Modena City Ramblers

Quasi vent’anni di onesta e luminosa carriera vi ha visto attraversare l’Italia. Come è cambiato il nostro Paese da quando avete incominciato a “leggerlo” dalle assi di un palco?
È cambiato, tantissimo. Noi siamo nati musicalmente in un periodo in cui la speranza di grandi riforme sociali e politiche era fortissima. C'era fermento musicale, sociale e politico, c'era voglia e aria di cambiamento e tutto passava attraverso la collettività, attraverso la protesta, il confronto. Stavano nascendo movimenti di massa molto importanti, i lavoratori erano ancora uniti perché era ancora importante il "lavorare tutti", c'era ancora solidarietà fra le persone e le forze sociali, anche se il "leghismo" cominciava a farsi strada nell'animo della gente. Oggi questa coesione della società civile, delle persone normali, non c'è più. L'individualismo ha raggiunto vette impensabili, il qualunquismo non è più strisciante, il razzismo è esploso mascherato tra le pieghe di una richiesta di più sicurezza, come se tutti i mali dell'Italia fossero dovuti agli stranieri che cercano nel nostro paese un'opportunità nella vita. Ecco cosa è cambiato.
“Dopo il lungo inverno”, titolo quasi profetico arriva il momento di cavalcare un “Onda libera”. Quali le differenze che maggiormente sono riconoscibili tra questi due album sia a livello lirico che musicale?
"Onda libera" è un lavoro che musicalmente ci riporta un po' verso le nostre radici musicali. Molto folk, sonorità acustiche, poco uso dell'elettronica, un disco molto "suonato" con testi a contenuto sociale. Questo non è cambiato. Rispetto al precedente forse le parole sono un po' più dirette e poco ricercate.
Vi hanno etichettato, da subito, come un gruppo capace di forti passioni politiche. Vi va stretta questa attribuzioni oppure per le modalità che avete di osservare la realtà, lo ritenete la naturale definizione per il vostro lavoro?
Non si può negare che molte delle nostre canzoni abbiano una forte colorazione politica, pur non rifacendosi a nessun partito. Non abbiamo mai tirato la volata a partiti particolari, abbiamo sempre suonato per chi ha le nostre idee sulla società e sulla vita, che fossero Democratici di sinistra, di Rifondazione o di altre sigle. Abbiamo cercato sempre di tenere un'autonomia di giudizio e anche su temi fondamentali c'è sempre stato un dibattito interno molto forte e colorito. D'altro canto, questo essere un gruppo percepito come fortemente politicizzato ci ha sicuramente sfavorito sul piano promozionale attraverso i canali dei media classici, come radio e tv.
Sulla copertina i “Onda libera” avete scritto le parole della Dichiarazione Universali dei Diritti Umani: necessità di comunicare un valore o timore che gli spazi di libertà e dignità, nel nostro Paese e nel mondo si stanno restringendo?
Necessità di comunicare un valore perché gli spazi di dignità e di libertà stanno sparendo letteralmente.

La scelta di affiancare l’Associazione libera, numeri e nomi contro le mafie, da che cosa è motivata e come ritenete che i musicisti possano contribuire a smuovere le coscienze verso determinate tematiche sociali, umanitarie, politiche?
La scelta di parlare di mafia nei termini non di attentati, ma di lavoro - che donne e uomini compiono quotidianamente - è stata naturale dopo aver conosciuto alcune di queste ragazze e ragazzi. È molto facile riempirsi di parole la bocca, ma in concreto, quanti, ogni giorno, lottano veramente contro la mafia? E soprattutto, quanti nel quotidiano agiscono invece con un atteggiamento mafioso? Noi abbiamo voluto metterci la faccia, nel nostro piccolo, come dice Don Ciotti; abbiamo creato un precedente forte, con il tour nelle terre confiscate. Perché i mafiosi non sopportano che vengano loro confiscati beni e terre e mal sopportano che qualcuno poi le faccia fruttare. I ragazzi di Libera, delle cooperative, lo fanno ogni giorno.
Che cosa rimane in “Onda libera” dei lavori precedenti e dove i collegamenti, i richiami, le assonanze con gli album più legati alle sonorità “etniche”?
In "Onda libera" ci sono forti richiami alla tradizione sonora mediterranea e balcanica. Non solo nell'uso, per esempio, dei 6/8 come ne "I cento passi" ma anche con l'utilizzo di timbri mediterranei. E non mancano strumenti mediorientali che già da qualche album utilizziamo. Abbiamo mescolato tutto questo ancora di più.
“Onda Libera” mi appare come un album diretto, secco, con liriche ben ponderate ed efficaci. Nello stesso tempo lo leggo come un lavoro di transizione. È così oppure è un mio abbaglio?
Può essere visto così, anche perché credo che noi abbiamo sempre fatto "lavori di transizione", o meglio, abbiamo sempre cercato di fare album che ci convincessero "in quel momento”, mai pensando di dover fare l'album "definitivo". Abbiamo realizzato sempre album in pochi mesi di lavoro, per avere sempre la freschezza del momento. Questo a volte va a scapito non della qualità in assoluto, ma forse della lunghezza di vita dell'album. Non credo saremo mai in grado di fare "l'album definitivo", forse non ci interessa nemmeno.
Ne Il naufragio del Lusitania concludete la canzone pietendo l’arrivo di un filo di vento. Qual è il vento che vi aspettate possa, finalmente, arrivare?
Naturalmente quel filo di vento di speranza di un mondo migliore, o perlomeno che arrivi qualcuno, all'interno della nostra sinistra disintegrata, che possa dare segnali di risveglio e possa portare nuove idee per il futuro. Che detto così sembra un po' semplicistico, ma crediamo e speriamo in una rivoluzione di idee. Questo rappresenta quel filo di vento che cerchiamo in una calma piatta da paura.

Le vostre canzoni, i vostri album, i vostri concerti non sono solo un “fatto” musicale ed artistico ma esperienziale e di vita. È una scelta voluta, un progetto a cui fate attenzione oppure è nella naturalezza delle vostre persone, frutto di storie personali e del tessuto sociale in cui vivete?
Credo che sia nella natura delle persone che da sempre hanno fatto parte dei MCR e del tessuto sociale nel quale siamo cresciuti. Abbiamo sempre cercato di parlare in modo diretto, come in modo diretto sono realizzati i concerti. La gente che ci viene a vedere e che ama le nostre canzoni si pone non come soggetto passivo e non ci vede come artisti, anche perché non lo siamo, nel senso alto del termine. Lo siamo perché la musica fa parte dell' arte ma noi cerchiamo da sempre di stare lontani dai cliché anche perché proprio non ci sentiamo a nostro agio nei panni degli artisti. E questo la gente lo sente.
Avete perso per strada alcune importanti figure della vostra storia eppure avete mantenuto, per quanto ne sappia, un buon rapporto. “Convenienza” oppure profonda stima sedimentatasi nelle pieghe di un sogno artistico e di vita che impedisce qualsivoglia diatriba?
Le dinamiche all'interno di un gruppo sono difficilmente spiegabili all'esterno. Abbiamo sicuramente mantenuto rapporti di "valori" con chi è uscito dal gruppo anche se le motivazioni sono quasi sempre state artistiche.
“Appunti partigiani” è stato un disco coraggioso ed importante. Ne vedremo mai un seguito?
Può essere, anche perché più ci allontaniamo dagli anni della seconda guerra mondiale e più ci sarà bisogno di memoria.