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DIODATO

La mia musica? La scoprirò solo vivendo, anzi suonandola...

Tra i tanti nuovi lavori che di recente si sono affacciati tra le email dei giurati del Premio Tenco in occasione dell’ultima edizione, quello di Diodato, giovane cantautore operante a Roma, ha particolarmente colpito la nostra attenzione. Un brano come Ubriaco – per citare uno dei più intensi – di certo non può passare inosservato. Così lo abbiamo invitato a fare due chiacchiere con noi e a farci raccontare chi e cosa c’è dietro questo suo disco d’esordio “E forse sono pazzo”.

Allora, cominciamo dall’inizio: come ti chiami?

Mi chiamo Antonio Diodato, è semplicemente il mio cognome. Sai che c’è, che dopo un po’ di ospitate in radio avevo notato che tutti avevano un po’ di difficoltà a pronunciare di seguito ‘Antonio Diodato’, e in effetti non è molto facile. Così, per semplificare, ho detto ok, metto solo Diodato, poi vedremo.

 

Sei di Roma?

Questa è una storia particolare. Sono arrivato a Roma per studiare, e qui ho cominciato a suonare con le prime band: inizialmente ne avevo una, con la quale però non ho mai concluso niente. Poi ho cominciato a scrivere delle cose mie e ho trovato dei musicisti con cui collaborare: quello è stato l’inizio. Devo dire che ci ho messo un bel po’ di tempo anche a trovare le persone giuste, sono sempre molto attento a scegliere le persone con cui lavorare, di cui circondarmi. Questo da una parte è un bene, dall’altra probabilmente mi ha rallentato un po’, però sono contento del primo passo. L’inizio è questo, qui a Roma.

 

Invece prima stavi...

Vengo dalla Puglia, anche se nella mia vita ho girato tantissimo: ho seguito gli spostamenti della famiglia, sono nato ad Aosta, ho vissuto un po’ ovunque... sono italiano al cento per cento! Però, se mi chiedi “di dove sei”, ti dico “sono pugliese”. Quando sono venuto qui a Roma ho studiato cinema, mi sono laureato al Dams; però già mentre studiavo dedicavo molto più tempo alla musica che agli studi. Suonavo un po’ in giro, poi ho conosciuto quelli che sarebbero diventati componenti della band e, in particolare, “ilmafio”: Daniele Tortora. Lui ci ha proposto delle cose – dico “ci” perché anche se questa è la proposta di un cantautore, di un ‘solista’, mi è sempre piaciuto curare molto le sonorità, il sound, e dunque la band è parte integrale del mio lavoro – abbiamo cominciato a lavorare, a suonare dal vivo, e poi abbiamo registrato in studio.

 

E tu scrivi sia i testi e che le musiche?

Sì. Se mi chiedi se sono un musicista ti dico “no”, nel senso che so suonare la chitarra, ma soprattutto per scrivere. Non sono un chitarrista. Così, preferisco essere più istintivo, scrivere testi e musiche e poi per gli arrangiamenti affiancarmi a delle persone di cui mi fido. Quei musicisti sono sempre loro, da circa quattro anni. Speriamo sia una cosa che duri a lungo, perché questa ormai per me non è una band, è una famiglia.

 

C’è anche molto suono elettronico in questo disco, accanto a quello acustico... C’è un po’ di tutto, come dire, non ti tiri indietro su nulla...

Devo dire che è stato il primo esperimento vero che ho fatto, la prima volta che mi sono lasciato andare, ho lasciato che le mie cose andassero in mano anche a un produttore. La figura del produttore mi è sempre piaciuta, da un lato, soprattutto quella dei produttori stranieri; ci sono molte band inglesi che sono cresciute anche grazie ai produttori, quindi da quel punto di vista mi affascinava molto. Però mi spaventava anche dare in mano ad altri le mie cose. Ma ora devo dire che sono contento; anzi, ho trovato una persona con cui dialogare, con cui crescere. Sono contento di aver trovato queste persone con cui lavorare. E credo che dai provini al risultato finale ci sia stato un bel salto di qualità.

 

A proposito della musica che ascolti – penso alla tua cover di de André Amore che vieni amore che vai – dimmi: quali sono le cose più nelle tue corde, e che ti hanno ispirato?

Certamente il pop rock inglese, tantissimo, a partire dai Beatles, fino ai Radiohead e all’hip hop degli anni Novanta. Solo più tardi ho scoperto i cantautori italiani. Forse uno deve maturare un po’ per capire le cose più vicine; più recentemente ho cominciato ad ascoltare meglio Tenco, De André, Modugno... Molti mi chiedono “ma che c’entra De André con il resto del disco?”. In effetti, anche se magari io l’ho avvicinato musicalmente, come scrittura non c’entra niente. Ma proprio per questo l’ho voluto includere in questo mio primo lavoro, perché è un po’ tutto quello che io non sono. Mi sono accorto che quello che dice lui in quella canzone io non avrei saputo dirlo in un modo migliore... Allora ho detto ok. E la versione mi sembra anche buona. Magari i fan di De André non saranno d’accordo, però io sono contento del risultato, la sento molto vicina. Tanti poi mi hanno detto che attraverso la cover riescono a capire anche qualcosa in più di me; questo mi ha sorpreso, e mi ha fatto piacere.

 

Nel tuo disco c’è un tema, dominante fin dal titolo, quello della follia. Come lo intendi?

Indubbiamente fare musica oggi, e anzi pensare di vivere di musica, oggi, è già una follia, quindi E forse sono pazzo è più che altro un’affermazione! E poi è anche il modo per sottolineare che è un disco abbastanza vario: è un po’ una follia anche mettere insieme brani così diversi fra loro. Ci ho messo tanto per fare questo primo passo e alla fine ho detto “mettiamo tutto quello che ho fatto”. Così ci sono canzoni anche un po’ vecchie, e mi rendo conto che sono ormai distanti da quello che sono io adesso. Ma ho voluto comunque lasciarle così com’erano, come le avevo scritte. Ovviamente, poi, dandole in mano a un produttore si è amalgamato un po’ il tutto. Riascoltandolo mi rendo conto della varietà che c’è in questo lavoro. Mi sembrava una follia anche mettere insieme, non so, Mi fai morire con Capello bianco... Oggi molti mi dicono di avvertire un filo conduttore, che io non ho pensato. Il filo conduttore sono i miei vent’anni passati: sono tutti lì dentro.

 

Bè, l’opera prima quasi sempre è così... E poi?

Di sicuro se dovessi pensare a un disco oggi penserei a una cosa molto più cruda e molto più rapida anche nei tempi. L’idea di disco che ho oggi è una band in uno studio, una settimana per registrare, una settimana per il missaggio, in un mese un disco. Poi certo tra il dire e il fare ci devo mettere più di un mare!

 

C’è anche forse poi da imparare a muoversi in questo campo: non tanto sul “come si fa a fare un disco, o a registrarlo”, ma soprattutto “come si fa a farlo conoscere, a diffonderlo”...

Devo dire che oggi un artista - un cantautore, un musicista - non è più solo. Già nel registrare i provini, volendo, oggi uno potrebbe cominciare a registrarsi da solo, a promuoversi da solo, perché internet, per quanto se ne dica, avrà ucciso pure l’industria discografica, però non ha ucciso la musica, anzi, ha dato a molti la possibilità di farsi sentire. Io sono convinto che le cose migliori arrivano se uno ha voglia di farle arrivare. Conosco molti artisti che sono restii a far sentire le proprie cose. Io ero un po’ così, mi verrebbe da dire autolesionista, non so... le mie cose non le doveva sentire nessuno, non erano mai pronte, perché io non ero pronto. Poi però capisci che anzi, il confronto ti aiuta a crescere un sacco. Le bastonate, le porte in faccia, sono cose importantissime, quindi se ne arriveranno delle altre ben vengano! Serviranno a migliorarmi come artista e a migliorarci come gruppo.

 

E ora che sei concentrato sul tuo nuovo primo lavoro, vivi un momento di stasi creativa o stai continuando a scrivere?

Ho già tante cose in cantiere. Certo, sono spesso delle idee, delle melodie registrate con il cellulare, o a casa chitarra e voce... Ne ho già tante. Butto giù l’idea, la lascio lì per un po’ e poi ci ritorno. Raramente riesco a scrivere un pezzo dall’inizio alla fine, mi è successo solo un paio di volte. Ma poi cambia a seconda dello stato d’animo, della giornata, e ci sono luoghi in cui c’è un’aria talmente densa... Mi ricordo per esempio che quando, recentemente, ho cantato al Teatro Valle, in quel silenzio ogni parola che dicevo mi ritornava indietro e io ritrovavo il senso delle cose che avevo scritto. È chiaro che dopo una serata del genere l’effetto è forte: mi sono svegliato il giorno dopo e ho scritto una canzone. Non c’entrava niente con il Valle e tutto il resto, però ti dà lo slancio, ti dà quella voglia di continuare a fare delle cose. Dipende molto da quello che mi succede, giorno per giorno. In questo senso mi sento molto ricettivo e pronto a mettermi in gioco per trovare nuovi stimoli musicali.


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