Fabrizio Consoli

“Musica per ballare” è un Cd che risente delle contaminazioni con la canzone d’autore e il jazz, ma anche con ritmi e sonorità come la bossa. In alcuni brani l’uso della voce e le atmosfere degli arrangiamenti ricordano Tom Waits. Come hai maturato influenze così variegate? Quali artisti ti hanno maggiormente influenzato?
Negli ultimi anni ho ascoltato quasi qualunque cosa avesse il senso di un percorso, Jobim, Martino, De André, Waits, Conte, Parker e Monk - potrei andare avanti a lungo - e non sarebbe sbagliato dire di essere stato influenzato da tutti e da nessuno.
Detto ciò, per me era importante trovare la maniera di rileggere in qualche modo il rileggibile, e cioè fare una bossa che non fosse proprio solo una bossa, o ritmare un cha-cha o un tango come nessun batterista si sognerebbe di suonare un cha-cha o un tango.. Per il resto, posso solo confermarti che ognuno, cercando la propria strada passa per forza da incroci già battuti, più o meno illuminati- ma che sempre incroci di altri crocevia restano... C’e una canzone nel disco (Blu!) molto “Contiana” che non mi son sentito di scartare perché funzionale e ritmicamente affascinante. Allora perché invece di nasconderlo non dedicargliela? Chapeau, ecco fatto. Così, come dimenticare che ho avuto l’onore e il privilegio di lavorare con alcuni tra i più grandi autori e cantautori italiani? Non mi sono ispirato a loro, ma sono al contempo brani che conservano anche il loro.. “sapore”.
Come lavori ad i tuoi brani, (e come hai lavorato a quelli che compongono MxB )?
La conditio sine qua non è avere qualcosa da dire. Non riesco assolutamente a scrivere nulla se non me lo trovo in tasca. Questo fa sì che ci sia una fase caratterizzata da una completa anarchia iniziale: posso trovarmi a scrivere fermo al semaforo rosso, come al cinema, o è capitato di svegliarmi la notte e registrare quello che sogno, o ancora, capita di scrivere un testo in un quarto d'ora, come di non essere soddisfatti dopo un anno. Infatti, in un secondo momento subentra il "lavoro di lima" (come lo chiama M.Manfredi), necessario soprattutto quando, come nel caso di MxB, capita di dover piegare il testo a una melodia particolare, e per questo poco "sacrificabile" all'ingratitudine dell'italiano e alla sua poca musicalità. Questo è il momento più complicato, quello in cui l'ispirazione lascia il posto al mestiere. In un momento qualunque di tutto ciò, c’è la registrazione di un provino, solitamente chitarra e voce, anche senza un testo definito, che mi aiuta a fissare e a far “lievitare” l’idea. Poi c’è la fase tecnico/produttiva cioè la realizzazione vera e propria del disco.
MxB è interamente registrato in casa da me, quindi puoi solo immaginare cosa c’è finito dentro, dalla scatola della pasta usata a mò di shaker, al calco dei miei denti come percussioni, alla tazzina di caffè, alla mia fede nuziale!!
Oltre ad aver montato una batteria e persino un vibrafono in cucina.
Da questo punto di vista Musica Per Ballare è un disco sorprendente:
è un concentrato di talento e culo (si può dire?) poco
immaginabili.. rispetto ai mezzi con cui è stato realizzato suona
incredibilmente bene. Suonava talmente bene, che dopo vari tentativi
in studi molto più belli e ortodossi, abbiamo anche deciso di
mixarlo, a casa mia. In più i ragazzi hanno suonato in maniera
fantastica, e pur non avendo mai avuto la possibilità di registrare
nulla insieme, ci sono passaggi che sembrano eseguiti guardandosi
negli occhi!! In questo devo dire che la tecnica oggi rende possibili
dei veri e propri miracoli..
Perchè in Maybeline hai utilizzato la lingua inglese?
La canzone ha una storia particolare, e nasce in due tempi. Solo in
un secondo momento ho pensato di musicarla. Il testo è stato scritto
direttamente in inglese, su un taccuino, Maybeline era il nome di una
hostess che mi sorrideva, su un volo Amsterdam/Montreal. Volando
dall'Europa all'America settentrionale, se parti poco prima del
tramonto, per un tempo interminabile sembra di inseguire il sole, e
la linea dell'orizzonte è un incendio infinito. E' uno spettacolo
stupendo, capace di consegnarti le chiavi della tua vita direttamente
in mano, e di chiederti cosa ne hai fatto, o cosa credi ne farai. Non
ho mai pensato di tradurla, anche perchè in italiano il gioco di
parole Maybeline- Maybe Line, non sarebbe stato possibile.
La scelta di un’etichetta indipendente è voluta o dettata dall’attuale situazione di mercato ?
In realtà un etichetta indipendente è una scelta di logica, per vari motivi.
Per esempio, non è paragonabile sentirsi un artista importante per
una piccola realtà, piuttosto che un insignificante fastidio per un
gigante multi teste che sta cadendosi addosso... Poi, per lavorare su
artisti come me, bisogna avere fegato, passione e un quasi sano
briciolo di follia. Non a caso le indipendenti hanno tutte nomi che
la dicono lunga ( Novunque..). E' vero, a volte la carenza, anzi
l’inesistenza di economia, fa presto naufragare collaborazioni che
in altri tempi ci avrebbero lasciato pagine importanti, e magari
qualche “successo”, ma ciò non toglie che non c’è davvero
nessun altro che si prenda cura di parti dimenticate della nostra
produzione musicale, che senza gli indipendenti non avrebbero neanche
la forza di esistere. Infine, oggi non è il supporto “disco” ad
avere un’importanza fondamentale, ma un team di persone che in
qualche modo creda “realmente” nelle tue potenzialità, al di là
della diffusa pochezza dei numeri. Questo fa la differenza, in
termini di crescita dell'artista, e a volte anche in termini
"quantitativi". Detto questo, la verità è che a
pubblicare con una major, non ci ho neanche provato. In questo
momento sarebbe stato tempo perso.
Quando hai iniziato a sentire la necessità di esprimerti come autore?
Forse alle elementari, quando i miei temi facevano sbellicare la
maestra.. questo solo per dire che se uno ha nel dna una cosa deve
solo scoprirlo, o riscoprirlo, come è capitato a me. Ma naturalmente
non sarebbe bastato, né basta.. Io devo questa “riscoperta” alle
esperienze a fianco di artisti che, ognuno a modo proprio e ognuno
più o meno consapevolmente, mi hanno indicato quello che solitamente
manca al talento: il “mestiere” di scrivere. Soprattutto penso di
dovere molto al periodo di vita condiviso con Massimo Bubola, che mi
ha insegnato molto più di quanto si sia forse reso conto.
Soprattutto riguardo alla visione poetica del mondo e alla
“disciplina” dello scrivere. E’ importantissimo per un ragazzo,
capire che scrivere è uno stato mentale, che ha bisogno di una
quotidianità costante.
Da quale cantante ti piacerebbe sentire reinterpretata una tua canzone ?
Da Vasco, per la SIAE!!! Scherzi e Siae a parte, sono fermamente convinto che canzoni come “Di Quale Amore” o “Il Coraggio” sarebbero perfette per lui... Ma probabilmente non gli passeranno mai neanche vicino alle orecchie... Poi, se devo dirtela tutta, sogno per sogno, da Caetano Veloso.. mi ha davvero piegato la sua interpretazione di “Cucurrucucu Paloma” in “Parla Con Lei” di Almodovar.O ppure da qualcuno che non c’entra niente col mio mondo, che farebbe qualcosa che realmente nemmeno immagino, che so, Fabri Fibra...Ma se poi comincio non finisco più.

In luglio hai fissato delle date in Germania, di che situazioni si tratta ? Sono una cosa estemporanea o il preludio ad un progetto legato all’estero ?
Da qualche anno ho un manager svizzero, che si occupa di proporre la
mia musica all’estero, e devo dire che è proprio da questo canale
che sono arrivate le maggiori soddisfazioni. A tal punto da spingerci
a cercare una distribuzione estera. Alla luce delle esperienze
maturate negli ultimi 5 anni, infatti, ho percepito chiaramente che,
al di là della lingua, la mia proposta ha un respiro decisamente
internazionale. Ho avuto feedback estremamente positivi da molti
paesi, dagli Stati Uniti all’Europa alla.. Persia!!! Stiamo
lavorando a un video molto particolare, che accompagnerà la
distribuzione internazionale- che dovrebbe avvenire a ottobre.
Questo, nella pianificazione del cammino di “Musica Per Ballare”,
è uno dei punti più importanti in assoluto. Mi piacerebbe che ci
fosse più spazio in Italia, ma finchè non succederà qualcosa di
realmente innovativo- penso a livello legislativo, non avremo altro
che un mercato ipocritamente “liberale”, ma le cui regole sono
talmente falsate da togliere dignità a un mestiere senza il quale la
vita avrebbe un colore ben più misero. Ma questo è un altro discorso.
In che modo ti approcci e collabori con i musicisti che ti coaudiuvano ?
Difficile oggi immaginare un progetto senza un gruppo di lavoro
affiatato e costante, e personalmente non credo si possa costruire un
“mondo sonoro” cambiando in continuazione i collaboratori. Non ne
ho la possibilità, ma se proprio il mio progetto avesse un’economia
decente, tenderei a formare una band e associarla al mio nome,
dividendo onori e impellenze organizzativo/lavorative. Sarei molto
meno solo. Ciò nonostante, ho il grande privilegio di avere dei
musicisti eccezionali nel mio organico di lavoro, che hanno anche
scelto di credere nel progetto al di là di quanto gli gonfi o meno
le tasche. Divido con loro quanto posso, dalla firma dei pezzi alle
royalties (quando ce ne sono) e quant’altro. Sono le persone senza
le quali niente di quello che faccio sarebbe lo stesso, e la cui
stima è di fondamentale aiuto e supporto per me. Cerco di
comportarmi con loro nel migliore dei modi in cui sono stato
trattato, e di non commettere gli errori di cui sono stato vittima.
Oltre a Gigi Rivetti, che mi ha dato una grandissima mano con gli
arrangiamenti di piano, che è anche mio coautore in diversi pezzi e
col quale ho sviluppato un sodalizio di grande empatia, stanno
suonando con me Silvio Centamore alle percussioni, Marco Milani alla
tromba, e quando si può Daniele Sala al contrabbasso . Ma nel disco
ci sono molti “ospiti”, ne cito uno per tutti, l’indimenticabile
Silvio Verdi, che ha suonato tutti i clarinetti. Se pensi che molto
spesso non potrei permettermi dei musicisti così bravi, puoi ben
capire quanto mi reputi fortunato.
Nelle tue passate collaborazioni, e ancor di più con la Notte delle Chitarre, eri solito utilizzare essenzialmente la chitarra elettrica, nel tuo ultimo progetto hai praticamente utilizzato solo chitarre acustiche e classiche....
E’ vero fino a un certo punto. Sicuramente questa sensazione
dipende in gran parte dall’aver spostato la focalizzazione
dell’arrangiamento dal particolare (la chitarra) all’insieme (la
canzone). Ma più in generale, l’amore per l’elettrica non mi
abbandona- la prova è la sua presenza, comunque costante in quasi
tutti i pezzi di “Musica Per Ballare”- anche se la mia crescente
attenzione alla scrittura e ai contenuti mi avvicina di più agli
strumenti acustici, e alla loro migliore collocabilità rispetto al
mio tipo di vocalità. Se però rapporti l’utilizzo e il tipo di
atteggiamento e tecnica strumentale de “La Notte Delle Chitarre”,
alle mie ultime produzioni direi che la differenza è sostanziale.
Fondamentalmente mi sento meno “chitarrista” e più musicista.
Se consapevole del fatto che, ad oggi, il tuo nome sia ancora ricordato come quello di uno dei migliori chitarristi italiani ? Questo fatto ti inorgoglisce o, visti gli sviluppi della tua carriera, ti infastidisce?
Niente di tutto ciò, direi che entrambe le considerazioni non sono corrette. Il problema nasce quando ti rendi conto che hai di fronte una persona che non ha nessuna percezione di chi tu sia, ma è convinto che tu sia il Jo Condor della 6 corde solo perché lo ha sentito dire. Peggio ancora, quando ti relazioni a qualcuno a cui vuoi fare ascoltare cosa scrivi, e sai già che sta pensando che è meglio se “torni a suonare la chitarra”. In ultima analisi, in Italia è davvero, davvero difficile staccarsi i bollini di dosso, e la percezione che un musicista sia un artista di serie B è molto diffusa, anche a causa della mentalità del musicista medio, devo dire. Vedi, da ragazzo sognavo di suonare la chitarra, e di fare tutte le esperienze che poi ho avuto la fortuna e il merito di fare. Ma deve esserci la maniera di fare crescere i sogni, no? Quando incontro qualcuno che- come per altro tu stesso hai fatto- ricorda con emozione qualcosa che ho suonato in qualche disco, sono grato al ragazzo che aveva quel sogno, perché continuo a considerare qualcosa di magico il fatto di arrivare ad emozionare qualcuno. Ma questo non interagisce in alcun modo con la percezione che ho del mio passato musicale, o di come mi rapporto alla mia storia professionale, oggi. E’ la stessa cosa!
Ti racconto un aneddoto importante. Anni fa, dopo mie lunghe
insistenze, Franco Lucà (che ricordo sempre con grande affetto), mi
fa aprire il concerto di Trilok Gurtu, alla Maison Musique. Arrivato
al teatro, mi rendo conto che Franco non mi conosce, se non come
“chitarrista”, e proprio a causa di questo mi tratta con un po’
di sufficienza, se non proprio scortesemente. Anzi allunga anche
qualche battuta sulla facilità con cui certi turnisti di grido e di
grande mestiere girano gli artisti, e sulla loro valenza artistica.
Non capisco, ma salgo sul palco con Gigi Rivetti al pianoforte, e di
fronte a 400 persone suono per mezz’ora in un silenzio assoluto.
Alla fine viene quasi giù il teatro, a me viene quasi da piangere, e
Franco mi abbraccia mi riempie di complimenti e mi promette che farà
il possibile per farmi suonare, l’anno successivo, in occasione
delle olimpiadi della neve di Torino. Non ho mai suonato per le
olimpiadi, ma, nelle rare occasioni da allora capitate, io non ho mai
dubitato dell’intelligenza, del rispetto e dell’amicizia di
Franco.
Hai scelto di abdicare definitivamente dal ruolo di musicista al servizio di altri ?
Assolutamente no, ma sicuramente, rispetto a qualche anno fa, ho
bisogno di un motivo in più. La possibilità di imparare qualcosa di
nuovo, per esempio, o di interagire a livello artistico. O di entrare
in uno staff che abbia un indiscussa valenza nel campo della ricerca
musicale, o di una personalità che seppur molto forte e definita,
trovi utile dare spazio alla mia. Ma non sono molte le situazioni del
genere, in Italia o comunque non capitano spesso. Negli ultimi anni
le cose che più si sono avvicinate alle mie “esigenze” sono
state una tournèe di Fado e una commedia teatrale in cui ho suonato,
cantato le mie canzoni e recitato!
Quale delle passate collaborazioni ricordi con più piacere ? Quale consideri invece più importante ?
15 anni con Eugenio Finardi rappresentano una discreta fetta di vita,
e il nostro rapporto è tutt’ora molto stretto, pur avendo diradato
la nostra frequentazione “lavorativa”. Devo a lui e al nostro
sodalizio la mia maturazione non solo professionale, ma anche umana-
ero molto giovane quando ci siamo conosciuti. Con lui ho avuto
l’opportunità di rivestire tutti i ruoli del processo realizzativo
di un disco, dalla scrittura alla produzione. Ma anche le
frequentazioni- a volte molto assidue- con il “Pianeta De Andrè”,
come lo chiamo io, ha lasciato profondi e importantissimi segni nella
mia crescita. Bubola, come già ricordato, per la scrittura e Mauro
Pagani per l’atteggiamento e la maniera di “sentire” la musica,
solo per esempio. Poi ricordo sempre con una punta d’orgoglio (qui
si!) la collaborazione con la PFM, l’aver accompagnato la splendida
voce di Francesco Di Giacomo, e potermi dire suo amico, visto che
l’essere umano supera l’artista.
Come pensi si evolverà la tua musica in futuro?
Davvero difficile dirlo, se fosse possibile partirei dal tipo di scrittura di “Musica Per Ballare” e farei un disco completamente diverso, cercando di sorprendere me stesso in primis. Non c’è giorno che passi senza che io progetti che so, un disco per voce, pianoforte e ottetto di ottoni- tanto per dire!! Ma la verità è che l’economia del mio progetto ha difficoltà a far girare un trio, difficoltà che diventano grosse quando suoniamo in quartetto e GRAVI se voglio aggiungere un contrabbasso. E secondo me non è onesto realizzare un disco che risulti totalmente impoverito e stravolto nel tuo live. Quindi, purtroppo, la mia musica in futuro dovrà sicuramente tener conto di questo, che in soldoni vuol dire “Tieni duro, Fabrizio, e fai del tuo meglio”.