Com’è nata l’idea di un disco sull’Europa?

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Edoardo De Angelis

La coerenza, il mio mestiere


Incontrare Edoardo De Angelis dà sempre la sensazione di fare i conti con un figlio della Storia. Quella sensazione viene amplificata dalla desertificazione a cui proprio la Storia ci sta abituando, così da far sembrare una chiacchierata pomeridiana di fronte all’Auditorium Parco della Musica di Roma qualcosa di eccezionale.

Ma l’eccezione c’è eccome perché, nel mondo della virtualità e dell’appiattimento di opinioni e gusti, Edoardo De Angelis tira dritto sulla strada dell’etica della canzone. Il suo nuovo album Io volevo sognare più forte, pubblicato per ‘Il cantautore necessario’ e distribuito da Egea Music, poggia un altro mattone sulla cattedrale di coerenza che De Angelis ha costruito dall’inizio della sua carriera. Un manifesto che respira sull’Europa, un disco politico perché umano, pieno di quei sentimenti che hanno contribuito alla costruzione del mondo. Un inno alla riconciliazione, all’empatia e al ponte tra le generazioni. Il disco, infatti, è arrangiato da un artista giovane, Alberto Laruccia del gruppo La scala Shepard, affiancato da musicisti esperti come Alessandro Gwis, Cristiano Micalizzi, Marco Siniscalco, Michele Ascolese, Reno Brandoni, Marco Caronna, Alessandro D’Alessandro, Rocco De Rosa, Massimo Laguardia, Nahre Testi, Giovanni Pelosi. La Storia che racconta De Angelis sembra (o dovrebbe essere) sempre quella, ma nelle canzoni, spesso, è scritta meglio.
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Com’è nata l’idea di un disco sull’Europa?
L’idea dell’Europa è un’idea molto sincera e antica. Tra la fine del liceo e i primi anni di università, nella seconda metà degli anni ’60, frequentavo le riunioni del GSE, Gruppo Studentesco Europeo insieme a qualche compagno di studi. È un’idea legata ad altre idee di base delle mie canzoni, come l’abbattimento dei confini, già presente da La casa di Hilde. Quando sei bambino ti fai un’idea del confine. Ti capita di fare una gita con la tua famiglia, arrivi a questo benedetto confine e non lo vedi nemmeno perché c’è un capitello ogni 50 metri, ma è lo stesso prato. Ti comincia a venire l’idea che il confine è qualcosa che noi abbiamo nella testa.

Eppure sui confini in Europa sono state combattute guerre.
Avevo un nonno che era un ragazzo del ’99. Arruolato nei bersaglieri, è partito nel 1916 a combattere con gli alpini. Poi ha combattuto in Africa e nella Seconda guerra mondiale. Io sono nato nel 1945, quando la guerra era appena finta, ma le guerre ci sono state in Europa, e prima delle guerre ci sono state altre guerre, si sono formati gli Stati, c’è stato un po’ di tutto prima di essere l’Europa. Oggi mi godo questi 70 anni di pace e di stabilità.

Il tuo è un manifesto europeista pubblicato in un mondo che va verso il sovranismo.
Credo che il sovranismo sia un difetto del sistema e non un futuro sistema. Si tratta di nostalgici fuori dalla storia, per fortuna. Un difetto c’è sempre in ogni meccanismo.

C’è una parola nella canzone Prima d’essere l’Europa, la parola “riconciliazione”, che sintetizza i messaggi che sono raccolti nel disco. Messaggi che nei libri di scuola sono scritti, ma non così bene.
La canzone è una bella sintesi (sorride, ndr).

Vecchioni una volta ha detto che la canzone d’autore è storia liofilizzata, e la tua canzone d’apertura raccoglie già tutto. Hai mai pensato potesse essere un veicolo scolastico?
Sarebbe un sogno. Mi è capitato spesso di fare dei laboratori o dei piccoli corsi per l’università. Se capitasse, mi piacerebbe molto.

Al di là dei suoi temi, il disco suona molto bene.
Quello è merito di Alberto Laruccia (sorride, ndr).

Un altro aspetto interessante del progetto è proprio l’unione di musicisti esperti e musicisti giovani.
La presenza di Alberto è stata una scommessa vinta. L’ho conosciuto per caso due anni fa, quando lavoravo all’altro disco, e mi sono trovato molto bene. Conoscendo La scala shepard, pensavo di fare un disco rock, invece si è presentato in sala con tutto l’arrangiamento scritto (sorride, ndr). Batteria, basso e pianoforte ce li ho messi io, lui ha fatto il resto.

Un autore che ha tanti anni di carriera alle spalle tende a fidarsi della sua squadra. Invece tu hai voluto mescolare più generazioni.
Ogni tanto ti viene voglia di fare un tentativo diverso. Oltre che a cucinare, sono bravo a scoprire musicisti di talento. A parte De Gregori e quelli più evidenti (sorride, ndr), con me hanno suonato per la prima volta in studio Maurizio Giammarco, Roberto Ciotti, Danilo Rea, Alessandro Gwis. Riesco a intuire la bravura, e Alberto è bravo.

È un elemento che aumenta il valore del disco. In qualche modo, chi ha fatto di più deve costruire un collegamento con chi deve ancora fare. Sempre per rimaner nell’ottica della riconciliazione.
Questo è importantissimo, è il senso della Storia: riuscire a unire i giovani intelligenti a persone che hanno un passato positivo. Trasferire la scienza, nel senso di conoscenza. Questo è il mestiere, in fondo.

Che storia c’è dietro la copertina del disco?
È una copertina di mia figlia Clara, che da vent’anni si occupa della grafica delle mie copertine. Ogni volta facciamo delle liti micidiali, ma questa volta un po’ meno. Per l’album precedente aveva creato una nuvola stilizzata, che richiamasse l’idea del sogno. L’etichetta di quel disco aveva una proposta differente, e alla fine abbiamo raggiunto un compromesso: una copertina bianca con un disegno di Clara, una chitarra stilizzata con le tre stelle che ho sulla chitarra, che rappresentano i miei figli. Per questo disco, invece, abbiamo ripreso l’idea della nuvola, ma pensando all’Europa Clara ha voluto aggiungere l’oro, e ha collaborato con un pittore, Davide Tirelli, che è anche autore di quasi tutto quello che si trova nel packaging del disco. Si tratta di acquerelli liberamente ispirati alle canzoni.

La seconda canzone, Il lupo non verrà, ha un impatto molto forte.
Il lupo non verrà non sarebbe mai nata se non ci fossero state prima Due zingari e Khorakhané. Quando mi è venuta l’idea della ninna nanna in un campo rom, l’intenzione era di dare valore a una tradizione che si tramanda. Nella prima parte della canzone c’è un padre che addormenta un figlio, mentre nella seconda parte è il figlio che è diventato grande e a sua volta parla di suo padre. Questo è un valore importante di tutte le etnie, ma in quella rom è un aspetto molto importante. Mi sono trovato a parlarne anche con Francesco De Gregori. Lui preferisce Lettera dall’inferno, che forse non sarebbe mai nata senza L’abbigliamento di un fuochista. Sono canzoni diverse, ma il messaggio rimane.

Perché il titolo Il lupo non verrà?
Avevo in mente la ninna nanna, ma mi mancava una molla. Un giorno, mentre mi trovavo nella libreria per bambini che mia figlia maggiore ha a Bologna, ho notato questo libro appeso in vetrina. Si intitolava ‘Il lupo non verrà’. Così la molla è scattata. Ci vuole sempre una molla.

È difficile rimanere coerenti?
Per me no (ride, ndr). Probabilmente avrei dovuto fare l’insegnante o il prete. Il prete forse sarebbe stato difficile, anche se devo dire che ‘Francesco’, Francesco l’altro, mi sta appassionando. Ho questo concetto della vocazione, della responsabilità. Quando scrivo una canzone cerco di accertarmi che non ci siano parole buttate a caso, che non ci sia mai il desiderio di prendere spunto dalla cultura o dal costume di altri per rivendergliele, come fanno di solito quelli che scrivono canzonette, perché non sarebbe il mio mestiere. Non sono capace di scrivere quell’altro tipo di canzone e sono sicuro che se anche ci provassi non ci riuscirei. Penso che la cultura vada indotta. Considero il mio mestiere una vocazione, una responsabilità, quindi viaggio sempre agganciato al filo di un’etica. È una goccia, però è qualcosa che cerchi di trasmettere agli altri per stimolarli ad aprire occhi, orecchie, testa.

La canzone L’orso e la stella, forse, va in questa direzione: essere curiosi dell’altro e di sé stessi.
Spesso mi capita di scrivere canzoni che hanno una lettura superficiale un po’ da fumetto. Poi c’è una lettura più profonda: se è vero che un orso e una stella, due entità appartenenti a due mondi diversi, possono innamorarsi e passare una notte insieme, allora possono innamorarsi e vivere insieme due ragazzi di etnie diverse, col colore della pelle diverso, con una religione diversa.

Un elemento che compare spesso nel disco è proprio l’amore. Si potrebbe ampliare e trasformarlo in empatia, nella capacità di sentire l’altro?
Certamente. Se scrivi una canzone in cui parlano i bambini, come Nel mio cuore, e sono i bambini a dichiarare che il cuore è aperto a tutti quelli che sono diversi e che la pensano diversamente, allora quelle che sembrano banalità diventano qualcosa di importante.

Nella descrizione di Lella c’è l’aggettivo “pasoliniana”. Che rapporto hai con Pasolini?
Pasolini l’ho divorato negli anni dell’università. Ero alla Facoltà di Lettere quando ci fu l’episodio di Valle Giulia e ci fu la lettera di Pasolini pubblicata da L’Europeo. Ci sarebbe stato bisogno, allora, di avere lo sguardo a 40 anni dopo per capire quanto Pasolini fosse profetico nelle sue idee. Era un profeta innamorato della sua intelligenza fuori dal normale. L’ho letto tutto, come leggevo anche Gadda. Quel tipo di storia era nell’aria, ed è nata molto spontaneamente.

È una versione più dark, più scura, che esalta la forza narrativa della canzone (qui in alto nella foto Edoardo con Stelio Gicca Palli, co-autore del brano, in una foto di repertorio).
Mi è piaciuta molto l’interpretazione di Alberto Laruccia perché l’ha riportata proprio nelle pagine di Pasolini, quindi io l’ho raccontata più che cantata. Ho voluto riproporla perché glielo devo, per i suoi 50 anni, dopodiché non la farò più.

Che storia c’è dietro Ma quanto è bella Napoli?
A parte Lella, quella è la prima canzone nata tra quelle inedite, all’inizio della pandemia. Ogni mattina mi sveglio canticchiando una canzone, senza un vero filo conduttore. Un giorno mi è venuto in mente il verso «ma quanto è bella Napoli», che sembrava l’inno di una pizzeria (sorride, ndr). Mi sono chiesto a cosa potesse servirmi. Così ho cominciato a pensare a Napoli. Avevo due nonni napoletani che, quando ero piccolo, mi cantavano le canzoni napoletane che, assieme al fado, non riesco ad ascoltare senza commuovermi. Volevo descrivere Napoli dal mio punto di vista, mettendoci i chiari e gli scuri. Mi torna in mente una serata indimenticabile di tanti anni fa con Ugo Gangheri. A cavallo di una forte delusione sentimentale, dopo un giro di radio in Abruzzo, avevo comprato una bottiglia di Centerbe, e ci siamo dati appuntamento a San Martino, un’abbazia sopra Napoli. Ci siamo fatti le nostre confessioni, la bottiglia è finita. È una città piena di sentimento, quando la visiti ti rimangono tracce di un’umanità vera. Con Ugo ci siamo ripromessi, non appena si potrà, di comprare un’altra bottiglia e rivederci là, verso San Martino.

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