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Carlo Muratori

La luce negli occhi

Carlo Muratori è un artista intenso, potente nella declinazione della sua arte ed originale nelle proposte che, da oltre trent’anni, presenta al pubblico. Un pubblico prima locale e poi, nel tempo, che si è ampliato fino alla testa del “Continente”. Carlo Muratori, però, ha nel suo DNA la specificità della Sicilia. Una terra di forti passioni, densa di calore e colori, di mutamenti improvvisi come un’eruzione dell’Etna in pieno inverno, come la polvere lavica, nera, sulla sabbia dorata della spiaggia. In mezzo a tante contraddizioni della natura, che danno un senso alla profondità del vivere, Carlo Muratori ha scelto di svolgere il compito del narratore, poetico, di storie antiche e moderne, di situazioni di vita, di amore, di passione e passione. E pensando alla luce intensa che emana la Sicilia in questi giorni lo abbiamo immaginato capace di trasferire quella luce nelle sue parole.



Basta sfogliare il libretto con i testi del tuo ultimo lavoro, “La padrona del giardino”, per restare colpiti dall’importanza dei colori che sono più suadenti e penetranti delle immagini che rappresentano. Quest’attenzione ai colori è, forse, frutto della consuetudine con la luce siciliana che tutto trasforma e trasfigura?
Vivere in un luogo violentato dalla luce ti costringe a modellare i tuoi sguardi, ad orientare il tuo pensiero verso la difesa dall’eccesso, a restringere sempre più la pupilla per ripararti dall’abbaglio. Qui tutto viene sovra-esposto, highlighted, evidenziato nel bene e nel male. Anche il buio, come dice Bufalino, è più prossimo al lutto che al nero. Non sempre riesci a proteggerti dalle esagerazioni. Spesso anzi ne diventi vittima.

Parlando del tuo ultimo lavoro mi ha colpito molto la canzone ‘Assah riri, con un testo in dialetto siciliano molto musicale. Come nasce questa canzone e che cosa rappresenta nell’economia di tutto il lavoro proposto?
Letteralmente la frase è «Lascia dire». Nell’uso comune sta per «Non ti preoccupare- fregatene…» Ma anche come intercalare «e vai!! Alla grande!!!». Mio nonno ne faceva un uso costante per rivolgersi a me «’assah riri ‘o niputi». Mi incoraggiava, mi faceva crescere, mi spronava a non avere mai paura. In qualche modo il brano è un omaggio al mio progenitore e funge da mantra per il nuovo lavoro.

Tutto “La padrona del giardino” è colmo di musiche suadenti, di luci penetranti ma, anche, di profonda nostalgia. Questo sentimento è parte profonda del tuo essere musicista oppure una caratteristica fondamentale della tua personalità?
Il mio progetto musicale consiste nel cercare tutti i possibili ponti con la mia memoria. So di essere inserito in un flusso culturale che scorre da millenni, che lascia tracce importanti sotto i nostri piedi. Non è giusto ignorarle, poiché, anzi, bisogna comprenderle e vivificarle. La nostalgia, nella sua accezione greca è nostos, che vuol dire ritorno. Io non voglio ritornare al passato, questo mi serve solo per organizzare meglio il mio futuro. In tal senso non credo di essere nostalgico. Altra cosa è quella tinta grigio-malinconica che spesso segna il mio canto. In quel caso sono perfettamente in linea con i modi dorici misto arabi e andalusi dell’antico canto popolare siciliano.

Tu ami i toni morbidi ma non disdegni le costruzioni musicali decise e graffianti. Attraverso questa dualità quanto il tuo percorso è stato influenzato dal bisogno di esprimere il tuo profondo e quanto, invece, la realtà che ti circonda non tanto a livello socio-politico ma esistenziale?
Io credo che esista un ethos del canto popolare, una scelta obbligata del sentirsi classe e non individuo, del cantarsi al plurale, del descrivere l’orgoglio di una appartenenza e di una coscienza identitaria. Questa antica forma d’arte si è trasmessa per secoli per tradizione orale, senza alcun documento scritto. La tecnica di diffusione ha legato insieme le generazioni, concatenando i loro sentimenti, le loro grida, i loro bisogni, le loro emozioni. E’ inevitabile che chi tratta queste materie, anche solo come fenomeno ispirativo, debba imbattersi in qualche forma di impegno civile e sociale, oltre che esistenziale. Capisco perfettamente come in queste epoche dormienti tutto quel che dico potrebbe sembrare sacrilego. Ma non riesco ad immaginare un approccio asettico allo studio delle tradizioni e delle culture popolari, peggio quando questo determini semplicemente  attenzione verso aspetti imbecilli legati solo al ritmo, alle danze, ad un supposto e sfrenato divertimento da sballo, come spesso capita nelle forme attuali di ri-elaborazione dei fenomeni musicali popolari. Il tentativo, anche abbastanza dichiarato, è quello di svuotare dei veri contenuti “rivoluzionari” il confronto di sempre fra le classi subalterne e le classi egemoni e dominanti e loro culture.

Da “Stella Maris”, a mio avviso il tuo lavoro più “luccicante”, ad oggi sono passati dodici anni. Senti che la tua dimensione artistica, da allora, è mutata oppure ritieni che anche questo tuo ultimo lavoro sia una sorta di nuovo capitolo di un discorso/percorso iniziato trent’anni fa?
I ponti di cui parlavo prima sono gettati alternativamente verso il passato e verso il futuro. Nella mia produzione musicale ho alternato queste costruzioni seguendo sempre, quasi ossessivamente,  questa tabella di marcia. Ai dischi chiaramente cantautorali (“Canti e Incanti”, del 1994 e “Stella Maris” del 1996) ho fatto seguire due monografie sui canti popolari del Natale (“Stidda di l’Orienti” del 1997) e del Venerdì Santo (“Pesah” del 1999). Alla ripresa delle nuove canzoni d’autore con “Plica Colonica”, del 2001 è seguito “Sicily” del 2005 che è un disco di cover di canzuni e canzuneddi siciliani. “La Padrona del giardino” è sicuramente la nuova puntata del mio rapporto con la canzone d’autore. Ovviamente ad ogni ripresa cambia sempre qualcosa perché siamo noi a cambiare più che la realtà che ci sta intorno. E dopo questa intuizione marzulliana vorrei proprio tacermi, se permetti.

Oggi si dice (e si vede) che, purtroppo, di dischi se ne vendono pochi. Allora che cosa spinge un artista ricco di talento, come ti viene ampiamente riconosciuto, a “resistere” nella propria dimensione, a non deflettere mai dalle proprie convinzioni artistiche e di vita, a continuare a fare musica ed incidere dischi?
La vendita dei dischi, purtroppo e per fortuna, non è stato mai motivo di insonnia per i musicisti del mio genere. Mi piace pensare che esiste una musica che si consuma e una musica eterna, ed io per lo stesso motivo addotto dalla volpe all’uva, mi sento molto più immortale che campione di incassi. A parte tutto, credo che creare non sia un aspetto correlato al vendere, almeno non sempre, non per tutte le cose. Su una strada corre il gusto delle persone, su un’altra la proposta artistica. Queste due strade possono incontrarsi o no, questo può accadere domani, fra cento anni o mai. E questo incontro, soprattutto, non ha niente a che vedere con la qualità della proposta, sono incastri spesso casuali, dinamiche misteriose come quelle dell’incontro e dell’amore. Non ci si può vestire con il vestito grigio programmando di incontrare la donna della nostra vita e se non succede cambiarsi d’abito il giorno dopo, e così per sempre. Io amo i miei colori e sono affezionato ai miei abiti e, ti posso assicurare, incontro decine di donne, anche in mancanza del coup de foudre.

Che cosa manca, a tuo avviso, alla discografia perchè sia anche più vicina ai bisogni degli artisti, per aiutarli a farsi conoscere di più e meglio? E alla stampa musicale per essere una credibile guida agli acquisti e fauttrice di un ascolto maturo? E al pubblico per non farsi abbindolare dai venditori di fumo artistico, dalle tendenze usa e getta?  
Viviamo in una finta democrazia dove, dai risultati elettorali ai successi editoriali, dalle scelte agricole fino alle politiche religiose, molte cose sono decise da oligarchie economiche. La democrazia dovrebbe garantire pari opportunità a tutti. Ma tutti sappiamo che il figlio del notaio diventerà casualmente notaio e il figlio del paroliere di successo sarà tutti i giorni in radio. Qualcuno può spiegarmi come fai a candidarti alla guida della Regione Sicilia (giusto per esempio, ma vale anche per sindaco di Canicattì) se non hai un patrimonio da investire in campagne elettorali e d’opinione? E come puoi pensare di governare, poi, senza garantire quei soggetti o quelle associazioni che quel patrimonio ti hanno garantito e sostenuto??!! Il popolo comanda un bel niente e la cosa buffa è che lo sa pure. Tutti sappiamo come funzionano le play list delle radio, le nomine i premi, i passaggi televisivi, le scelte per le colonne sonore, le scalate al potere elettorale. Ma spesso fingiamo di non saperlo e di meravigliarci. Io non ho soluzioni: credo solo nella bellezza, nella Kaloscrazia solo lei ci potrà salvare. Con me ci sta quasi  riuscendo.

Musica popolare e canzone d’autore: si possono considerare mattoni della stessa casa oppure, a tuo avviso, si tratta di due mondi totalmente differenti?
Una cosa che senz’altro li accomuna sono i dati di vendita non esaltanti. Per il resto credo che la canzone d’autore ricerchi un intimismo che il canto popolare non ha per sua stessa natura. Quel “plurale” di cui parlavamo poco fa, diventa “singolare estremo” nella costruzione poetica d’autore. Laddove un testo è il frutto di una coscienza popolare globale, dove ognuno ha contribuito in tutto o in parte alla sua creazione modificando ad ogni trasmissione orale, aggiungendo o sottraendo parole, e diventando infine, paradossalmente,  il prodotto di un “anonimo”; la canzone d’autore, difende strenuamente le paternità, ma non come mero diritto SIAE (anche per quello…). Soprattutto perché pone l’io su un piano valoriale di superiorità rispetto al tutti noi.

Sono tanti gli artisti siciliani che hanno dato importanti segni di qualità artistica negli ultimi anni. Tralasciando Battiato, mi sovvengono, in ordine sparso e limitato, Kaballà, Pollina, Consoli, Denovo (ed i suoi componenti). Tutti con espressività differenti tra loro. Merito, forse, della storia culturale dell’isola o semplice caso di concentrazione di personalità con spiccate propensioni artistiche?
Diceva tempo fa Fossati in Sigonella «…e tutta l’Isola è un vulcano…».

Dovendo scegliere tra le canzoni del tuo nuovo lavoro, a quale daresti la palma della preferita e perchè?

Stranu Amuri
continua a mantenere intatta la sua sorpresa ad ogni mio ascolto. A Notte dell’Ascensione mi sono molto affezionato, se non altro perché ho scritto una ventina di versioni prima di chiuderla.

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