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Riccardo Maffoni

La nuova 'Faccia' di Riccardo Maffoni

Riccardo Maffoni è tornato. Sono trascorsi dieci anni dal suo ultimo - nonché secondo album - di inediti, “Ho preso uno spavento”, uscito nell’ormai lontano 2008, anno spartiacque che ci ricorda il crollo della banca d’affari Lehman Brothers, che diede il via ad un decennio di crisi dal quale non siamo ancora del tutto usciti. In questo ultimo decennio la rapidità e la portata dei cambiamenti sono state straordinari. Col 2008 terminava un’epoca ed ora, faticosamente, si cerca di farne ripartire un’altra. La chiacchierata con Riccardo Maffoni, al quale mi lega una provenienza geografia comune, entrambi della bassa bresciana, e una lunga amicizia, inizia proprio da questo verbo: ripartire. 

Partiamo proprio da qui Riccardo, dal concetto di ripartenza, applicabile ovviamente ad ogni situazione della vita. Per te, come artista, nello specifico cosa significa?
Dopo dieci anni nei quali ho fatto tante cose, era arrivato il momento di affrontare ancora la scrittura in maniera diretta. In questo lungo spazio temporale ho presentato un progetto con canzoni non di mia composizione, ho partecipato a varie compilation, ma non avevo più fatto uscire canzoni nuove. Il mio ultimo disco/EP è 1977 uscito nel 2011, un album di cover internazionali.

Prima di entrare meglio nei contenuti di “Faccia”, il tuo recentissimo disco, parliamo di musica in generale, di come l’hai vissuta da musicista e da fruitore. In altre parole come ti sembra sia cambiata la musica in questi ultimi anni.
Molto, è cambiata molto. Sembra banale ricordarlo, ma quando ascoltavo i dischi di mio padre c’era l’LP, poi è subentrato il cd. Oggi la maggior parte delle persone ascolta file spersonalizzati. Io sono ancora legato al disco, al bene palpabile da ascoltare ma anche da osservare e conservare. Credo ancora molto alla forma e all’impatto dell’album, che è un disco completo, e per completo intendo con le canzoni che lo riempiono ma anche con un formato che deve essere concreto, non può essere (o almeno non dovrebbe essere…) volatile come lo sono i file. Eppure, nonostante la musica sia cambiata nel corso degli anni sotto qualsiasi punto di vista tu la voglia guardare, come concetto, come approccio ma anche come produzione e diffusione, per fortuna è sempre determinata dal lato umano, che poi è quello che fa la differenza. E questo emerge soprattutto in concerto, nel contatto con il pubblico. Uno può realizzare in studio un disco bellissimo, può anche sistemare alcuni difetti, ma la verità poi emerge nei live, dove si afferma in maniera lampante l’umanità dell’artista.

Entriamo allora nel tuo nuovo album. Cosa ci racconti, partendo magari già dal titolo, “Faccia”, una parola dal forte impatto che si presta a più interpretazioni.
Il primo aggettivo che mi viene in mente è spontaneo. Con Michele Coratella, (qui a fianco nella foto), con cui ho curato gli arrangiamenti e la produzione, abbiamo lavorato come un vero gruppo; andavo in studio con delle idee, ci si confrontava, suonavamo, registravamo e poi si cambiava ancora se non eravamo convinti. Alla fine, sono nate delle canzoni che mi lasciano soddisfatto, anche se quando lo riascolto sento che alcune cose ora le farei in modo diverso, ma questo capita sempre.

Come hanno reagito i tuoi fan, dieci anni sono molti anche per loro.
Il disco è uscito ad aprile 2018 ed in questi mesi ho fatto un bel lavoro promozionale, molte radio, e ho riscontrato ancora tanto affetto nei miei confronti. Mi ha dato davvero molta forza vedere che sono in molti quelli che non si sono dimenticati di me. La cosa bella delle canzoni è che queste restano, a dispetto degli anni e dell’artista stesso. È un discorso scontato, è vero, ma sentirlo sulla tua pelle, toccarlo con mano, ti mette addosso una sensazione di profondo rispetto verso questo lavoro. Per esempio, è stato bello incontrare persone tra il pubblico che si ricordavano canzoni inserite nel mio album d’esordio, “Storie di chi vince a metà”, uscito quattordici anni fa…

Ecco, chiudiamo questo discorso sul tempo intercorso tra “Faccia” e gli ultimi inediti del 2008 e raccontaci come mai una pausa così lunga…
Mi sono preso tutto il tempo di cui avevo bisogno, perché sentivo che il “nuovo” lavoro doveva essere ponderato seriamente, bisognava dedicarcisi a tempo pieno e non sempre sono riuscito a farlo. Ho scritto delle canzoni nuove ma ho anche recuperato alcuni pezzi, o parte di essi, che avevo scritto nel passato, che in questo momento mi sembravano adatti al contesto. Sono d’accordo con quello che diceva Fabrizio De André, le canzoni hanno bisogno di un momento e un luogo preciso per uscire, si scrivono ma possono rimanere lì anche per diversi anni.

Tu sei un cantautore nel senso più pieno del termine, visto che scrivi sia i testi che le musiche, ma in fase realizzativa chi ti ha aiutato concretamente in studio?
Nel disco ho lavorato con molti amici, il primo è il già citato Michele Coratella, ottimo produttore ma bravissimo anche come musicista. Con lui abbiamo sviluppato il suono e gli arrangiamenti, nel suo studio, il Mikorstudio di Castenedolo, poi ho chiesto ad altri amici di partecipare e devo dirti che la loro risposta è stata piena e solidale. Ha partecipato Federica Zanotti alla batteria (che ha un ottimo suono, un suono “femminile”, perché negli strumenti come nella vita c’è un approccio maschile e uno femminile…) e ad Osvaldo Tagliani ho chiesto di farmi degli interventi con i fiati, come si sente ad esempio chiaramente nella canzone Le ragazze sono andate. Sono diversi però i musicisti, non vorrei dimenticare qualcuno, c’è Fabio Dondelli, Roger Rossini, Simone Gelmini, Ombretta Ghidini, Emanuele Fiammetti. (qui sotto una foto scattata nello studio Mikorstudio)

Il processo di scrittura è sempre stato lo stesso che avevi “prima” o qualcosa è cambiato?
No, è stato uno dei cambiamenti che sono subentrati in questo disco. Testo e musica questa volta, almeno nelle canzoni di nuova composizione, sono nati contemporaneamente. Negli album scorsi c’era forse un lavoro che si sviluppava su di un doppio binario. Quando prima dicevo che l’aggettivo che più identifica questo nuovo disco è ‘spontaneo’ mi riferivo anche a questo, ad una forza creativa che oggi sono riuscito a convogliare mentre magari prima mi concentravo un giorno sui testi e poi sulle musiche o viceversa. Oggi scorre tutto più fluido. Il lavoro di studio è sempre importantissimo, ma la spinta inziale sento che oggi è molto diversa dagli album precedenti.

Ascoltando le canzoni emerge subito un approccio più diretto, specie nei testi, con alcune immagini che denotano alcune motivazioni ‘sociali’, come nel primo brano, Provate voi.
Canzoni come Provate voi o la stessa titletrack Faccia non hanno bisogno di molte spiegazioni, è stata una scelta voluta quella di essere chiaro, senza troppi giri di parole. Anche il suono che abbiamo realizzato è più immediato, più diretto e omogeneo.

L’album parte con una sequenza importante, tre pezzi rock d’impatto e di contenuto, quasi di protesta, che pur partendo da un “io” privato può essere traslato su dimensioni più ampie dove ognuno si può riconoscere. Oltre ai due brani citati, anche Cambiare è un brano che colpisce, unitamente ad un pezzo come Mi manchi di più.
Lasciami dire che una cosa a cui tengo molto è la “scaletta” del disco, attorno alla quale ho fatto molte riflessioni. Non è un “concept” album ma ha un suo filo logico, ed è un po’ come un corpo unico. Una canzone doveva iniziare quando terminava l’altra. Così ho vissuto questo disco e così l’ho registrando, cogliendo anche l’attimo in cui le canzoni nascevano, fermando le idee registrandole a volte in presa diretta col cellulare, nel luogo in cui mi trovavo. Cambiare ha appunto il significato di tirare fuori qualcosa da se stessi, hai speso tutto quello che avevi ma ora devi tirare fuori qualcosa, devi avere la forza per spingerti oltre la tua quotidianità.

Nell’album troviamo anche un brano prettamente acustico, Scala D, che per certi versi rappresenta una novità.
Vero, sono conosciuto soprattutto come cantante e autore, con un approccio piuttosto rock. Ho sempre amato e coltivato una cura per la parte meramente strumentale dei miei pezzi e questa volta ho deciso di inserire una traccia tutta strumentale che ho composto e suonato totalmente da solo. È uscito così Scala D, del quale sono particolarmente soddisfatto.

Ci dici qualcosa su Le ragazze sono andate?
Poco da dire… è una canzone nostalgica, con un testo che sento molto. La storia che racconto è una storia a sé rispetto alle altre canzoni del disco.

La tua voglia di affrontare tematiche sociali emerge anche in Sette grandi, riferita al G7. Rivela un aspetto della tua personalità che negli anni scorsi non era così palese, tra l’altro espresso in un periodo dove si assiste ad un alleggerimento dei temi delle canzoni, dove il pop cerca di anestetizzare tutte le tematiche.
Ho voluto provato a dire certe cose senza salire in cattedra e l’aver usato un classico rock‘n’roll per la parte musicale ha creato un mix che ottiene il risultato che volevo. Parlare dei Sette Grandi della terra in chiave critica non è facile, ma ci ho provato.

Tommy è felice è un pezzo che ricorda i tuoi primi lavori, i tuoi demo, con quelle immagini di provincia, un po’ alla Pupi Avati. È un pezzo recente o è un retaggio del passato?
In effetti questo è un pezzo che ho recuperato da una canzone che avevo abbozzato. In questo brano tornano i “miei eroi”, ho voluto scriverla come scrivevo le mie prime canzoni, costruendo storie.  Alcuni anni fa fui invitato a suonare nel carcere di Canton Mombello a Brescia, e lì mi ritornò in mente questa canzone che avevo scritto anni prima e mi è sembrato giusto completarla e riproporla, con questo personaggio così lancinante. Ho voluto chiudere così questo album, con una canzone che terminasse in un certo modo un viaggio; mi sono seduto al piano e l’ho suonata raccontando questa storia, senza nessun altro arrangiamento.

Per concludere, prima hai parlato del live come della dimensione più autentica per un musicista: come è stato l’impatto live del nuovo disco, il pubblico come ha reagito?
Per rispondere a questa domanda mi basta ripensare al recente concerto che abbiamo fatto a Orzinuovi, al Vinyl, un locale molto bello, anche piuttosto grande. È stato come un ritorno a casa, da dove sono partito. Quel concerto mi ha fatto anche riassaporare il gusto di suonare con una band vera e propria. Trovo molta soddisfazione però anche ad esibirmi da solo o in duo. A settembre, sono stato a Rimini al mitico concerto ‘Glory days’, dedicato a Springsteen. Eravamo in molti cantautori sul palco ed è stato particolarmente intenso. Poco tempo fa mi sono anche esibito a Brescia col chitarrista Simone Boffa, con il quale abbiamo presentato le canzoni di “Faccia” in chiave acustica, un concerto scarno ma che proprio per questo ci ha consentito di trasmettere molte emozioni e ne è uscita una serata ricca di pathos.

Per le foto si ringrazia Enzo Memoli, Luca Bono, Il Piccolo studio Foto e i profili ufficiali degli artisti ritratti.

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