anarchia ApArte. Il CD, con contributi da parte di tantissimi artisti, è in memoria di Paolo Finzi. Sono felice di avere fatto scoccare questa scintilla, che Paolo sia ricordato.

Però mi pare di ricordare che poi ne uscì una versione registrata in un posto particolare o mi sbaglio?
No, no, ricordi bene. Avevo sentito il desiderio di ritornare ancora al mio brano e l’ho registrato di nuovo in un luogo incredibile: il Battistero millenario di Concordia Sagittaria, vicino a Venezia. Ce n’è solo un altro simile ed è a Istanbul. Ho scelto di ricordarlo suonando la mia composizione in un battistero, un luogo dove si entra nella vita. Perché ciò che Paolo ci ha insegnato è vivo. Il battistero oggi sembra un asteroide, un frammento da un’altra epoca più colta e attenta caduto sul nostro mondo imbarbarito. Anche Paolo Finzi era come un asteroide: anarchico, libero, diverso dal mondo che lo circondava, il suo pensiero impattava deciso. Nell’esecuzione del mio brano mi ha affiancato Giovanna Famulari, al violoncello, perché lo suona come nessun’altra persona al mondo e ama la vita. Mentre registravamo in questo luogo magico e carico di senso il nostro duetto/duello, abbiamo girato un video.

LINK VIDEO: https://youtu.be/jdWajKOeCrQ




Un altro brano che hai proposto con un video (eccellente il bianco e nero e la sua profonda essenzialità) ha come titolo Fiume circolare. A me è venuto in mente l’eterno incedere, secondo i buddhisti, nella ruota delle esistenze fino alla liberazione finale attraverso l’illuminazione. Ma in realtà che significato ha questo brano?
Un tempo amavo isolarmi. Ho scritto Fiume circolare, la canzone del video a cui ti riferisci, nel maggio 2019, dopo aver passato inverno e primavera in Sardegna. Due anni prima avevo scritto un intero ciclo di canzoni su di un’altra isola, San Servolo, di fronte a Venezia: un ex-manicomio il cui impatto visivo ricorda Alcatraz. Se sono riuscito ad amare, e profondamente, un luogo del genere, è segno che decisamente amavo isolarmi. Come tutti, infine, anch’io ho passato il 2020 in isolamento, ma questa volta non l’avevo scelto. E l’ho odiato. Aggiungo anche che un tempo amavo isolarmi, anche per mesi, per poi passare l’altra parte dell’anno on the road suonando, incontrando persone e facendo loro conoscere i frutti dell’isolamento, le nuove musiche, le nuove canzoni. In questo periodo, invece, non ho finito nessuna nuova canzone. Non ho nessuna “canzone del lockdown” da farvi ascoltare. Come si può scrivere quando le persone intorno a te soffrono così tanto? Mi sono occupato della loro sofferenza e ho tentato di non impazzire. Un lavoro difficile, quotidiano.




 

Tuttavia spesso mi scoprivo, nei giorni e nelle notti di questo strano 2020, a canticchiare fra me e me Fiume circolare, la misteriosa canzone che mi venne donata prima di lasciare la Sardegna. Capivo che canticchiarla mi aiutava. Sai una cosa? Quando la scrissi, certamente ne ignoravo il significato. Certamente non sono un profeta, ma la mia canzone in qualche modo lo era… Mi verrebbe ancora da dire che lo era malgrado me.
Comunque sia, ora so che la canzone parla di me, di te di noi, oggi. Tutti noi che abbiamo vissuto le nostre vite isolate e tuttavia proprio per questo, paradossalmente, siamo uno. Un fiume circolare ci circonda. Non è un fiume come tutti gli altri che scorrono dalle montagne al mare, non è nemmeno un fiume che può portarci da qualche parte, neppure un fiume nel quale lavare i nostri panni sporchi e non ci sono ponti o guadi per passarlo. È circolare. È un muro liquido. Ho l’impressione che il mio muro liquido sia ancora meno rassicurante della già terrificante modernità liquida di cui scriveva Zygmunt Bauman! Qualcuno, dopo aver visto il video, potrebbe chiedermi: “Michele, dove hai lasciato il violino e le scarpe?” Li ho gettati al di là del fiume. Violino e scarpe mi aspettano di là, sull’argine, in attesa del giorno in cui le acque del fiume si riapriranno e, sciogliendo il loro cappio, ricominceranno a scorrere come sempre. Quel giorno potrò rimettere in spalla la custodia del violino, calzare le mie scarpe e ricominciare a camminare.
Amo ancora le isole, ma non amerò mai più isolarmi.

LINK VIDEO: https://youtu.be/6u_UNgovck0

In questo anno senza concerti hai incontrato e vissuto varie esperienze, tra le quali la partecipazione ad un programma radiofonico dell’Università Cà Foscari di Venezia con particolare attenzione ai temi della memoria. Che cosa cercavi con questa esperienza e che cosa ti ha maggiormente colpito nel tuo lanciare messaggi con i tuoi interventi?
La tematica della memoria ha accompagnato tutta la mia vita artistica. Sono stato felice dell’invito dell’Università di Venezia, perché mi ha dato modo di fare qualcosa anche quest’anno in occasione del Giorno della memoria. Anzi, più di qualcosa. Ben undici puntate. Ho poi partecipato a due delle ricchissime trasmissioni che Elisabetta Malantrucco ha dedicato, in Radio Rai, a Pasolini e la musica. Ogni domenica poi, per più di un anno, come dicevamo sopra, ci sono state le dirette streaming con Mary. Ho cercato modalità di comunicazione, mi sono chiesto cosa potevo fare per continuare ad essere artista e cioè a vivere (perché vita e arte per me coincidono) in tempo di pandemia. Ho cercato anche di spronare anche tanti amici musicisti in questa direzione. Ho detestato i discorsi tipo: “Dai, prima o poi si riaprirà e ricominceremo a suonare”. Perché nel frattempo la vita scorre. E, anche se in tono minore, è pur sempre vita. E non va vissuta, come diceva Lolli, “aspettando Godot”. In questo senso, ho anche cominciato ad anticipare delle canzoni del mio prossimo album, Argon, attraverso i video di cui abbiamo parlato.

Parlavi di Claudio Lolli e l’ultimo video che hai realizzato è dedicato proprio a lui. Hai deciso anche di scrivergli una lettera all’indimenticato cantore a noi tanto caro e scomparso nel 2018, con il quale hai suonato in più di un’occasione. Perché l’hai scritta e che cosa hai voluto dirgli…?
Ti racconto tutta la storia, per concludere la nostra chiacchierata on line. Mi scuso subito per la lunghezza, ma è una storia che dura da vent’anni e questa mi sembra la giusta occasione per raccontarla a te e tutti i lettori de L’Isola. Anzi, visto che siamo alla fine, colgo l’occasione per ringraziarti per l’ascolto che hai fatto in anteprima del mio nuovo brano e per esserti fatto emozionare. Con misteriosa fedeltà, da due decenni rinnoviamo il nostro patto artista/ascoltatore. Un patto che è ogni volta un reincontro, una reciproca influenza e arricchimento, sul piano esistenziale e artistico.



 

Ma adesso voglio portarvi dentro questa storia che mi lega a Claudio Lolli, una storia molto vera e che ha un finale per me davvero commovente.

Vent’anni fa, appunto, una sera di maggio suonavo il mio violino su di un piccolo palco, prima di un concerto di Claudio Lolli. Era una Festa de L’Unità, ma c’era poco di festoso: era una festa triste di quella tristezza molto lombarda, tutta interiore, che di rado si libera in pianto. Io, tuttavia, ero felice: felice di suonare il mio violino, felice che il mio violino mi portasse fuori di casa e fuori da quella università dove da poco avevo smesso di insegnare, ma soprattutto ero felice di incontrare Claudio, che mi aveva dato tanto attraverso le sue canzoni. Mi ero ripromesso di ringraziarlo. Quella sera accompagnavo con il mio violino Andrea Parodi, che allora era poco più di un ragazzo ed era già innamorato dei songwriter statunitensi; Claudio era a sua volta accompagnato dal chitarrista Paolo Capodacqua. Alla fine del nostro breve set, Paolo e Claudio mi chiesero se volevo suonare una canzone o due anche con loro. Accettai, incredulo. Improvvisai tutto: a mia memoria in maniera un po’ caotica e disorientata ma ci misi tutto il cuore. Magari la memoria mi inganna e fu tutto più bello di come lo ricordo. Certamente vent’anni fa ancora non avevo quell’esperienza, soprattutto nell’improvvisare, che poi ho acquisito, anche se… era già da venti che suonavo e più di qualche conferma positiva l’aveva già avuta. Mi sembrava sempre un miracolo essere accolto e ascoltato e accoglievo ogni collaborazione con la gratitudine di un orfano a cui viene dato un tetto. E non pochi allora abusarono del mio cuore sempre aperto e della mia generosa inesperienza. Ma non Paolo e Claudio (qui una foto di Gazich con Capodacqua e Lamberti)

Ciò che suonai quella sera evidentemente piacque a loro e per fartela breve mi tennero sul palco non per due canzoni, ma per tutto il concerto! Ricordo che Paolo tesseva le fila, dava architetture melodiche alle parole di Claudio attraverso solide strutture armoniche ed arpeggi eleganti, ma soprattutto avvolgeva le parole, tremende e vere, di quelle canzoni con tanta dolcezza: era il miele sul bordo del calice che permetteva di bere l’amara medicina delle parole. Paolo quella sera dirigeva anche me e mi faceva capire quando e come intervenire con il mio violino con pochi efficaci cenni. Guardavo lui e guardavo Claudio cantare e recitare con la percezione di vivere momenti irripetibili. Il poeta teneva in mano un libriccino e da lì leggeva con un misto di coinvolgimento profondo e di rassegnata disperazione che mi strappava il cuore. La Sinistra, di cui lui aveva profetizzato il crollo nel momento del massimo fulgore a metà degli anni Settanta, celebrava la sua sconfitta già da decenni e ricordo il cupissimo e sconsolato “mah…” che inframmezzò quella sera al testo della sua storica canzone Borghesia: “Vecchia piccola borghesia / Vecchia gente di casa mia / Per piccina che tu sia / Il vento un giorno forse …mah… / ti spazzerà via”.

Ricordo anche la dolcezza con cui Claudio mi salutò quella sera, ricordo il suo abbraccio, la sua barba morbida quando ci scambiammo un bacio. Quella notte mentre guidavo tornando a casa ero turbato, quasi sconvolto da tanta forza e da tanta fragile dolcezza.

Dopo quell’incontro, nei vent’anni successivi ebbi quasi paura a saperne di più, Claudio era molto accessibile e disponibile, ma io lo seguii con rispettosa distanza, con una sorta di timore, ma in realtà ritornavo a lui continuamente, anche non cercandolo. Nel 2006, in uno dei tanti momenti di crisi esistenziale che hanno costellato la mia esistenza, venni più volte accolto in una confortante casetta vicino al Lago d’Iseo e lì scrissi, con Luisa Moleri, la mia prima canzone dopo tanti anni senza scriverne: Cevo, 3 luglio 1944. Luisa mi spronò a farlo, cosa di cui le sarò per sempre grato, perché da quel momento ricominciò a sgorgare in me un fiume di canzoni che non ha ancora finito di scorrere. Luisa è moglie del chitarrista Giorgio Cordini. Giorgio è un chitarrista finissimo: suonava con De André negli ultimi bellissimi tour negli anni Novanta, oltre ad aver una sua pregevole produzione autonoma. Giorgio decise, anni dopo, di cantare Cevo, 3 luglio 1944 nel suo album “Piccole Storie” del 2015 e lo fece in duetto con Claudio Lolli. Ebbi così l’inaspettata gioia di sentire delle parole scritte da me cantate da Claudio, che ancora una volta tornava, perentoriamente, nella mia vita. Sempre perentoriamente Claudio si ripresentò nel gennaio del 2017, quando mi ritrovai in un club con Marino e Sandro Severini, i GANG: ero a casa loro, a Filottrano, nelle Marche. Quella sera suonammo insieme: Io ti racconto, brano di Lolli del 1973, forse la più dolorosa canzone mai composta sulla meschinità e l’irredimibilità del male di vivere: “Ti dico la disperazione […] di chi trascina la sua vita, in una mediocrità infinita / Con quattro soldi stretti tra le dita / Io ti racconto la pazzia che si compra in chiesa o in drogheria / Un po' di vino, un po' di religione […] Lo sai che siamo tutti morti e non ce ne siamo neanche accorti / E continuiamo a dire Così sia". Claudio continuava ad accompagnarmi, ad ispirarmi, a darmi parole dure e non ambigue per scandagliare me stesso e le persone accanto a me, mi additava, senza retorica continuava a spronarmi a cambiare la mia vita.

Qualche giornalista cominciò in questo periodo ad accostare i nostri nomi, anche perché nel 2017 eravamo entrambi nella cinquina dei finalisti al Premio Tenco: Claudio per il miglior album con “Il grande freddo”, io con la canzone Storia dell’uomo che vendette la sua ombra. Ricordo che sognavo di ritrovarlo: forse era infine giunto il momento per avere il coraggio di incontrarlo di nuovo, dopo tanto tempo. I giornalisti cominciarono ad accostarci come “artisti di pregio, ma che non avevano avuto la fortuna che la loro arte meritava”, il che è un po’ triste. Ma io mi sono sentito onorato. Ad ogni modo, Claudio vinse e io no. Quindi non ci ritrovammo neanche quella volta, ma quell’anno un incontro importante avvenne! Grazie alla lungimiranza di Pino Calautti, un organizzatore di concerti illuminato, nell’estate del 2017, ritrovai Paolo Capodacqua. Pino pensò di accostare lo spettacolo di Paolo (che riproponeva le canzoni di Lolli con altri storici musicisti che le avevano suonate) e il mio nell’ambito di un Festival da lui organizzato a Bordighera in Liguria. Finalmente Paolo ed io ci eravamo ritrovati! L’anno dopo Claudio ci lasciò e noi ci risentimmo per piangere la sua morte, ma poi anche per ricordarlo come se fosse tra di noi, nella nostra arte, nelle nostre corde, nel nostro suonare. Lui ci aveva fatti incontrare e se eravamo scrittori di canzoni lo dovevamo anche a lui. Onorammo la sua memoria nel modo, credo, migliore: suonando. Così Paolo mi invitò a suonare ben tre canzoni nel suo album “Ferite e feritoie” uscito nel 2019.

 

Questa lunga storia, la storia di questa lunga fedeltà a Claudio, mi conduce al 29 febbraio del 2020: il mondo stava per cambiare, stava per chiudersi tutto. Molto non riaprirà mai più. Quel giorno non sapevo che, fino ad oggi quattordici mesi dopo, non avrei mai più suonato in un concerto, ma sentivo che qualcosa di tremendo stava per succedere. Ero a Venezia, la città che ho sentito più mia negli ultimi anni; Venezia era già deserta, anche se, ufficialmente, non era ancora stato indetto il lockdown. Mi sentivo un rifugiato, vivevo allora in una silenziosissima casa nel centro della città. Raramente, nel corso del giorno, una voce isolata o il rumore dei passi di qualcuno spezzavano la calotta plumbea del silenzio inquietante di quei giorni. Cominciai a pizzicare il mio violino, camminando per la casa, e a canticchiare delle parole: “Claudio, è vero / È ancora vero / Abbiamo paura del buio / E anche della luce” e, nello spazio di un giorno scrissi, in forma di canzone, quella Lettera a Claudio, che da tanti anni volevo scrivergli. Sentivo che era giunto il momento. Sentivo che scrivergli in qualche modo confortava la grande paura che sentivo crescere in me. Il giorno dopo tornai a casa e mi precipitai in studio di registrazione per fissare una bozza della canzone. Poi tutto si fermò. Avere con me la canzone in qualche modo medicava il mio assurdo dolore. A quel punto mi trovavo a Gargnano sul Lago di Garda, (qui nella foto in alto uno di quei momenti....) in provincia di Brescia, e sembrava che quel silenzio che avevo sentito a Venezia mi avesse seguito fin là. Nulla si muoveva, anche le fabbriche avevano chiuso, scomparvero i fumi e la vista cominciò a spaziare: dall’alto Garda si vedeva tutto il lago, fino in fondo, si rideva la pianura, apparvero gli Appennini all’orizzonte. Alla televisione cominciò il rito, che ancor oggi ci accompagna, della quotidiana conta dei morti. Tante persone a me care morirono in quei giorni, nelle città dove avevo vissuto tanti anni della mia vita: Brescia e Bergamo. Sapevo che, dopo il lockdown, avrei lasciato per sempre quelle terre, troppo piene di morte e di dolore, e sarei tornato a Venezia. Cosa che ho fatto. Ma allora forse non sapevo che avrei trovato l’occasione e la forza per farlo e il mio unico conforto era riascoltare e ripercorrere la mia Lettera a Claudio. La mandai a Paolo Capodacqua che, isolato nella sua casa di Avezzano, nell’aprile 2020, mi fece l’onore di registrare per la mia canzone una parte di chitarra piena di affetto e di poesia. Per tutto il 2020 e nei primi mesi del 2021 ho continuato ad ascoltare e a riascoltare la canzone, a perfezionarne l’arrangiamento e il mix. Non avevo fretta. Non ho mai avuto fretta. Ho sempre amato fare le cose lentamente. Ma, in questo caso, ancora di più. La canzone mi confortava nel perdurare del dolore per mesi e mesi e nella totale assenza di lavoro e di contatti umani che ha caratterizzato e caratterizza questo scorcio della mia e delle vite di tanti. Sentivo che dovevo custodire questa canzone.

Poi, finalmente, all’inizio del marzo del 2021, sono partito, pur tra le difficoltà che il viaggiare include da tanto tempo ormai, e sono andato ad Avezzano. Mi accompagnavano il regista Enrico Fappani (qui sotto insieme nella foto), il caro Marco “Tibu” Lamberti, il Maestro dell’anima. Paolo aveva trovato per me un piccolo teatro, gestito dai suoi amici Antonio Silvagni e Guerrino Novelli. Il teatro è in un paesino alle porte di Avezzano, Antrosano. Sentivo che, per me e per tanti, dovevo registrare il video della mia canzone Lettera a Claudio in un teatro vuoto, quasi abbandonato, come sono tutti i teatri da tanto tempo. Ci siamo dunque seduti su tre panche nell’attrezzeria del teatro e, circondati da oggetti di scena, da costumi, fari in disuso, maschere e burattini, abbiamo risuonato la canzone e celebrato, nel ricordo di Claudio Lolli, il sacro rito della musica e della parola quasi come dei carbonari.

 

Il finale della mia storia è la parte che più mi commuove: la ‘Fondazione Claudio Lolli’ ha scelto di condividere e pubblicare in anteprima il nostro video per celebrare il settantunesimo compleanno di Claudio.

LINK AL VIDEO: https://www.youtube.com/watch?v=IL4tjZv5Wcs

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Epilogo
Caro lettore, se sei giunto fino al termine di questa lunga chiacchierata avrai compreso, come d’altra parte anch’io, che la musica e l’arte della parola in musica sono cosa molto delicata, importante, evocativa, suggestiva. Elevano lo Spirito, affinché le persone che ascoltano sappiano indagare anche in sé stesse, negli angoli più nascosti del proprio io. Caro lettore, mi piace pensare che anche tu ti sia scoperto magari diverso, più profondo rispetto a quello che pensavi di te, capace di ascoltare suoni e parole ritenute inaudibili. Oppure di vedere l’invisibile…come un nobile gas qual è l’Argon…

Rosario Pantaleo 

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"L'intervista è arricchita anche da alcune foto inedite e private di Michele Gazich, messe a disposizione in esclusiva direttamente dal suo archivio."

www.michelegazich.it/2012/

 

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