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Meg

La musica che cura

Meg ha negli occhi tutta la passione per la sua musica, la forza che ha nel perseguire i suoi obiettivi, ed è la prima cosa che si nota avendola davanti. Ha questo suo modo molto analitico di parlare della realtà e delle sensazioni che la musica provoca, e si lascerebbe ascoltare per ore, se fosse possibile. La incontriamo prima della presentazione del suo nuovo video al Milano Film Meeting 2008. Ci racconta un po’ cosa vedremo sullo schermo ma ci fa anche vedere, con estrema semplicità, sfaccettature della sua vita e il suo punto di vista sulla società.


Oggi presenti il tuo nuovo video E’ troppo facile, realizzato con la regia di Umberto Nicoletti e Francesco Meneghini. Com’è nata la collaborazione con loro?
Umberto Nicoletti è una persona per me preziosissima e anche per l’intero progetto. Avevamo lavorato assieme per il video di Parole alate, uno dei singoli del disco precedente, e in questo disco ha dato una traduzione visuale a quello che era il discorso sonoro di “Psychodelice”, ideando il servizio fotografico, la grafica, e il packaging così particolare. Sua è anche l’idea di Distante, il primo singolo. Insomma per questo disco ha dato la sua versione immaginifica di quasi tutto. Per E’ troppo facile è stato aiutato da Francesco Meneghini, la regia è di entrambi. Per me è sempre di fondamentale importanza trovare dei collaboratori che creino un mondo visivo che rafforza l’identità delle mie proposte musicali, in questo modo il messaggio arriva più forte. Sono due persone dall’immaginazione molto vivida, sono molto poliedrici, e per questo eravamo d’accordo sul non voler fare un video didascalico. Il testo è una canzone d’amore intorno al quale volevamo creare un mondo. Umberto è partito dall’immagine del film La storia infinita, quando il Nulla ha distrutto tutto e Bastian rimane con una particella di Fantàsia in mano. L’idea era proprio quella di far partire questo mondo da una particella, ed io, da protagonista, è come se fossi posseduta da una strana energia che va a costruire un intero cosmo, e particella su particella si costruisce tutto un universo metafisico, al cui interno si trovano una serie di mondi uno nell’altro, come fosse una matrioska, mentre in realtà si tratta di proiezioni dei vari stati d’animo. Si potrebbe dire del mio stato d’animo, ma direi proprio anche della canzone.

Hai appena parlato di metafisico, ed è una parola che ricorre spesso, anche con lo stesso “psycho” che lo richiama. Quanto conta per te il trascendentale, in un certo senso l’essere fuori dalla realtà?
Io non credo che sia fuori dalla realtà, anzi credo fortemente che molto spesso tutto ciò che ha a che fare con la psiche sia molto più reale. Il trascendentale è qualcosa che fa parte di te, che non può essere scisso dall’essere; è un livello molto più profondo dell’esistenza, per questo è fortemente legato ad essa. È un vivere più intimo, ma non può essere considerato separatamente.

Il titolo mi ha richiamato alla mente un ossimoro creato dalla parola “psycho”, che mi fa subito pensare alla follia, e “delice”, legata a qualcosa di delizioso, dolce. Non era così quindi?

No, ho subito pensato a psichedelico. Però è anche vero che l’artista crea il suo disco, il quale poi come tutte le creature prende strade a sé stanti, ed è sottoposto a tante interpretazioni in base a chi lo percepisce. E poi a me piacciono gli ossimori, è una bella interpretazione anche questa.

Il video sarà presentato nell’ambito della Festa del Cinema di Milano: che legame hai con quel mondo? Sul tuo sito ci sono anche filmati in cui sei inviata di te stessa...
Vivere il cinema per me è un po’ come rivivere quell’infanzia in cui c’era la mamma che ci raccontava le storie, in cui ci si riuniva tutti insieme intorno a un tavolo, a un camino, per ascoltare sempre nuove avventure e vivere con la fantasia nuove esperienze. Il cinema per me è proprio questo, il riuscire a ricreare quella situazione in cui vivevano i miti e le leggende che da piccoli ci affascinavano tanto. Ha questa funzione di estraniarmi in un mondo metafisico, in cui vivere esperienze diverse da quelle della vita quotidiana.

Passiamo all’album: cos’è Psychodelice e com’è cambiata Meg rispetto al 2004, quando esordisti come solista?

“Psychodelice” non è niente altro che un gioco di parole che richiama “psychedelic”, quindi psichedelico, elettronico, che permette di viaggiare con la mente. Ho subito pensato che fosse un album psichedelico, basato su suoni elettronici, particolari sonorità vocali, che continuano in loop. Faccio musica elettronica, e questi suoni che si ripetono in circolo è un po’ come se facessero vivere una trance. Credo che questo tipo di musicalità rappresenti il futuro, una nuova frontiera, ripresa sostanzialmente dagli anni sessanta e settanta, anni in cui sono nati i grandi movimenti di aggregazione giovanile che si muovevano intorno alla musica. E in questo momento sta succedendo proprio questo con la musica elettronica; basti pensare al grande afflusso di ragazzi che il Sònar di Barcellona (il festival più importante dedicato ai suoni elettronici e ai “nuovi” suoni, giunto quest’anno alla sua quindicesima edizione, ndr) raduna ogni anno da qualsiasi parte d’Europa. Io vivo la musica con tutta me stessa, significa tutto per me. È un rimedio, una panacea ma allo stesso tempo è una droga a cui non posso rinunciare. Ci sono quei momenti in cui mi rifugio nella musica, la sento come una medicina che riesce a curare le sensazioni negative; a volte invece mi sento come drogata, sono dipendente. Tornando al “Meg” del 2004, posso dire che non era nato con le stesse spinte: è un disco molto più intimo, anche se non del tutto. Si era da poco conclusa l’avventura con i 99 Posse, ed era il primo disco che facevo completamente da sola. I dieci anni precedenti li avevo passati sempre di corsa, tra una cosa e l’altra da fare, sempre in giro. E con quel disco mi sono fermata un attimo a riflettere, e soprattutto dovevo riuscire a superare il trauma della separazione del gruppo, perché in un certo senso si è trattato di un trauma, dovevo rielaborare il lutto. Con “Psychodelice”, invece, ho avuto tutto il tempo di riassorbire il cambiamento, sono passati quattro anni e ho riacquistato appieno energia. Il mio percorso è ripartito con una virata energetica che ho trasmesso anche al mio lavoro, e il risultato è stato elettrico, esplosivo.

Colpisce la scelta cromatica del packaging: è un modo per dare al tuo lavoro una connotazione ancora più “elettro”?
Umberto che ha curato anche la grafica del packaging mi ha espressamente chiesto di che colore secondo me potesse essere questo disco. La mia risposta è stata immediata ed è stata fucsia, ma un fucsia acceso, fluo, che riuscisse appunto a dare un riscontro visivo ai miei pezzi “elettrici”.

Ascoltando il cd si nota subito un abbondante uso dell’inglese, non solo per i tre singoli completamente in lingua, ma anche per gli incisi presenti in quelli in italiano. Come mai questa scelta? Evoluzione o ritorno ad un periodo pre 99 Posse?
Forse è un po’ un ripercorrere il mio cammino da solista, ed è anche evoluzione. Ma in realtà è essenzialmente un fatto naturale. Senza pensarci troppo, a volte capita che ci siano dei testi che nascono già nel pensiero in inglese, spontaneamente. E poi questa lingua ha una sonorità differente dall’italiano, è musicale e si adatta bene al tipo di musica che faccio, ha una liquidità che è quasi naturale. Dà anche un respiro più ampio ai pezzi, apre ad altre opportunità che con l’italiano non sarebbero concesse. E poi se c’è questa possibilità, perché non usarla?

Parlando dei testi, cosa c’è di onirico e cosa di reale? Running fast per esempio dà l’idea di un sogno...
Forse è un’impressione che i miei testi possono dare, ma in realtà sono molto ancorati alla realtà, al vissuto. Ovviamente si deve partire da una nota autobiografica, anche se comunque per me molto nasce dall’immaginazione. “Running fast” poi è molto reale, può sembrare un sogno, una visione, in realtà si tratta di un dèjà-vu, un rivivere e riaffrontare dei momenti dolorosi, vissuti nel 2001 a Genova (durante i fatti del G8, ndr). L’ho scritta due anni fa, cinque anni dopo quello che era successo, ed è stata dura fermarsi a ripercorrere quei momenti, ma proprio in questo caso la musica ha avuto la funziona di cura dal dolore.

Riprendendo Running fast, un tema ricorrente nei tuoi testi è quello della fuga. Ne parli in qualche modo lì, ma anche in Distante, Succhio luce, Permesso?. Da cosa stai scappando?
Scappo, ma poi ritorno! A volte senti proprio il bisogno di staccare un attimo dalla quotidianità, di fuggire per poi riuscire a vedere le cose dalla giusta distanza e ritornare a quella che può essere definita la “casa”. In questo modo puoi riuscire a riprenderti la tua dimensione più intima, a capirti, e a superare situazioni difficili nelle quali a volte ci si trova coinvolti. Distante, per esempio, racconta proprio questa sensazione, è una fuga, descritta in toni spensierati se vogliamo, come può essere una richiesta al proprio fidanzato di farti staccare per un po’ la mente dalla realtà, per fuggire in un mondo ideale. Questo non vuol dire che non si debbano affrontare i problemi! Io dico sempre che nel momento in cui si arriva a toccare il fondo bisogna rimanere lì e affrontarlo. Si può anche cercare di scappare ma sarebbe come aggirare la soluzione. Fuggire sì, ma per poi ritornare e superare gli ostacoli.

Anche in quest’album è presente una canzone dedicata alla tua città. Ti cito: «ed io incontro lì ad ammirare sapendo che al sorgere del sole il mostro si sveglierà per la fame». Qual è il tuo rapporto con Napoli?
Con Napoli ho un rapporto strano, perché è una città piena di contraddizioni. Prima parlavamo di ossimori, ecco Napoli è come se lo fosse. È la spensieratezza, la disponibilità, la delicatezza di un momento, ma è anche una brutalità che viene fuori all’improvviso. È una città che vivo in base ai miei stati d’animo, perché ci sono momenti in cui si riesce a viverla appieno e altri in cui diventa la città che ti fa sentire perseguitata, se non sei nella predisposizione adatta. Ma non bisogna vedere solo questo aspetto, bisogna considerare che la realtà di Napoli è un esempio eclatante che può essere benissimo applicato alla realtà nazionale. A ben vedere, tutti quei meccanismi distorti presenti in una sola città sono applicati a tutta Italia, magari più sottesi, ma ci sono. Non lo dico io, è una cosa risaputa fuori dalla nostra nazione, l’Italia è governata da clan. E se questo è il Paese in cui viviamo, c’è da rifletterci su.

Impossibile trasmissione è un testo di dieci anni fa, scritto dalle tue due sorelle. Come mai è finito in questo album? Come mai adesso?
È un testo che mi è sempre piaciuto molto, lo cantavano con il loro gruppo, e quando si sono sciolte è rimasto chiuso in una soffitta. Ho voluto riprenderlo perché era un peccato lasciarlo lì, così l’ho riarrangiato con le mie sonorità e l’ho inserito nel nuovo album.

Questa me l’ha suggerita un mio amico musicista invece: preferisci quei pezzi trascinanti, con sonorità che coinvolgono, o l’emozione che dà una canzone scritta con l’animo?
Ho capito perché ha questa curiosità! Io personalmente li preferisco entrambi. Le canzoni nascono in base ai momenti, e bisogna poi anche calarle in relazione al pubblico. Per esempio nei live capita di avere momenti danzerecci, in cui ami coinvolgere chi ti sta di fronte con grande ritmo, e altri invece più intimi, quei classici momenti da pelle d’oca. Dipende dalle circostanze, anche se comunque preferisco chiudere i miei concerti con pezzi più energetici.

Un’ultima cosa. Hai avuto la nomination come miglior voce al Trofeo Insound, a luglio il tuo cd era primo in classifica Indie. Si può avere successo comunque anche da indipendenti, ma com’è essere Indie in Italia?
Lavorare in questo modo porta le soddisfazioni più grosse! Far tutto da sola è quello che ti spinge sempre a fare meglio, perché lo si fa con la maggior cura possibile e con la voglia vera di dare il massimo per ottenere un buon risultato. Anche nel creare il packaging del mio cd, per esempio, così accurato e particolare, non si era mai vista prima d’ora in Italia qualcosa del genere. E l’ho fatto sapendo che avrei tolto qualcosa al mio guadagno, perché è obiettivamente più costoso della norma, ma non mi interessava, volevo dare al mio pubblico, anche visivamente, un prodotto completo. Incontro sempre tante persone che mi dicono di aver acquistato il mio album a scatola chiusa. Ormai c’è un rapporto di fiducia con chi mi conosce e mi segue, sa già che lì troverà tutto il mio impegno e la mia passione, e anche se dovesse trovarvi dei cambiamenti, comunque farebbero parte di un percorso di mia crescita professionale e personale che è curioso di scoprire. Non è una scelta facile dedicarsi a questo tipo di sonorità, perché non c’è nessuna strada spianata e bisogna lavorare veramente tanto per potercela fare. Bisogna sudare, ma alla fine le soddisfazioni sono tante. Essere Indie vuol dire tutto questo.


(30/09/2008)

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