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Roberto Cacciapaglia

La musica come strumento di evoluzione.

Era un pomeriggio di Marzo del 1973 e la Primavera si faceva amabilmente sentire. Chi scrive era già infatuato delle sonorità di Franco Battiato e di quella corrente musicale che si chiamava ‘Corrieri Cosmici’, di teutonica discendenza e quel giorno Battiato fece un concerto nel salone parrocchiale dell’oratorio sotto casa, a Milano. Meglio, nel quartiere di Baggio. Era il periodo di “Pollution”, con suoni potenti e distorti, fino al disturbo fisico. Un concerto che vide l’anteprima di brani che poi ascoltammo nell’album successivo “Sulle corde di Aries”. Sul palco, a contribuire alla costruzione di un caleidoscopio di suoni, un giovane musicista di belle speranze: Roberto Cacciapaglia… Quando, due anni dopo, uscì il suo primo lavoro da solista, “Sonanze”, lo acquistai e, pur nella sua immediata percezione della sua complessità artistica, a distanza di quarantacinque anni suona ancora bene.
Ed è da qui che partiamo per farci raccontare decenni di musica e di vita, inframmezzando alle parole alcuni scatti (presi dal suo sito ufficiale https://www.robertocacciapaglia.com/it/ ) che lo ritraggono in giro per il mondo. E a proposito del valore internazionale di Roberto Cacciapaglia e di come i suoi concerti siano coinvolgenti e amati, la prima foto che abbiamo scelto è quello che lo ritrae con in mano il ‘Best Live Act 2019’, prestigioso riconoscimento conferitogli dalla rivista americana
Bluebird Reviews, attraverso i suoi lettori, per il ‘miglior concerto dal vivo’ nel 2019.

 

Il tuo è un percorso artistico che parte dal Conservatorio, dove hai iniziato a lavorare sulla musica elettronica. Cosa ricordi di quei tempi da pioniere, di nuove possibilità sonore e come li paragoneresti a quegli odierni dove si può suonare anche con un cellulare?
Ero iscritto a composizione, ho studiato con Bruno Bettinelli ma ero molto interessato anche alla musica elettronica e così mi sono iscritto ad un corso di musica elettronica. Si faceva nello studio di fonologia della Rai con Angelo Pacagnini e ho anche lavorato alla computer music, una cosa un po’ diversa, al consiglio nazionale delle ricerche a Pisa aperto da Pietro Grossi, docente di violoncello al conservatorio di Firenze, che a lungo aveva lavorato sulla computer music. Lì a Pisa sembrava di essere un po’ in ‘2001: Odissea nello Spazio’, con i tecnici in camice bianco e pareti di terminali audio Tau 2. Tra l’altro mi hanno invitato proprio da poco a celebrare Grossi e tutto lo staff di Pisa. Ricordo Tommaso Bolognesi con cui poi ho registrato “Sei Note in Logica”, appunto per ensemble strumentale, computer e quartetto vocale.

Ma torniamo un attimo al periodo del Conservatorio, quali ricordi hai?
In Conservatorio si lavorava molto, con i nastri magnetici per esempio, con i Nagra, i Revox. Ho ancora uno Studer nel mio studio, una macchina straordinaria: un registratore analogico 24 piste. E allo studio di fonologia della Rai si studiavano tutte le onde sinusoidali, quadre, si tagliavano i nastri con le forbici etc. Ci sarebbe tanto da dire, comunque era un momento molto interessante, arrivavamo dalla scuola di Darmstadt, Stockhausen, Boulez, Subotnick, e per me è stata un’esperienza straordinaria. Oggi i presupposti di un tempo non so quanto si siano confermati. Nel senso che il lavoro sui suoni creati artificialmente non ha portato forse i risultati pensati. Naturalmente poi ci sono come sempre degli esempi invece di musica straordinaria e di esperimenti molto interessanti. Dal mio punto di vista sono anni che lavoro a quella che possiamo chiamare ‘elettronica’, ma in realtà è un lavoro sull’espansione, sullo sviluppo del suono acustico trattato, non manipolato; non sono suoni generati da strumenti elettronici, ma suoni acustici espansi attraverso software. Più che altro un lavoro sulle armoniche, sul suono nello spazio che sarebbe molto caro a Pitagora, che definiva i suoni armonici l’essenza dell’Universo. Naturalmente non è un gioco intellettuale ma ha una ragione precisa: sviluppare, aumentare e approfondire la relazione fra interprete e ascoltatore attraverso il suono, in modo che sia sempre più profonda e specifica.

“Sonanze”, il tuo primo album, è figlio delle sonorità dei Corrieri Cosmici, con un mix particolare di suono elettronico ed elettroacustico. Quanto (e se) il Battiato di “Sulle corde di Aries” ha influenzato la tua decisione di percorrere strade sonore particolari?
Franco Battiato venne a trovarmi allo studio di fonologia in Conservatorio perché aveva saputo che stavo lavorando su delle macchine – che sono essenzialmente VCS3 – a cui lui era molto interessato e che in Italia avevamo solo noi, ma che venivano usate da Pink Floyd, Roxy Music, Brian Eno. Ci siamo incontrati proprio per questo motivo ed è avvenuto dopo il suo LP “Fetus”, proprio per fare il tour di questo album e, in seguito, per produrre “Pollution”, quindi siamo ancora prima di “Sulle corde di Aries”. In “Pollution” ho fatto tutta la parte elettronica, pianoforte e tastiere. Avevo da poco passato i 16 anni. Certamente è stato per me un incontro importante sia da un punto di vista musicale che umano, infatti siamo rimasti legati da un’amicizia molto profonda e abbiamo fatto tante esperienze insieme, musicali e non. Certamente quest’incontro mi ha influenzato molto.
(qui sotto una foto di Cacciapaglia e Franco Battiato scattata qualche anno fa)

 

Hai suonato dal vivo con Terry Riley la sua nota ed iconica “In C”. Cosa ricordi di quei momenti e quanto quell’album è stato importante per la tua crescita artistica?
Terry Riley lo conoscevo da quando ho incominciato a lavorare sul minimalismo e sapevo anche che era stato in India. Secondo me ne è stato l’iniziatore proprio tornando dall’India, aveva studiato con Pandit Pran Nath e infatti il minimalismo contiene l’idea di ripetizione, ciclica, che deriva dal Rāga indiano. Adesso sarebbe troppo complesso entrare in questo argomento ma, in ogni caso, è sempre stato il compositore che mi è interessato di più tra i minimalisti, rispetto per esempio a Glass, Adams, Reich, etc. Questo perché l’ho sempre sentito molto emozionale, meno strutturalista e più aperto all’emozione. Il suo “Rainbow in Curved Air” mi aveva veramente colpito, per cui quando Franco Masotti, fratello del caro amico Roberto, mi ha proposto di eseguire al festival questa composizione insieme a Terry Riley sono stato molto contento; e lì c’era il mio ensemble – io eseguivo anche “Transarmonica”, quindi eravamo 9/10 strumentisti – e lui è arrivato con due dei suoi. Quindi insieme abbiamo realizzato questa versione di “In C”. È nata anche una bellissima amicizia (qui a fianco una foto di Riley di repertorio), lui è stato ospite in casa mia ed è diventato una persona veramente speciale. Sono molto contento di questo lavoro, che poi è stato anche pubblicato in Russia sia in vinile sia in CD. E poi c’è da aggiungere che “In C”, dal mio punto di vista, è proprio il manifesto del minimalismo e quindi è stato bello essere lì, farlo, partecipare profondamente a questa partitura. Essendo io esploratore come tu sai di ambiti diversi, è stato molto importante essere lì e realizzare concerto e registrazione di questo album, che come dicevo considero il manifesto del minimalismo.

Hai avuto un intenso sodalizio con la Royal Philarmonic Orchestra con la quale hai inciso quattro album. Come hai vissuto quell’esperienza e, soprattutto, come quei musicisti hanno percepito la profondità delle tue composizioni?
Questa è un’altra bellissima domanda... La prima collaborazione è nata con “Quarto Tempo” e devo dirti mi sono trovato immediatamente benissimo, perché è un’orchestra che oltre al repertorio classico – Brahms, Mozart, Beethoven – ha collaborato anche con grandi musicisti della storia della musica, come i Queen, i Pink Floyd e così via. Questo l’ho sentito subito, c’era una conoscenza, una sapienza musicale che oltrepassava i confini dei generi. È un’orchestra abituata a lavorare in studio, e anche questo è un aspetto molto importante: è molto diverso dal lavoro dal vivo in teatro. Per me era molto importante visto che si doveva poi mettere in relazione con tutto il suono elettronico, e l’hanno fatto egregiamente. A volte scherzando dicevo che è un’orchestra post-elettronica, perché chiedevo delle sonorità quasi da “tastiera”, senza alcun vibrato – come sarebbe piaciuto a Stravinskij, che detestava i vibrati – e anche in direzione della musica antica, quindi verso un impatto più da dinamica, sulla purezza. Loro mi dicevano che poteva essere considerata come una musica ultra-moderna oppure una antichissima, e questo è stato un bel complimento. Ci siamo trovati molto in sintonia sulla profondità della musica, sulla comunicazione e sull’espressione della musica come fattore emozionale. Insomma, è un’orchestra che ha tutte le qualità perfezionate e in effetti stiamo parlando della Royal Philharmonic Orchestra.

Sempre con questa grande orchestra hai vissuto anche l’esperienza de tuo ultimo album “Diapason” che, se non ricordo male, hai portato in tour con loro. Com’è il rapporto con una grande orchestra dal vivo e quanto empatica è la reazione del pubblico?
Devo dirti che non ho mai portato “Diapason” dal vivo con la Royal Philharmonic Orchestra. Ho lavorato con l’Imperial Orchestra a Mosca in Russia, con la Dubai Philharmonic a Dubai, qui con l’orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala e con altre orchestre, ma con la Royal non sono mai stato dal vivo, però quello che posso dirti è che su “Diapason”, che è l’idea della purezza estrema, mi hanno ridato esattamente quello che io chiedevo, e questa è una cosa meravigliosa e straordinaria. Tant’è vero che, scherzando, ho detto che questa orchestra ricorda la lampada di Aladino: tu esprimi un desiderio, strofini, e arriva esattamente quello che hai chiesto. Ecco, per me è stata un’esperienza di questo tipo.

Suonando con differenti orchestre di paesi così diversi, come hai percepito l’approccio dei musicisti alle tue sonorità?
Mi interessano i suoni dell’orchestra in modo non storicizzato, e su questo è molto importante intendersi. Appunto parlavamo del non vibrare e di una serie di caratteristiche del suono degli archi e dell’orchestra che va al di là di quello che è la storia, di quella che è l’espressione: il romanticismo, piuttosto che l’impressionismo, o la contemporanea, eccetera eccetera. Quindi a volta è difficile perché per raggiungere la purezza bisogna tornare indietro, tornare alle radici, e quindi siamo come una pre-classica, un pre-genere. E a volte naturalmente questa richiesta, molto ambiziosa, incontra più o meno difficoltà a seconda della cultura, dell’educazione e della storia dei musicisti. Però devo dirti che fino ad ora, sia da un punto di vista di solisti, che dell’insieme delle orchestre e degli ensemble strumentali, sono sempre riuscito ad ottenere quello che cercavo, perché poi scavando in profondità si arriva all’essenza.

Hai fondato la Educational Music Academy per scoprire nuovi talenti. Qual è il tuo giudizio sulle nuove generazioni di musicisti e quanto hanno il coraggio di ‘osare’ per percorrere nuove strade musicali?
L’ho fondata sette anni fa ed è un’Accademia non accademica, nel senso che non lavoriamo su un programma stabilito ma lavoriamo sulle opere e sui brani dei partecipanti. Siamo un po’ una via di mezzo fra dei maestri di composizione e dei produttori artistici. In sette anni premi e riconoscenze che hanno preso i nostri allievi non sono mancati. Rita Ciancio, per dirti, ha ottenuto il primo premio al ‘London Grand Prize Virtuoso International Competition’, esibendosi alla Royal Albert Hall così come Carmine Padula ha invece firmato le musiche della fiction Rai ‘Ognuno è perfetto’. Alcuni di loro, e ormai siamo credo a quota 12, hanno registrato e pubblicato dei CD che sono arrivati quasi tutti primi in classifica su iTunes Classic, e chi non è arrivato primo è arrivato secondo. Per noi è stato un ottimo risultato tenendo conto che sono opere prime. Detto questo, hai toccato un tasto molto importante, perché in questo momento rispetto alle epoche di cui parlavamo prima – dove esplorare una personale via in modo molto preciso e quindi originale, era quasi un obiettivo – oggi c’è la tendenza, e non solo nel pianismo, a un certo adeguarsi e appoggiarsi a uno stile preciso. Questo lo vediamo in tutte le musiche: anche nel Rap, nella Trap, nelle canzoni più o meno classiche, anche nel Rock. E questo succede anche nella musica classica e neoclassica. Dobbiamo tenere conto dell’epoca in cui siamo e della situazione sia sociale sia artistica. Ma io sono molto, molto ottimista perché da questo momento complicato e difficile dal punto di vista sociale e planetario, sono certo scaturirà una nuova dimensione. Spesso mi dicono: “ma come, la musica è fatta di sette note – a parte che sono dodici – ormai tutto è stato fatto”. Io la penso diversamente, ripeto che invece incominciamo oggi, adesso, a poter affrontare la musica e l’arte attraverso nuove frontiere di esperienza. Per esempio la scienza, la neuroscienza, la fisica quantistica, lo yoga, conoscenze a cui magari una volta soltanto il genio poteva arrivare per intuito. Oggi invece ci possiamo collegare più facilmente a tutto questo.

Sei un musicista colto e rivoluzionario ma, insieme, hai composto una miriade di jingle pubblicitari per grandi aziende. Come riesci a staccare la spina da un genere ‘denso’ come quello che proponi con la tua musica ed entrare in una dinamica sonora completamente differente dove l’obbiettivo è colpire, in pochi istanti, l’attenzione dell’ascoltatore/spettatore?
Prima di tutto bisogna dire che parliamo di alcuni decenni fa: questo lavoro lo facevo per arrotondare quando ero studente del Conservatorio. Detto questo, anche se è passato molto tempo, è stata un’esperienza utilissima, nel senso che 30 secondi, 15 secondi, non possono essere dei brandelli di suono, ma devono avere una forma precisa, con un’introduzione, sviluppo, finale, e questo fatto di ‘colpire’ sviluppa molto la capacità di potenziare il suono. Anche se la musica è al servizio di un altro scopo, ho avuto tante occasioni in cui il potere del suono andava al di là del prodotto, al di là di quello che stava rappresentando in quel momento: questa è una conferma assoluta del potere della musica e del suono. Ultimamente ho avuto ancora occasioni di questo tipo, ma è stato molto diverso: ti faccio soltanto l’esempio, recente, di Stella McCartney (la stilista inglese figlia di Paul e della prima moglie Linda, ndr) che ha usato un mio pezzo, My Time, per tutte le sue campagne mondiali del 2019. Questo è successo anche con altri prodotti che ora non sto a elencare, in cui sono state utilizzate delle mie musiche già edite, ma questa è una cosa molto diversa.

Qual è il tuo album a cui sei più affezionato e quello che ti ha dato maggiori soddisfazioni?
Mi è difficile rispondere, perché ce ne sono certamente alcuni che hanno segnato dei cambi. Per esempio “Sonanze”, il mio primo lavoro, e non solo perché avevo 18 anni quando è uscito. C’erano già tutte le caratteristiche, gli elementi che poi mi sono portato dietro: io suonavo il pianoforte, c’erano gli archi della scala, c’era l’elettronica, le voci da musica antica etc. Mi sono portato dietro anche l’idea di sconfinamento e di approfondimento attraverso il suono: approfondire tutte le possibilità sia del suono acustico, sia di quello elettronico, insieme o separatamente. Altro momento particolare l’ho vissuto con “Generazioni del Cielo”, la mia prima opera, ma anche “Sei Note in Logica”, che poi sono due album prodotti insieme. “Ann Steel” e “My Time”, che dall’anno scorso sta avendo un grande successo in Inghilterra e in America a quarant’anni di distanza a dimostrazione di quanto sia scollato dalle epoche. E poi via via “Quarto Tempo”, adesso mi spiace non dirne altri e ovviamente “Diapason” che è l’ultimo. Sarà banale ma è un po’ come i figli, che li ami tutti.

Quale genere di musica ascolti abitualmente e ci sono artisti a cui sei particolarmente legato dal punto di vista artistico?
È una cosa che ho cambiato nelle epoche e come mi è già capitato di dire, amo la musica brasiliana degli anni ‘50-‘60, bossanova, samba, gente come João Gilberto, Caetano, Toquinho, Gal Costa. Tutto quel mondo mi ha sempre interessato molto, per un fatto di equilibrio che ha questa musica: contiene la mente - un’architettura accordale straordinaria - la melodia, che è veicolo dell’emozione, e il ritmo brasiliano, che non devo certo descrivere io. Quindi questo ne fa, secondo me, un genere veramente molto completo, che tocca corpo-voce-mente. Sono molto legato sicuramente anche a tutta la musica sacra: Bach, Palestrina, Pergolesi, Scarlatti e poi via via tutta la storia della musica, Beethoven, Mozart, Schubert; ma anche Stockhausen e molta musica contemporanea come Ligeti, Cage… senza dimentare Hendrix, Pink Floyd e anche Ravi Shankar e la musica indiana. Tutta la musica comunque con un senso profondo. Ho sempre pensato alla musica non come arte fine a sé stessa, ma come veicolo, strumento di evoluzione. Forse questo fa la differenza.

Cosa ne pensi della nuova modalità di ascolto (spotify, youtube, altro…) rispetto al genere musicale del tuo repertorio? Non pensi che sia una modalità molto aleatoria che non approfondisce l’ascolto?
Noi lavoriamo a un livello molto alto, cercando la pulizia e la perfezione del suono, per esempio penso ai master Abbey Road, oppure alle registrazioni che facciamo negli studi più sofisticati con le orchestre. Ma, d’altronde, noi siamo figli di un’epoca in cui la trasmissione del suono era fondamentale. Mi viene in mente una cosa a cui avevo pensato. Quando ero in India ho comprato tantissima musica indiana, i CD c’erano già, ma non li usavano perché nelle strade si saltava molto, erano strade non asfaltate, e quindi nelle macchine usavano le audio-cassette, non i CD. E io ho fatto questo pensiero allora che faccio qui con te oggi: meglio una riproduzione non perfetta, magari meno buona però con una musica, un contenuto straordinario, che non una musica perfetta con registrazioni incredibili dove poi i contenuti ci lasciano un po’ perplessi. Certamente l’ottimo sarebbe avere una musica meravigliosa con degli interpreti straordinari e una possibilità, un set di casse, degli amplificatori e un luogo acustico fantastico, ma non sempre è possibile. Io per esempio, quando sono venuto via da Londra, lavorando spesso agli Abbey Road Studios, ho portato qui due ingegneri, circa vent’anni fa, e loro hanno realizzato il mio studio. E devo dire sono molto contento perché quando voglio una cosa suonata, registrata o ascoltata quasi da guru del suono, allora lo sento lì. Ma la cosa importante è la capacità oggi dei nostri ingegneri del suono di riuscire a realizzare dei missaggi che suonano benissimo anche nei piccoli amplificatori e negli audio dei telefonini o dei computer. Questo è il nostro mondo.

Quali i progetti per l’immediato (?!?) futuro?
Diciamo che come tutti i musicisti, in questi ultime settimane ho dovuto rimandare molti concerti già in calendario qui in Italia: il Conservatorio di Milano, il Metastasio di Prato dove ho fatto la mia prima opera, il teatro Bibiena di Mantova, dove Mozart è stato quattordicenne, poi l’Auditorium San Domenico di Foligno e via via. Il 22 aprile dovevo essere a Cefalù per l’Earth Day, la giornata del pianeta. Sempre per l’Earth Day sono già stato a Roma, in piazza del popolo, poi a Bologna; l’ecologia e la salvezza del pianeta mi stanno molto a cuore e penso che anche la mia musica vada in quella direzione. Anche se sappiamo che la situazione pazzesca che si è creata con il Covid19 è in continua evoluzione… fuori dall’Italia avrei un tour in Russia a maggio che tocca nove città, questa volta arriviamo fino a Vladivostok, dove non sono mai stato. Questo è il settimo anno che andiamo in Russia; amo molto il pubblico russo, e sono molto contento. Poi a giugno ho la prima di un balletto a Monaco di Baviera, un’esperienza molto interessante, con i più grandi coreografi dei teatri di tutta Europa. E naturalmente sto già lavorando al mio nuovo CD, ma questa è un’altra storia.

Una storia che, aggiungiamo noi, vorremmo che proseguisse con il coraggio sempre dimostrato da questo artista che, non dimentichiamo, pur componendo e proponendo musica certamente di qualità e complessità, ha prodotto ventidue album, più un live, dal lontano 1975.
Come sappiamo bene questo periodo è difficile per tutto il mondo dell’arte e della musica in particolare. Ci auguriamo che per il Maestro Cacciapaglia, così come per tutti gli artisti possano giungere momenti migliori dal punto di vista della musica live con particolare attenzione per chi ha produzioni live importanti da proporre e che coinvolgono molti musicisti.  

(foto tratte dalle pagine ufficiali degli artisti citati)

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