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Un’altra Italia, nuovo singolo di ...

L’artista è colui che riesce a esprimere attraverso la sua opera pensieri, emozioni, sentimenti che appartengono a tutti e in cui ognuno può riconoscersi. Una volta c’erano gli intellettuali ...

Sergio Pennavaria

La profondità sensibile del mare

Sergio Pennavaria ha pubblicato da poco “Ho più di un amo nello stomaco”, un lavoro che ha subito catturato gli ascoltatori seriali come me, di quelli che sono alla perenne ricerca di veri scuotimenti tra i mille flussi di note senza carattere che aggrediscono le orecchie ogni giorno. L’album è un ricco concept legato appunto al mare, e fortuna vuole che questo siciliano in perenne movimento abbia trovato porto franco in quel di Savona, non lontano da Sanremo. Ci siamo incontrati quindi lì, durante le giornate del Tenco, in una trattoria in riva al mare, tra una forchettata di pasta e un sorso di vino, con lo sguardo continuamente rapito dalla gibigianna. Ne è venuto naturale un dialogare fluido, un piacevole conversare sui simili imprevedibili sussulti dell’anima e dei desideri.

Da dove viene Sergio Pennavaria?
Da Siracusa se parliamo di natali. Da mille esperienze e percorsi parlando di vita. Oggi mi occupo di disabilità, faccio canzoni, sono stato pittore, attore, ho vagabondato per l’Europa. Penna e pennello sono stati strumenti precoci, le mie prime poesie le ho scritte a undici anni, è stata la prima forma di scrittura, a rima baciata. Per esempio, a undici anni scrissi:
“Il primo amore apparì velocemente / tra le strade, i sassi e la gente,
il primo amore mi fece vergognare / ero piccolo ma già sapevo amare,
era una bimba di tenera età / da quel che appariva non sembrava mal,
a un tratto ci siamo perduti,/ cos’è accaduto? Siamo cresciuti”.

A volte scrivo fiumi, altre piccoli stagni, L’amore invisibile per esempio, che faccio al piano, ha un testo minimo, giusto così. Poi letture voraci, a tutto campo. Importante fu la lettura di ‘On the road’, che mi bastava già il titolo visto che avevo una forte predisposizione a voler andare, a viaggiare. Prima di arrivare alla beat generation, a quella scrittura nuova e innovativa, fase quasi obbligatoria in quegli anni, avevo avuto una folgorazione per Dostoevskij, scrittura se vuoi molto più classica, che faceva riferimento a contesti e momenti storici particolari, certo, ma capace di scandagliare l’animo umano fino al suo lato più oscuro. È importante l’estetica della parola, che purtroppo ahimè è andata pian piano a scomparire. Mi ha sempre affascinato la formula racconto, in ogni forma d’arte. Nella pittura per esempio, ero narrativo pur essendo espressionista, pur essendo gestuale, sempre doveva esserci una narrazione sulla tela, è sempre stata un’esigenza primaria, non potevo concepire un quadro senza un racconto.

C’è questo film ora in uscita, con Sean Penn e Mel Gibson, ‘Il professore e il pazzo’, storia vera intorno al primo dizionario completo della lingua inglese. Penn, il pazzo, attraverso le parole, alle etimologie, ai mille esempi, vola via, si libera, è un uomo che riacquista senso.
Certe passioni le curi a seconda dei periodi, delle circostanze, delle situazioni che vivi, in un periodo della mia vita ho divorato anche tre film al giorno. Il proprio mondo di riferimento, il bagaglio culturale vario e spezzettato, si costruisce piano piano, per scarti, per passaggi improvvisi, per mutazioni. Il mio riferimento continuo è il dizionario dell’artista, quindi la storia dell’arte, e avendo studiato tanta storia dell’arte ho appreso anche un po’ in cosa consiste il processo creativo. Mi accorgo di come è abusata la parola avanguardia, ogni espressione contemporanea viene così definita, quando invece manca conoscenza e consapevolezza, in questo periodo che definirei “dell’approssimazione”.

Manca un po’ la curiosità verso i precursori…
Non facciamo più conto su quello che ci ha preceduto, si tenta senza studiare, quando prima lo studio ti portava anche a fare delle scoperte, dovevi passare ore nel laboratorio a verificare e provare, dovevi fare percorsi di conoscenza che risultavano poi fondamentali per la formazione. E non si finisce mai di studiare. Così nella pittura, così nella musica. Studio non significa didattica, oltretutto io sono un autodidatta, non ho il conservatorio alle spalle. Studio significa ricerca empirica.

Perché poi bisogna sperimentare, mettere su basi solide qualcosa di personale…
Durante le registrazioni di Più di un amo nello stomaco, il mio ultimo album - ma anche con il precedente - quando mi sono confrontato con tutti i musicisti che hanno collaborato, tutti grandi maestri, loro mi dicevano “Ma come hai fatto a tirar fuori questo?” Perché la didattica non basta, poi devi uscire. Quando si parla di musica prevalentemente si parla di suono, io mi sono dedicato all’atmosfera, al mondo intorno ai suoni.

Un po’ quello che si diceva prima, vivi la musica con uno sguardo da pittore…
Scrivo su spunti autobiografici, legati poi al sogno, ed ecco che torniamo alla pittura. Quando scrivo canzoni non posso fare a meno di questo simbolismo legato al disegno, così è per la gruccia per esempio, che è poi L'amore nell’armadio, in Un cuore sul viso che sono queste labbra speciali. Tutto ha sguardo da pittore, e lì bisogna usare per forza la metafora. Ecco, anche nei testi mi piace molto utilizzare la metafora, il simbolo, la rappresentazione terza.

Prima dicevi che hai fatto anche l’attore, ce ne parli?
Mi sono diplomato in Accademia delle Belle Arti con una pièce teatrale, ‘Ring’, che parla di un incontro di pugilato tra un borghese, visibile, e la propria coscienza, invisibile. Giudice è la morte, che ho chiamato Cantanumeri, che fa continuamente zapping davanti a uno schermo. Teatro dell’assurdo, quindi Ionesco, dal quale mi lascio accarezzare, senza mai esserne troppo posseduto. Sempre con l’esigenza di comprendere i miei passi. “Ho più di un amo…” è un po’ il sunto di tutto questo.

Hai fatto il busker per le strade di Londra in un anno vissuto intensamente.
È stato utile anche quello. Avevo voglia di conoscere, incontrare, confrontarmi, sono stato anche a Roma, poi Londra. Quando sono tornato ho messo su un gruppo in Sicilia, i Calìa.

E arrivi al primo album. Con quale spirito?
Nel primo album, “Senza lume a casaccio nell’oscurità”, ero assolutamente un contestatore; ero molto arrabbiato e fortemente influenzato dalla musica balcanica, all’epoca andava per la maggiore Bregovic, era una mia passione. Ho voluto creare questo contesto circense, zingaro. Lo stesso regista Kusturica faceva tournée con la sua band, era quello il momento. Io arrivavo da una esperienza di world music, prima di iniziare la carriera solista ero appunto nel gruppo dei Calìa, brani in siciliano che come hai visto nel mio live insieme a Giovanni Squillacioti a ‘Na Cosetta, sono stati molto apprezzati.

Questa tua assenza dai social, dai media, è durata a lungo. Fuor di metafora, dove sei stato tutti questi anni?
Molti i motivi, tra cui non escludo anche una certa ignoranza mia, sia del meccanismo con cui si muove il mondo musicale oggi che dei social. Guardavo tutto a distanza perché nella mia condizione di busker tutto questo non attirava minimamente la mia attenzione, preferivo il rapporto diretto, in strada, volevo avere la risposta immediata del pubblico alle mie intuizioni, alle mie creazioni. Nel live di inizio dicembre a ‘Na Cosetta, prima di me si era esibito un duo di artisti che era perfettamente a proprio agio con le domande e le dinamiche dei conduttori radio, io francamente, chapeau all’intervista, ma ero lì soprattutto per suonare.

…E lì per me sei stato una bella scoperta. Mi ha colpito la forte personalità che trasmetti sul palco: voce, immagine, suono, sguardo e impostazione, ti fanno “arrivare” al pubblico con autorevolezza. Molti suonano e cantano bene, pochi hanno questa capacità di rompere la quarta parete.
Ho bisogno del rapporto diretto col pubblico, dimentico tutto, non capisco un cazzo quando suono, faccio solo quello, quando suono io non ci sono, vado in trance, guardo davanti a me il pubblico con fame, me lo voglio mangiare, voglio rubare tutto, voglio che mi si capisca fino in fondo.

Dicevamo che da poco è arrivato il nuovo album, ma il precedente risaliva ad otto anni fa.
Non sono pochi, lo so. “Ho più di un amo nello stomaco” è il risultato di un periodo importante, per me terapeutico, che mi ha portato alla consapevolezza, e quindi al coraggio. È stato un periodo di catture sfuggite, di possibili fughe, di perdite di amori bellissimi, di paura di non riuscire a gestire certi scarti della vita. L’amore tende all’assoluto, la creazione artistica d’altronde richiede piena libertà. È un conflitto continuo, estenuante a volte… Poi man mano che imbiancava la mia barba ho imparato a mediare. Sai qual è stato il traguardo più importante? Io una volta riuscivo a comunicare soprattutto grazie all’arte, ora invece ho migliorato proprio la comunicazione diretta. Quel periodo di insicurezza mi ha portato anche problemi seri. Un anno fa sono finito in ospedale…

Oddio, per cosa, per amore?
No, no, cattive abitudini, adesso ho cambiato anche regime alimentare, sto più attento, ho perso ben undici chili in quest’ultimo anno. Ho tolto la pasta, il pane e il latte, e gli zuccheri che ho sostituito col miele. Il tutto senza perdere il gusto di mangiare bene.

Insomma, nell’intervallo tra i due album, tante fasi diverse ti hanno segnato anche come persona, non solo artisticamente.
Sì, prima il tentativo giovanile da cantautore, avevo sedici anni, poi quello di busker, poi a Reggio Calabria ho conosciuto questi musicisti crotonesi tra cui Giovanni, mio grande amico, e sono nati i Calìa. I brani dei Calìa erano tutti miei, e così siamo entrati nel circuito della world music, per tre anni circa. Poi, nel 2004, mi sono spostato a Catania, lì in parte ho continuato gli studi all’Accademia, e sono tornato a dedicare la maggior parte del tempo alla pittura.

E i tuoi quadri? È un peccato che tu abbia abbandonato un’arte per un’altra, perché non farle convivere?
Guarda, ho regalato tutto, mi restano solo alcune cose. Però, pensa, Jonathan Giustini le ha apprezzate tantissimo, mi ha suggerito, come stai facendo tu ora, di non abbandonare la pittura. In effetti mi sono poi dedicato totalmente alla musica, ma… vedremo. È anche un problema logistico, nella mia ultima fase pittorica affrontavo superfici di due metri per due, avrei bisogno di spazi che a Savona non ho disponibili.

I tuoi familiari che dicono?
Mamma e papà sono sempre stati legati al mondo dell’arte, mia madre, Paola Cassibba, era di una bellezza esagerata, somigliava alla Cardinale, e aveva pure una bella voce. Fece il Festival degli Sconosciuti con Rita Pavone negli anni Sessanta, e andò addirittura in finale. La squadra di calcio del Messina la sollevò sul palco, mio nonno, suo padre, campagnolo siciliano come da tradizione, le impedì il viaggio, le distrusse dischi e giradischi. Le impedì una strada e probabilmente una carriera.
Mio padre invece era il cantante di questa band siciliana, sempre nei Sessanta, i Rubacuori, Taormina aveva la sua dolce vita e lui era il classico playboy. Cantava dieci minuti, un quarto d’ora al massimo, finché non aveva agganciato con lo sguardo una bella ragazza tra il pubblico. Poi lasciava il microfono al secondo cantante e si dedicava a quella. Più tardi s’è dedicato all’arte povera, recuperando tra i rifiuti ciò che rifiuto non era, facendone sculture. Mia sorella Carola, la piccola, è una cantautrice, attrice.

Questa metafora del mare?
Conosco il mare, l’ho vissuto in maniera viscerale fino ai vent’anni, sono stato anche un sub. E in più sono nato sotto il segno dei Pesci. Naturale per me fare un parallelo tra la profondità in parte sconosciuta del mare e quella dell’anima, raccontare la mia interiorità, le mie fragilità, in uno scenario a me più familiare come resta il mare. L’amo qui ha doppio senso, verbo e sostantivo, pericolo e piacere, legame e libertà, con tutte le speranze e le delusioni, dentro un mare dove resta in sospensione qualcosa che non ha trovato conclusione. Nel brano Il mondo senza tempo parlo di due profughi, lui è in questo mondo sospeso, questo limbo liquido, e da lì si esprime, senza rendersi veramente conto di essere morto, anzi, conservando una inconsapevole speranza. È una tematica a me cara perché anch’io sono fondamentalmente un profugo di mare, ieri in Sicilia e oggi in Liguria. E non mi fermo, curo due rassegne musicali, ‘Porto musica e parole’ e ‘Canzoni fuori dal cappello’.

Bella l’idea di un concept così, di questo mondo parallelo, vicino e diverso. Forse perché tu non ti senti parte fino in fondo di questo mondo attuale…
Dipende da quale punto guardi il ‘mondo’. Sono predisposto, anche come pittore, alla scoperta, alla sperimentazione, anche se tante sperimentazioni qualcuno le avrà già fatte prima di me. Sono attento al mondo ma poche poi sono le cose che hanno profondità sensibile. Questo mondo sensibile avevo bisogno però di immergerlo in un elemento altro, che me ne permettesse meglio, paradossalmente, l’osservazione. Le canzoni sono tappe, porti dove sono cresciuto e ho avuto la mia educazione emozionale, sentimentale.

Oggi il tuo mare è calmo? Al di là delle piccole tempeste quotidiane?
Il problema è che io armo la mano di Poseidone, provo molto rispetto per questo sentimento da cui fuggo, di cui ancora non mi sento all’altezza. Da qui la fuga nella parte onirica, nella fantasia. La vita di terraferma ancora non mi ha conquistato, come per Novecento (di Baricco ndr)

Domani?
Questo album descrive bene questo mio momento, adesso, ora, voglio solamente suonare. 

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Servizio fotografico a cura di Alberto Marchetti

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