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Piergiorgio Faraglia

La sconfitta dell'Uomo nero

Piergiorgio Faraglia, alla sua prima uscita discografica, ha già da tanto da raccontarci. Musicista di lunga e brillante carriera, debutta ora come cantautore con un disco di grande forza musicale e poetica. L'Uomo Nero, che dà il titolo all'album, è certamente il brano simbolo della sua rinascita quale artista e della sua nascita quale cantautore: nel corso del 2014, vincitore assoluto del Premio Botteghe d'Autore oltre che Premio per il migliore arrangiamento allo stesso concorso; vincitore del Premio Fabrizio De André per la Migliore interpretazione; selezionato per l'assegnazione della Targa Tenco per la Miglior canzone... Molto si irradia da qui. E da qui, dunque, cominciamo la nostra conversazione...

Nell'intervista rilasciata ad Albanella dopo la tua esibizione a Botteghe d'Autore, spieghi la figura dell'“uomo nero” come la rappresentazione della paura che abbiamo di noi stessi, l'angoscia interiore che paralizza le nostre azioni e ci impedisce di essere felici. È corretto dire che, in qualche modo, è stata una vittoria sul tuo personale uomo nero ciò che ti ha permesso questa rinascita?
È più che corretto. Anche se ogni vittoria col mio uomo nero è sempre parziale. Diciamo che per un bel pezzo l'ho lasciato libero di “custodire” le mie canzoni nonostante la mia voglia di farle ascoltare anche a persone che non fossero l'amico/a rassicurante che ti dice «però, belli 'sti pezzi». Mi ero per così dire convinto che fosse un treno ormai passato e che andava bene così, e in questo genere di rinunce mascherate da pseudosaggezza l'uomo nero è maestro. A un certo punto però ho deciso che il periodo di custodia cautelare era finito, così l'anno scorso le ho prese e le ho fatte uscire per buona condotta. Devo dire che non mi aspettavo per niente un riscontro così positivo, dico sul serio. Ma come dicevo prima è stata una vittoria temporanea, stile “I Duellanti” di Ridley Scott, non finirà mai veramente. Anche se devo ammettere che ultimamente gli ho fatto decisamente abbassare le penne, come si dice dalle mie parti.

Il tuo primo disco arriva in modo inaspettato, forse anche per te stesso, giacché tu hai già una lunga e ragguardevole carriera di musicista da raccontare. Che effetto ti fa trovarti a dialogare con il pubblico come cantautore rispetto all'esperienza del palco come chitarrista? Io ho sempre sentito una responsabilità precisa ogni volta che sono salito su un palco, che poteva essere un marciapiede come il palcone con migliaia di facce davanti. Ho sempre sentito che se avevo una chitarra e delle canzoni da suonare dovevo farlo senza risparmiarmi, senza scuse, anche quando cantavo cover, che infatti stravolgevo al punto che spesso sceso dal palco qualcuno mi diceva «belle queste canzoni, sono tue?» e io dicevo di no, che erano di Ben Harper o di Stephen Sills o di Prince. Adesso cantare le mie canzoni significa prima di tutto cercare di essere all'altezza dei miei maestri, ma soprattutto ora più che mai cercare di raccontarmi con meno filtri possibile, di arrivare dritto alla pancia di chi mi ascolta. Non è facile, ma è sempre un'occasione di felicità che cerco di non sprecare mai.


Personalmente ti percepisco come un cantautore rock: nei suoni, negli arrangiamenti, nella forza, nella rabbia, nella dolcezza e tutto questo anche nelle parole, nessuna delle quali lasciate al caso. Allora andrei con ordine: musicalmente, ti ritrovi nella definizione di "rocker"?
Assolutamente sì. Per me il rock è sempre stato un sapore, una sensazione fisica prima che uno stile, qualcosa che già dal primo accordo distorto o dal primo colpo di rullante mi prende e mi sposta di peso (e ce ne vuole con me) da una dimensione diciamo quotidiana, razionale, verbale, a un'altra dove tutto ha senso, dove il corpo spegne il cervello e lascia libere le mani. E soprattutto fa battere i piedi a chi mi ascolta, cambia le espressioni sulle facce delle persone, e immediatamente senti che non sei solo, che ti sei immerso in un suono, in un rito collettivo che ha la stessa divisione ritmica del tuo respiro. E di quello di tutti quelli che sono lì con te. Che poi è da sempre la ragione principale per cui prendo una chitarra e mi metto a suonare.

Entriamo ora tra i tuoi versi. Accompagnaci tu e scegli quale percorso mostrarci: frugando tra le cose che ti hanno ispirato, e tra i momenti in cui hai scelto le parole per raccontarle...
Una per tutte, Avete visto mio fratello. Quando l'ho scritta passavano costantemente in televisione le immagini di una guerra molto vicina ai nostri confini, e lentamente avevo cominciato ad abituarmi, a non farci più caso. In qualche modo mi ero anestetizzato, finché un giorno mi sono in qualche modo risvegliato e ho sentito l'esigenza di scrivere quella canzone in forma di domanda, una domanda che prima di tutto dovevo rivolgere a me stesso. Per non addormentarmi, per non accettare lo stordimento da telegiornale, per smettere di guardare senza vedere.

Quanti anni abbracciano le canzoni del tuo album?
In tutto circa tre anni.

E qual è la tua canzone più recente?
Sto per scriverla.

Cuore di grano, Ali di pane... questi titoli che profumano di vita contadina hanno a che fare con la tua storia personale?
Sono figlio e nipote di romagnoli, ho passato infanzia e adolescenza a caccia di trattori, camini che ci entri dentro con la sedia, dialetti che suonavano bene e che “capivo tutto anche se non capivo una parola”, di colazioni con la pastasciutta e il salame alle cinque di mattina e di facce che ti facevano stare bene con uno sguardo. Sono molto felice che questo mondo sia presente nelle mie canzoni, anche se non direttamente.

Hai una compagna di vita che è cantautrice anche lei, e voce straordinaria. Quanto ha inciso la vostra complicità artistica e umana sul percorso che ti ha portato infine alla pubblicazione de “L'Uomo Nero”?
Ha inciso tantissimo, mi sono trovato praticamente il nemico in casa. Vederla crescere e affrontare come lei solo sa fare palchi importanti, telecamere e altre amenità con la sua leggerezza e con il suo sorriso interiore e portare a casa risultati molto importanti come la vittoria assoluta al De André è stata una grande ispirazione, e soprattutto uno stimolo che non potevo più ignorare. E poi, come spesso ci diciamo tra noi, non potevo permetterle di vincere tutto lei e io niente.


Per il Primo Maggio hai partecipato a un evento molto particolare...
Sì, a Lampedusa, dove ho suonato per questa ricorrenza organizzata da un'associazione di ragazzi lampedusani, Askavusa, per cercare di parlare di quest'isola in un modo meno conforme ma più sincero, come dicono loro “per un mediterraneo di pace e senza paura”. A me gli slogan di solito non piacciono, ma questo mi pare più un augurio.

Quali sono i tuoi programmi più prossimi?
Sto per iniziare la mia tournée in giro per l'Italia presso le comunità Emmaus italiane. Il 6 Giugno partirò con la prima data a Piadena, vicino Cremona, per poi proseguire in giro per l'Italia. Comunque mi troverai poco in giro per locali e molto probabilmente mi incontrerai a suonare per strada, dove è più facile che con la musica si riesca a stare insieme, a toccarsi e soprattutto a dirsi un sacco di cose.
Senza dire una parola.

(Foto di Simone Cetorelli)

Le prossime date di presentazione dell'album per il mese di maggio:

22 MAGGIO   IL LIBRACCIO (EX IBS)  - Roma

30 MAGGIO   L'ISOLA RITROVATA -  Alessandria

31 MAGGIO   PANTAGRUEL -  Casale Monferrato

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