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Il 1 Dicembre è uscito Quando, il cofanetto di Pino Daniele curato dal Pino Daniele Trust Onlus per Warner Music Italy, contenente ben 95 brani, un libro di 72 pagine e ...

Guido Guglielminetti

La passione, gli incontri, il Principe e l’arte di arrangiare

È un privilegio intervistare per L’Isola che non c’era Guido Guglielminetti, bassista, arrangiatore, compositore e produttore italiano tra i più noti ed importanti della scena musicale degli ultimi quattro decenni. Il musicista torinese collabora ed ha collaborato in passato con alcuni fra gli artisti italiani più rappresentativi, tra i quali Umberto Tozzi, Lucio Battisti, Mia Martini e Loredana Bertè, Ivano Fossati e naturalmente Francesco De Gregori, con il quale lavora senza interruzione da più di trent’anni. Conosco Guido personalmente da tempo, complice la passione per De Gregori e Fossati che mi ha portato ad assistere a parecchi loro concerti. Estremamente serio e attento sul palco, fuori dalle scene ha sempre un sorriso sincero ed una gentilezza splendida e disarmante; è un professionista ma anche, e soprattutto, un vero signore. Non nascondo un po’ di soggezione ora, nel salutarlo e nel dargli con grandissimo piacere il benvenuto sulla nostra Isola, ma lui riesce a mettermi immediatamente a mio agio con grande disponibilità. Siamo contenti e curiosi di rivolgergli alcune domande, in occasione dell’uscita prevista per domani venerdì 3 febbraio del nuovo disco di Francesco De Gregori, un doppio live registrato al Teatro Romano di Taormina lo scorso 27 agosto, che si intitola Sotto il vulcano ed è prodotto dallo stesso Guglielminetti. Uscirà sia in cd che nella versione più “preziosa”, in vinile.

Buongiorno Guido, e grazie di cuore per aver accolto il nostro invito a rilasciare questa intervista a L’Isola che non c’era. Ci sentiamo telefonicamente in occasione dell’uscita del nuovo lavoro di Francesco De Gregori che tu hai curato, ma nonostante siamo molto curiosi non è di questo che vorrei innanzi tutto chiederti. A quello arriveremo naturalmente dopo, prima mi piacerebbe ci raccontassi qualcosa di te e dei tuoi inizi come musicista. Come hai scelto di suonare il basso e quando hai deciso che la musica sarebbe diventata il tuo mestiere?
Come gran parte dei bassisti ho cominciato suonando la chitarra perché è il primo strumento che viene in mente a tutti, in quanto è quello che spicca di più in un gruppo, e poi il chitarrista è quello che rimorchia le ragazze, mentre il bassista è sempre un po’un personaggio di secondo piano, sullo sfondo, e quindi non lo vuol fare mai nessuno. Quando ho cominciato a suonare in parrocchia e sono entrato a far parte di un gruppo, del quale il cantante era Umberto Tozzi, a loro serviva un basso e quindi io mi sono adattato. In effetti per me è stata una grande fortuna avere questo tipo di opportunità anche perché poi ho scoperto che il bassista, il chitarrista o il batterista sono delle personalità precise, sono caratteri e tipologie di musicisti molto diversi tra loro, ed il basso è uno strumento che mi piace tantissimo.

La vita è fatta di incontri: noi diventiamo ciò che siamo anche grazie ad alcuni incontri (fortunati o meno) che hanno in qualche modo guidato o condizionato le nostre scelte. Quali sono le persone, o gli eventi, che più sono stati importanti nel tuo percorso musicale?
Guarda, dal mio punto di vista qualsiasi cosa mi sia successa nel bene e nel male è stata molto importante per la mia formazione perché, come sto scrivendo anche nel mio libro in cui ci sarà una parte dedicata appunto a un incidente che ho avuto che è stato determinante per farmi capire cose di me che prima non sapevo, devo dire che tutto ciò che mi è accaduto e tutte le persone che ho incontrato sono state molto importanti. Certo, poi i nomi che lo sono stati di più artisticamente sono Ivano Fossati, col quale ho cominciato un certo tipo di discorso musicale e prima, è chiaro, Umberto Tozzi perché proprio con lui ho iniziato, cioè abbiamo iniziato insieme suonando la chitarra ai giardinetti, e poco per volta abbiamo cominciato a fare questo mestiere seriamente e poi ci siamo separati per ragioni professionali, ma siamo sempre rimasti amici. Fino ad arrivare “al Nostro”, a Francesco De Gregori appunto, col quale ormai lavoro da più di trent’anni. A volte non me ne rendo conto però è più di quanto dura in media un matrimonio, e fra l’altro sono anche contento di notare che non sento, anzi, non sentiamo il peso del tempo.


Guglielminetti bassista, ma anche autore. Ci sono infatti alcune canzoni che portano la tua firma, una delle quali (forse la più famosa) è Un’emozione da poco di Anna Oxa. Ci racconti come hai deciso di dedicarti anche alla scrittura dei brani? 
Mah, un po’ come in tutte le cose che riguardano questa mia grande passione, che poi per mia fortuna è diventata anche un lavoro, le scelte non le ho quasi mai fatte io. Le cose che mi sono successe, sono successe proprio perché per carattere io sono sempre molto aperto e disponibile alle nuove esperienze, non mi tiro mai indietro davanti a niente, per quanto riguarda la musica naturalmente. Quindi, anche in quel caso, stavo lavorando in quel periodo alla RCA con Fossati e abitavamo insieme in un appartamento a Tor Lupara, fuori Roma. Stavamo lavorando all’album di Ivano La casa del serpente, quando a lui chiesero se avesse un brano per una ragazza esordiente da produrre ma Ivano non aveva niente e chiese a me. Io avevo una cassetta con un po’ di appunti di cose che avevo scritto così in casa, gliele feci sentire e lui scelse due pezzettini che gli piacevano particolarmente e li mise insieme facendoli diventare una canzone, perché poi in realtà erano due pezzi distinti. Ivano improvvisò un testo su un foglio di quaderno e lo facemmo sentire al pianoforte. Il pezzo, nato tutto per caso, piacque e lo fecero, ma ti dico, sinceramente gli ultimi a crederci eravamo io e lui: la canzone è nata da sola praticamente. In effetti è così che spesso accade: le cose migliori avvengono sempre quando meno ci pensi, perché invece più ti concentri su una cosa, cercando di fare sempre il meglio, alla fine rischi di appesantirla.

Hai da parte qualche sorpresa, per un futuro prossimo, magari un disco di brani tuoi?

C’è il libro, al quale sto lavorando da un bel po’ e su cui adesso sto arrivando alla stretta finale, e che avremmo in programma di far uscire nella prossima primavera. E poi in effetti sul fatto di proporre delle canzoni è da tempo che ci sto pensando, il materiale ce l’ho, e comunque vorrei partire dalle cose che ho scritto per altri e proporle in una mia versione. Sì, prima o poi lo farò, ma sono ancora giovane, ci penserò più avanti! – conclude ridendo. 

Tra gli artisti con i quali hai lavorato, ricordiamo in particolar modo due figure femminili molto diverse tra loro che hanno segnato la storia della musica italiana: Nilla Pizzi e Mia Martini. Come è stato il tuo rapporto con loro, che ricordi porti con te?
Ah, che bello! Mi fa piacere che tu nomini Nilla Pizzi perché quando io ho lavorato con lei ero veramente piccolo, avevo tipo 20/22 anni, ero proprio agli inizi e lavorare con una professionista, una donna così importante ai miei occhi, e oltretutto con il mio retaggio rock, era veramente una cosa incredibile. In quel periodo esistevano ancora le case discografiche, esisteva il mestiere del turnista. Io entrai a far parte dell’Ariston quando aveva ancora gli studi in centro a Milano dietro Galleria del Corso, e quindi io lì facevo il bassista, lavoravo in studio anche con Claudio Rocchi, e comunque stavo lì ed ero a disposizione dei “clienti” della casa discografica. In quel caso Nilla Pizzi doveva fare due dischi: uno di canzoni di suoi successi e un disco di tanghi, io ero lì e quindi mi fecero fare questa cosa. Ero molto preoccupato, perché è un mondo che ancora non mi appartiene adesso, figurati allora, ma la bravura e la dolcezza di questa signora e dei due musicisti anche loro belli grandi che lavoravano con lei ormai da anni, espertissimi, hanno fatto sì che mi sentissi proprio accolto come un figlio. Ma d’altra parte io me ne rendo conto adesso, alla mia età, quando mi trovo a dover lavorare con ragazzi molto giovani anche io ho una sorta di affetto, di senso di protezione nei loro confronti. Quindi lavorare con questi mostri di bravura, perché lei era di una bravura incredibile, è stata un’esperienza bellissima. In un giorno abbiamo fatto due album, perché lei cantava così, le mettevano il microfono davanti e lei cantava, e poi arrivati tipo a mezzogiorno : “Eh no, ragazzi, adesso andiam a mangiare eh!” con questa cadenza romagnola (sorride rumorosamente al telefono) …un’esperienza fantastica!
E poi Mimì. Beh, con Mimì è stato veramente molto bello perché anche in questo caso mi sono trovato a lavorare con una persona di un talento smisurato ed una sensibilità fuori dal comune, sia musicalmente che umanamente. Ci siamo voluti molto bene, lei era molto affezionata a me, e abbiamo fatto veramente un bellissimo percorso. Fra l’altro c’è stato un periodo in cui lei voleva produrre un mio disco, le piacevano le cose che io scrivevo e siamo andati anche in studio per fare un po’ di provini, ma poi la cosa è naufragata semplicemente perché io non ero convinto di voler fare l’artista, per cui a un certo punto le dissi: “guarda io non voglio che stiamo qui a perdere tempo e denaro” e quindi niente, continuammo a fare il nostro lavoro e abbandonammo queste mie velleità artistiche. Una cosa che mi piace ricordare di Mimì è che, un paio di volte tornando a Milano da una serata, e quindi arrivando nei pressi di casa alle 3 del mattino lei ci chiedeva se avessimo fame.  Sai, alle 3 del mattino dopo aver suonato, come fai a dire no? Solo che Mimì non era una che faceva uno spaghettino aglio e olio al volo, quindi arrivavamo a casa sua e si metteva a fare la parmigiana di melanzane, oltre che gli spaghetti, la pasta al forno e tutto il resto! E quindi si finiva per fare le 7 o le 8 otto del mattino, pieni… e niente, era un personaggio eccezionale.

Hai partecipato come musicista alla registrazione di sei album di Ivano Fossati, compreso l’ultimo Decadancing. Come immaginerai, per noi amanti della musica di qualità, il ritiro di Fossati è stato un colpo durissimo da digerire. Personalmente non credo di essermi ancora abituata all’idea che Ivano non canti più, spero ancora ingenuamente che ci possa ripensare. Come hai vissuto, da musicista e collaboratore, questa sua scelta?
Con Ivano ho fatto il suo penultimo tour. Avrei dovuto fare anche quello dell’estate successiva se non che anche Francesco in quello stesso periodo partiva con i concerti. L’agenzia pensava di organizzare le date in modo che potessi fare tutte e due le cose, solo che poi, confrontando i calendari, mi resi conto che non era possibile e quindi a Ivano dissi: “abbi pazienza, d’altra parte la mia funzione all’interno del gruppo di Francesco è un’altra, non è solo quella di bassista, per cui devo fare una scelta.” Per Ivano non ci fu problema, lui comunque sapeva che prima o poi sarebbe successo, per me è stato un peccato perché sarebbe stato bello continuare a suonare con lui fino alla fine. Dopo la dichiarazione del suo ritiro, ho lasciato passare più o meno un mesetto e poi sono andato a trovarlo, perché avevo questa curiosità, volevo parlare con lui, volevo spiegargli il mio punto di vista. Mi ero reso conto nel frattempo che il modo di lavorare con cui nel corso degli anni mi sono abituato con Francesco è il modo ideale perché noi, come avrai avuto modo di notare, ancora ci divertiamo, per noi è veramente una ricreazione andare a suonare, cosa che invece con Ivano non era assolutamente, era veramente una grande fatica. Era molto molto difficile lavorare in quel contesto, e io chiaramente conoscendo Ivano da sempre, vedevo quanta fatica lui stesso facesse nel portare in giro uno spettacolo in cui ogni sera si dovesse fare sempre la stessa cosa, in quel punto lì, con la stessa intonazione, e fare sempre quei pezzi lì, tutto rigorosamente con le basi, tutto studiato; alla fine entri veramente in uno stato ipnotico perché non suoni. Siccome noi abbiamo iniziato suonando, suonare è veramente la nostra passione, quando tu ti rendi conto invece che di quella cosa lì è rimasto solo lavoro, diventa troppo faticoso, e cominci a sentire la fatica dei viaggi, le scomodità di certi alberghi, senti anche la difficoltà di alcune persone che magari ti stanno vicino. Quindi ho voluto incontrare Ivano per dirgli: “guarda che forse tu ultimamente hai preso una strada, non per colpa tua, che ti ha fatto disaffezionare a questo lavoro. Ma guarda che questo lavoro è bello, io te lo posso dire perché lo sto facendo, e per come lo sto vivendo con Francesco posso testimoniare che è un bellissimo lavoro!” Però, devo dire anche che, invece, ho trovato lui molto sereno, molto tranquillo, finalmente rilassato come non lo vedevo durante il tour, per cui a un certo punto mi son detto: se alla fine, per come lo vedo, sta bene, sono contento per lui.  


E arriviamo a De Gregori, con il quale lavori dal 1985, cioè dall’album Scacchi e tarocchi. Dal 2000 sei anche produttore artistico dei suoi dischi, oltre ad accompagnarlo in questa sorta di never ending tour in cui tu sei il “Capobanda”. Lui si definisce “il cantante della band”, quindi immaginiamo che il vostro rapporto sia parecchio stretto, perlomeno negli ultimi tempi, quasi simbiotico. Ce ne parli?
Sì certo. Devo dire che la crescita del nostro rapporto è stata molto lenta e progressiva, perché entrambi siamo persone non dico chiuse però molto guardinghe, e siamo fondamentalmente molto timidi entrambi. Anzi, posso dire che quella che normalmente viene definita come la scontrosità di De Gregori, altro non è che una forma di timidezza, di riservatezza, che poi ultimamente ha anche in parte superato. E quindi il nostro rapporto è cresciuto molto lentamente, complice anche la distanza, che in questo caso è un fattore positivamente importante. Forse, se abitassimo nella stessa città, potrebbe subentrare quella cosa tipo vedersi quando non c’è niente da fare, che fa quindi prendere all’amicizia una piega diversa. Invece noi ci vediamo quando abbiamo dei progetti su cui lavorare, con grande felicità perché ci vediamo nel momento della ricreazione. Se ci vedessimo anche per andare al cinema ad esempio, dopo un po’ si diventa “quasi parenti” e alla fine secondo me il rapporto un po’ si deteriora. Invece nel caso nostro è cresciuto sì lentamente, ma molto bene. Intanto, io devo a lui la scoperta di cose di me che non conoscevo perché, tornando a quell’aspetto del mio carattere che mi ha sempre permesso di buttarmi nelle avventure a capofitto, quando lui la prima volta mi disse: “Senti un po’, perché non vai tu a Londra a fare i missaggi dell’album Terra di nessuno?” puoi capire che io ebbi difficoltà a rimanere in piedi, però senza farmi accorgere dissi sì, che non c’era problema. Poi comunque non ci dormii per una settimana, perché puoi immaginare, però grazie a lui in quel caso ho scoperto che certe cose le potevo fare. Così pure quando lui mi disse che c’era da scrivere gli archi per Stelutis Alpinis e poi Sempre e per sempre o L’infinito, io risposi: “sì sì, non c’è problema” anche se non avevo mai scritto gli archi in vita mia. Però imparai, e li scrissi. Ma poi, come se non bastasse, bisognava pure dirigerli, dal vivo in teatro, e in più curare tutta la registrazione live del concerto! (ride) Comunque alla fine ci riuscii grazie a Francesco, perché lui ha saputo darmi fiducia e spronarmi in questa direzione, e se alla luce di oggi queste cose ancora mi piacciono, evidentemente le ho fatte bene. Per cui io a un certo punto mi domandai: ma insomma, visto che questa persona, che è una persona che io stimo, ritiene che io sia in grado di fare questa cosa, chi sono io per dire che non è così, per mettere in dubbio una cosa del genere? Quindi, evidentemente, lui vede delle cose di me che io non vedo.

Il nuovo album in uscita è un live, la registrazione del concerto che avete tenuto a Taormina la scorsa estate. Ci par di capire che Francesco ami molto i dischi dal vivo, che sono numericamente piuttosto presenti nella sua discografia. Perché avete scelto quella data in particolare e, se è stata fatta una selezione, con che criterio avete deciso quali brani inserire nell’album?
In realtà mancano solo due pezzi di quel concerto, molto semplicemente perché non ci piaceva come sono venuti quella sera, mentre tutto il resto è ineccepibile. In effetti al giorno d’oggi noi siamo un po’ strani, nel senso che per noi i live sono live, nel senso che non gli facciamo niente. Francesco non ha ricantato una nota in quell’album e nessuno di noi ha risuonato nulla, per cui sono come i concerti dal vivo a tutti gli effetti. La data di Taormina è una data particolare perché quel giorno Francesco mi telefonò al mattino e mi disse: “Sai, stasera vorrei fare nei bis 4 marzo 1943 e io allora sguinzagliai tutto il resto della “banda”; al pomeriggio ci preparammo, ascoltammo l’originale, ci imparammo le parti e quando arrivò lui cambiammo al volo solo la tonalità perché non andava bene, la provammo due volte nel pomeriggio e alla sera la suonammo. Gli proposi anche di registrare quella serata, memore del fatto che quell’unica volta che avevamo fatto Vita spericolata avevamo registrato e poi quel pezzo è uscito, ma lui disse di no. E io dissi “va beh” …e infatti a sua insaputa decisi di registrare! Mi sono dato da fare per avere dei microfoni in più per il pubblico, un computer adatto, insomma decisi di farlo comunque e mi organizzai. Dopo di che abbiamo fatto il concerto ed è finita lì. È passato qualcosa come 15 /20 giorni, e Francesco mi telefona e mi fa: “Senti qua, ma tu hai registrato Taormina?” E io: “Certo!”  E lui: “Ah ma allora sei stronzo!” ridendo naturalmente, “e non me lo fai sentire?”. “Ah” dissi io: “adesso lo vuoi sentire!” Allora gli mandai l’mp3 di tutto il concerto, a lui piacque molto, e dopo un po’ di tempo decise di farlo, così con Tommasini, il nostro fonico, facemmo il mix e a novembre in 20 giorni in studio è nato questo disco che uscirà domani. Sono molto contento di questa cosa, perché se io non avessi voluto fare la registrazione “di nascosto”, ora non esisterebbe, e invece vi assicuro che è un bellissimo documento.
Il fatto poi che Francesco sia così affezionato al live rispecchia comunque una sua caratteristica che come tu ben sai è quella di non fare mai la stessa cosa da una sera all’altra, e quindi a volte nei live troviamo delle versioni molto belle, spesso più belle dell’originale o comunque con caratteristiche molto interessanti sia dal punto di vista degli arrangiamenti che del suo modo di cantare, o anche delle cose che dice (di quel poco che dice).

Infatti, a proposito, si nota che ultimamente Francesco sul palco è diventato meno “timido”, può essere frutto della più recente esperienza con Lucio Dalla, secondo te?
La mia teoria, che è perfettamente d’accordo con la tua, e della quale ci ha messo al corrente anche lui è che adesso Lucio abita praticamente dentro di lui, anche perché comunque per le dimensioni (ride)…ci sta. Praticamente Francesco “è posseduto” da Lucio in certi atteggiamenti, ad esempio con certe persone che fino a poco tempo fa avrebbe mandato a quel paese, non sembra quasi più lui: adesso si vergogna meno, è più disinvolto, percepisce l’affetto delle persone che lo stimano e non è più sfuggente come un tempo, è più sicuro di sé ed è più divertente, anche. Comunque un’altra cosa che mi piace molto di Francesco è questa sete che ha ancora oggi di imparare da tutto e da tutti, e questa voglia di crescere continuamente sia musicalmente che come uomo, e infatti mi sono accorto che durante il tour con Dalla (che è stato molto faticoso per questo scontro di personalità, non dei due artisti ma proprio dei due mondi completamente diversi) Francesco, che è sempre molto attento a tutto quello che gli succede intorno, trovandosi costretto a stare con Lucio e fare tutte le cose insieme, ha imparato che comunque ricevere l’affetto delle persone è una cosa che dà grande soddisfazione e poi sentirne il calore è umanamente molto bello.

Puoi darci a questo punto qualche anticipazione su un eventuale tour estivo o su un nuovo album di inediti del Principe?
Ne stiamo parlando in questi giorni, ma più che fare una vera e propria presentazione del disco vorremmo andare un po’ in giro a suonare, magari fare qualcosa all’estero, un girettino qua fuori di casa, però ancora non c’è niente di definito. La cosa importante è che questo è un periodo che Francesco dedica alla scrittura: in questo momento sta lavorando e non lo vogliamo disturbare perché sta scrivendo delle cose nuove. C’è in programma un disco di inediti, non so quando potrebbe essere pronto…Se tutto va come deve andare, azzardo, potrebbe essere che intorno a maggio-giugno facciamo il disco che potrebbe uscire in autunno, ma per ora sono tutte congetture. L’importante è che lui ora si concentri sui pezzi inediti di cui noi tutti abbiamo bisogno; sei d’accordo, no? - Naturalmente sono d’accordo, e sorridiamo all’unisono al telefono.

Ci avviamo a chiudere questa bella chiacchierata guardando al futuro. La tua attività di musicista e di produttore ma anche di insegnante ti ha portato a individuare dei giovani talenti, sia musicisti che voci e compositori interessanti, personaggi che in qualche modo potranno diventare il “nuovo Fossati” o il “nuovo Guccini” (tanto per non citare chi è ancora in piena attività)?
Intanto voglio fare una precisazione: il termine “insegnante” non mi calza molto. Ho inventato questo mio corso PSR (Practice Studio Recording) che è relativamente nuovo e che in qualche modo insegna, ma per il ragazzo che viene da me è un modo che si avvicina a quello in cui io stesso ho imparato a fare questo mestiere, cioè guardando chi era più bravo di me. Consiste in due giorni di lavoro nel mio studio durante i quali io e il corsista di turno realizziamo un suo brano inedito, ma se quando dico “brano” ti viene in mente una canzone, spesso mi arrivano delle cose che di “brano” hanno veramente poco. Così come succede anche a me quando scrivo un brano, con un’idea, due accordi, una pseudo-melodia, due parole di testo e poi diventa una canzone, facciamo la stessa cosa con questi ragazzi. C’è stata una ragazza ad esempio che ha ammesso subito di non suonare niente. “Se vuoi ti canticchio qualcosa” ha detto, e ha tirato fuori un pezzo di carta con due parole scarabocchiate e mi ha cantato una melodia. Per sua e mia fortuna questa ragazza canta molto bene, è intonata, la linea melodica era carina per cui da lì, accompagnandola al pianoforte ci siamo inventati un pezzo che poi è diventato una canzone molto bella, della quale siamo molto contenti. Ci sono tanti ragazzi che scrivono bene e ci sono dei talenti, però devo dire anche che purtroppo si risente molto di quello che c’è in giro, perché uno che vive nel 2017 non può non sentire cosa gli succede intorno e non esserne influenzato. Allora, nella migliore delle ipotesi c’è quello che è influenzato da De Gregori o quello che è influenzato da Fossati, però in realtà manca tutta una parte centrale, infatti stiamo parlando di grandissimi musicisti ma di due generazioni fa. Manca il passo successivo e, soprattutto in questo momento, per questi ragazzi proporre la propria musica è estremamente difficile. Come dicevo, le case discografiche non esistono più, gli altri canali ci sono, li stiamo percorrendo e sono molto interessanti, ma ormai bisogna mettersi in testa che bisogna diventare imprenditori di sé stessi.  Chi vuole fare musica lo deve fare a proprie spese, proprio perché non è più così costoso come un tempo, e deve essere anche un po’ pratico di tutto. Poi attenzione, come dico sempre io, se per fortuna la tecnologia oggi permette a chiunque di fare musica, la sfortuna è che chiunque crede di poterla fare, ma non è così: ci vuole talento, ci vuole il lavoro, ci vuole studio, cioè se non hai delle capacità è meglio che fai altro. Tanti pensano che scrivere e realizzare sia una cosa facile, poi quando vengono qua nel mio studio si rendono conto che ci sono delle cose che bisogna sapere, che ci vuole tempo per imparare, che è un lavoro vero. Non c’è più il discografico che ti scopre e ti lancia, quel tempo è finito, non esiste più quella figura là. Prima ho citato questa ragazza che si chiama Giorgia Bazzanti, perché tra i ragazzi che sono venuti da me è quella più intraprendente, il suo brano è su tutti i portali in internet, usa tutti i canali, si sta muovendo molto bene per cui la strada è questa, dobbiamo cercare in qualche modo di sfruttare la fortuna che abbiamo di poterci realizzare i brani in casa, con poco, e poterceli distribuire in tutto il mondo con poco. Un po’ alla volta arriveremo anche a capire come far funzionare al meglio questo meccanismo, visto che ormai i cd sono diventati obsoleti. Adesso c’è un bel ritorno del vinile, che non è nemmeno più così costoso da realizzare come era un tempo. Tutti quanti abbiamo una certa nostalgia del vinile che è anche un bell’oggetto, no? E quindi tutto sommato ci si auspica che il cd scompaia e poi, oltre al vinile, naturalmente rimangano gli mp3 che scarichi da internet, metti nella chiavetta, ascolti in macchina e porti con te ovunque. Questi sono i due supporti che chi fa musica deve cercare di sfruttare per poterla fare a 360°.

Infine una curiosità “social”: sappiamo che sei molto attivo e presente su Facebook. I tuoi amici sono molto divertiti dai tuoi indovinelli e hai creato un personaggio piuttosto originale e di tutto rispetto, il Lumaco, che noi “fans” amiamo molto. Come vedi il ruolo dei social network nella promozione di un prodotto musicale o di un personaggio pubblico?
Credo che dipenda molto dalla personalità del soggetto: io Facebook lo uso molto, è attraverso Facebook che veicolo il mio corso e faccio sapere le cose che faccio, quindi per me è utile. Comunque, questa cosa da parte mia non è nata con lo scopo di farmi pubblicità, in realtà è nata come divertimento. Infatti, al contrario di tante persone della mia età, io sono stato sempre appassionato di computer, di questo mondo, ho iniziato proprio da bambino coi videogiochi e poi coi programmi, ed è una cosa che mi piace e che faccio con grande divertimento. Poi, alla fine è diventato anche quasi un altro lavoro, nel senso che mi serve per far conoscere la mia attività, e anche quello che faccio con altre persone dell’entourage di Francesco. È utile anche a lui poi alla fine, perché comunque rende sempre vivo e accessibile un personaggio del quale, se non ci fosse sempre un aneddoto, una foto on line, di De Gregori non avremmo più sentito parlare dalla fine del tour. Naturalmente non va bene postare qualsiasi cosa, dipende dall’artista e dalla misura in cui si usa il social. C’è Morandi che ha la sua caratteristica e fa certe cose, e adesso anche Leali si fa i video eccetera, ma non so se vedrei un De Gregori fare le stesse cose! Per carità, poi ci siamo abituati a tutto, ad esempio fino a poco tempo fa sarebbe stato poco credibile che De Gregori andasse in tv dalla De Filippi, ad esempio. Poi, se alla fine ci va e fa il suo mestiere di cantante indipendentemente dal contesto, su questo devo dire che sono d’accordo, mentre non sono tanto d’accordo sulle polemiche che spesso girano sul web. D’altra parte Facebook dalla stragrande maggioranza è usato veramente malissimo, come rivalsa, per buttar fuori tutto lo schifo che hanno dentro. Però c’è anche da dire che se sai riconoscere i sintomi puoi tranquillamente evitare i danni. Del resto è anche vero che io devo la mia grande fama a Facebook. Dopo 45 anni di onorata carriera, sono a fare il tour in Feltrinelli per presentare il disco Amore e furto in quella bellissima formazione solo in tre (pianoforte, basso e chitarra) e alla fine mi fermano e mi chiedono l’autografo dicendo: “ah, ma tu sei quello degli indovinelli!” (risata)
E allora qui ho due scelte: o mi suicido, o me la godo. E a questo punto …me la godo!

Foto di Valeria Bissacco


 

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