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Folkabbestia!

La poesia al potere

Folkabbestia, diciamo la verità, è un nome un po’ ostico: non sai se pensare ad un gruppo di musica folk o comunque popolare, oppure ad una band di musicisti arrabbiati e decisi a non lasciarsi trasportare dalle onde dell’ebbrezza del palcoscenico che da tanti anni frequentano con impavida naturalezza. Il gruppo barese è ormai da tempo una bella realtà non solo locale ma anche nazionale ed i loro concerti rappresentano il modo migliore per conoscerli, per apprezzarli, per comprenderne la ricchezza strumentale ed anche la passione profonda che questi ragazzi pugliesi hanno per il loro lavoro, per  i loro ideali, per la loro capacità di andare, sempre, alla ricerca di novità e di freschezza artistica. In occasione dell’uscita del loro nuovo album, Il segreto della felicità abbiamo chiesto a Lorenzo Mannarin, cantante del gruppo, di aiutarci a capire meglio la realtà dell’esperienza artistica chiamata Folkabbestia.



Folkabbestia, un gruppo musicale tout court, un ensemble situazionista, un gruppo di combat-folk oppure una band che ha nella canzone popolare e nei ritmi del rock le affinità più consistenti?

Non ci è mai piaciuto mettere un’etichetta alla nostra musica, questo è il nostro pregio e forse il nostro difetto, ma è quello che siamo. Ci piace suonare davanti alla gente, ci piace cantare quello che sentiamo, la musica popolare per danzare, il blues per sognare, il punk per gridare, il folk a bestia!

Proporre il vostro genere musicale partendo dal Sud Italia: una risorsa, una possibilità, un colpo di genio oppure un’arma di costruzione di percorsi anche culturali?
Il sud ci scorre nelle vene e nella musica e nel sud ci sono le nostre radici, possiamo suonare una giga irlandese, una hora balcanica, una canzone rock, ma si coloreranno sempre di tarantella. Con “Il segreto della felicità” abbiamo voluto celebrare il sud Italia, la sua storia, gloriosa e povera, dimenticata e nascosta, la sua musica, viva come lo è da noi in Puglia, la sua gente, quella che è partita, quella che è arrivata e quella che deve ritrovare la propria via, magari del folk…

Avete prodotto un album, “25-60-38”, nel quale avete rivisto cinquant’anni di canzone italiana. Al di là delle differenze anagrafiche, di generi e gusti, che cosa vi è piaciuto/vi piace della canzone italiana in generale e nella canzone d’autore in particolare?
Ci piace la canzone che si fa poesia, quella vera, che ti arricchisce, magari antica ma che sa emozionare o divertire anche oggi: De André, Modugno, Carosone, Conte, Guccini, Jannacci, De Gregori, Battiato, Fossati. Ma anche Matteo Salvatore, Otello Prefazio, Cioffi e Pisano. La canzone che i modelli li fa suoi e non li imita, la canzone popolare nel senso più profondo e reale della parola.

Il vostro ultimo lavoro, “Il segreto della felicità”, è un concentrato di energia e di allegria, pur filtrata da una inevitabile malinconia presente in alcune liriche. Che cosa rappresenta, dopo oltre una dozzina d’anni di musica, palcoscenici, album, concerti, un album come questo e come vi rappresenta nella dimensione del proseguimento della vostra carriera?
Rappresenta una tappa del nostro cammino, quello che abbiamo imparato, quello che abbiamo visto, chi abbiamo incontrato, quello che abbiamo perso e quello che abbiamo trovato. Chi già ci conosce ritroverà un suo vecchio amico un po’ cambiato ma lo riconoscerà, chi non ci conosce avrà voglia di leggere il nostro percorso al contrario e di scoprire da dove veniamo.

Voi che avete la possibilità di girare per varie realtà italiane, come vi appare questo sempre più “strano” paese, sia dal punto di vista di ricezione della vostra proposta musicale che nelle dinamiche di partecipazione complessiva ad un concerto?
Citando una nostra canzone: «cicce paule u capone, ha perdute u calandrone, kiù non sape ce fe cicce pe cicce pe». Traduzione dal barese: Ciccio Paolo il testone, ha perduto il calandrone (grossa calandra), non sa più che fare.. cicce pe cicce pe (onomatopea). La sensazione è di smarrimento… forse la soluzione è quella di ritrovare la propria musica, di cantarla, danzarla e suonarla, non da soli ma tutti insieme!

Per molti appassionati della vostra musica rappresentate una sorta di “casa”, di “comunità” nella quale riconoscersi e con cui condividere dei percorsi di vita. Brevi o lunghi che siano. Non vi sembra che questo atteggiamento, presente anche per altri gruppi, esprima il bisogno di condividere temi, parole, anche sogni di cui si parla sempre meno?
E’ la soddisfazione più grande del nostro lavoro, creare un senso di identità in chi ci segue e apprezza, sentirsi dire: «meno male che ci siete ancora voi che cantate e dite certe cose», aggiungo, che crediamo nei sogni, nell’utopia, nella poesia al potere!


(23/09/2008)

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