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Yo Yo Mundi

Alle radici dei suoni ritrovando tracce di felicità

Incontriamo Paolo Archetti, leader del gruppo piemontese Yo Yo Mundi, dopo l’uscita recente del loro nuovo album Evidenti tracce di felicità.
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Ciao Paolo, Evidenti tracce di felicità, un nuovo album per Yo Yo Mundi, il dodicesimo: punto di arrivo o di partenza a livello stilistico (e in rapporto all’industria discografica)?
Siamo sempre in movimento, idee e pensiero non si fermano mai, per cui né partenza, né arrivo, piuttosto: per giocare col titolo di una nostra canzone, viene spontaneo dire che l’Andeira degli Yo Yo Mundi è come l’acqua, non conosce frontiere e confini e che sia rapido torrente o fiume largo, inarrestabile scorre, sempre. E se qualche diga – asfissia del mercato, mancanza di spazi, operatori del settore incompetenti-, si è frapposta tra noi e il mare desiderato, lavorando come camole ci siamo inventati sempre nuove vie di fuga (ad esempio gli spettacoli Terra Madre o La solitudine dell’Ape). Da un punto di vista stilistico, pensiamo di aver fatto un bel passo di danza in avanti, siamo tornati alle radici dei nostri suoni, li abbiamo colorati di valvole e legno, di fiato e sorrisi, scoprendo nuove voci, nuovi respiri e (ri)trovando tracce di felicità così evidenti che ci chiedevano solo di essere cantate e restituite alle persone che le ascolteranno, che ci si ritroveranno, che ne faranno buon uso.

Hai scritto, arrangiato, cantato e prodotto l’album. Come vivi la tua leadership in Yo Yo Mundi rispetto al nuovo disco e alla vostra storia comune che s’avvicina al quarto di secolo?
Discograficamente è un quarto di secolo, ma essendo nati nel 1989, siamo già ben oltre i venticinque anni e ancora una volta, con questo nuovo album, ci siamo posizionati altrove, lontani da certe etichette soffocanti che noi, saltabeccando da un’idea all’altra, evitiamo come la peste. Leader? Io non mi sono mai sentito un leader, lavoriamo in gruppo da sempre e negli ultimi anni, addirittura, ci siamo allargati diventando un vero e proprio collettivo creativo e sonoro, per adattarci ogni volta a nuovi spettacoli o progetti artistici differenti. Certo è che scrivendo la maggior parte dei testi e delle musiche, giocoforza, potrà sembrare che io sia un leader, ma in realtà nelle canzoni c’è, soprattutto, la sintesi dei nostri pensieri, passioni, idee, sogni.

 

E per quanto riguarda la produzione?
La produzione di Evidenti tracce di felicità invece era una sfida che volevo affrontare con tutto me stesso, ne avevo bisogno dopo un periodo difficile, così ho voluto confrontarmi con la materia bruta del suono: dal germoglio della canzone che nasce fino alla registrazione di ogni singolo strumento, dal brusio di una buona idea, fino agli arrangiamenti definitivi; tutto questo con la collaborazione del nostro fonico Dario Mecca Aleina e del mio amico fraterno Eugenio Merico (ndr: batterista degli YYM). Mi sono regalata la meravigliosa sensazione di costruire qualcosa di importante in un tempo in cui tutto sembra volgere alla distruzione, allo smantellamento, alla dissoluzione.  

Il 25 Aprile e il 1° Maggio, trascorsi da poche settimane, vi vedono da sempre protagonisti, anche perché alle due ricorrenze avete spesso dedicato album, spettacoli, canzoni. E quest’anno com’è andata?
Quest’anno, nella settimana del 25 Aprile, siamo stati in giro con lo spettacolo Canzoni Resistenti. Per quanto riguarda il Primo Maggio un mini concerto a sorpresa, ma di sicuro non siamo stati sul palco di Piazza San Giovanni. Manchiamo dal 1996, purtroppo, basta rileggere il cast di quegli anni e ci si rende conto di come uno spazio d’arte, di lotta e di pensiero si sia via, via trasformato in un contenitore, troppe volte svuotato di valori e idee in nome dello share.  

Facciamo un gioco? Ecco, dicci il cast del Primo Maggio che sogneresti per il 2017, anno che segna pure l’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre a cui spesso vi riferite?
Billy Bragg e Paolo Bonfanti (due chitarre che uccidono il fascismo!), Bregovic e i Gang (che dovrebbero stare di diritto su quel palco ogni anno), Patty Smith e Polly J Harvey in un reading da brividi, De Gregori e Nada, Manu Chao e Roy Paci con il Presidente Mujica, Gino Strada e Battiato, Daniele Sepe con Lalli & Giaccone, CCCP e CSI per una volta insieme (magari con Andrea Chimenti e gli Offlaga Disco Pax), Massimo Carlotto, Maurizio Camardi e gli Area, Paolo Conte e Carlin Petrini, La Stanza di Greta con Erri De Luca, Moni Ovadia e i Radio Dervish, Cristina Nico con Ani Di Franco, Alessio Lega, Traindeville e Marco Rovelli, , Zero Calcare e gli Assalti Frontali, Capovilla e Massimo Volume e, ancora, gli Alcova con Paul Weller, i CFF e i Diaframma, Claudia Crabuzza con Carmen Consoli. E, poi, gli Yo Yo Mundi: prima con i Wu Ming, poi con i Waterboys e infine - Ahahahah - con Yo Yo Ma! Tutti insieme, alla fine, canteremmo un brano di Gianmaria Testa e poi, scendendo in mezzo al pubblico, intoneremmo una immensa e indimenticabile Bella Ciao suonata dall’Orchestra Operaia diretta da Massimo Nunzi.  

Dopo il futuro prossimo, facciamo un passo indietro tra il passato recente: negli anni Novanta si parlava di combat rock per connotare una canzone a sinistra. Oggi siete rimasti voi e pochissimi altri. Cosa è successo? Colpa del berlusconismo o c’è dell’altro? Mah, nessuna colpa, la società si trasforma, noi dobbiamo essere bravi a interpretarla, cantare la sintesi di quel che ci arriva addosso e dentro, negli occhi, nel cuore. Certo è che anni di leghismi, berlusconismi e ora - dopo l’orribile accoppiata Monti & Fornero - pure i renzismi non aiutano, perché i sistemi di questa cattiva politica immobile si sono rivelati assai funzionali a “dividerci per imperare” e noi (non solo “noi artisti”), in preda a una paralisi ideologica, ci siamo fatti fare a pezzi ripiegandoci su noi stessi, capaci quasi solo di lamentarci del tutto e di litigare sul niente.  

E adesso cosa accadrà?
Ora è tornato il tempo di ricominciare a guardare tutti insieme nella stessa direzione, facendo brillare quelle differenze che dovrebbero unirci in qualcosa di nuovo, straordinario e potente. Perché noi siamo diversi da loro, siamo altro, siamo fraterni, umani e resistenti e abbiamo a cuore un mondo migliore, non solo per noi stessi, ma per chi verrà dopo di noi.

(Foto di Ivano Antonazzo e di Michele Ambrosio)

 

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