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Alibia

La verità è rivoluzione

Gioco o dissoluzione? Amoralità o immoralità? Massimo Bonelli, frontman degli Alibia, commenta con noi l’ultimo sforzo discografico del gruppo salernitano, Manuale apocrifo delle Giovani Marmotte. C’è una strada fuori dall’appiattimento?

 

 

Come definireste Manuale apocrifo delle Giovani Marmotte? Una specie di trattato scientifico per sviscerare le costanti di un mondo in completa decadenza? Una guida destinata a “giovani (e ingenue?) marmotte” per interpretarlo? O niente di tutto ciò?

 

Un po’ di tutto ciò e nulla di tutto ciò. Alla base di questo titolo un po’ pretenzioso c’è essenzialmente un’ampia dose di sana auto-irriverenza, mescolata alla velleitaria intenzione di incuriosire i passanti più distratti.

 

Spostiamoci sulle influenze “culturali” in senso lato. Nel booklet elencate una serie di influssi – forse anche per schivare una delle domande standard che capita di fare a noi giornalisti. È davvero il punto di partenza del Manuale o sono spunti che avete rintracciato a cose fatte? Il pastiche di riferimenti è un tratto stilistico che vi appartiene?

 

Anche rispetto alle presunte influenze elencate nel booklet impera la regola del cazzeggio indiscriminato. Non c’è da parte nostra la pretesa di insegnare nulla a nessuno, nè di tracciare le regole per il “giusto vivere”. Piuttosto, ci è piaciuto condividere con gli ascoltatori alcuni possibili capisaldi delle nostre teorie sgangherate o, più semplicemente, elencare film, libri e canzoni che hanno fatto da cornice al periodo Alibia di cui il Manuale Apocrifo è la fotografia appena scattata.

 

Trovo interessante questa sorta di legame tra relativismo e mancanza di punti di riferimento morale che serpeggia in Fondamenti di Immoralità. Sbaglio o la vostra prospettiva è quasi “amorale”?

 

Lo confessiamo: dopo anni di lusinghe e tentazioni, un po’ a malincuore e con incostante determinazione, ci siamo arresi alla più totale amoralità. Ci è parsa una scelta quasi obbligata, una reazione inconscia all’inarrestabile ascesa della moralità di facciata, tendenza che va per la maggiore in questi anni e per la quale, purtroppo, pur avendoci provato a lungo, non siamo proprio tagliati.

Per ora ci siamo limitati ad applicare le regole dell’immoralità nel piacevole ambito sentimental/sessuale e i risultati dei primi esperimenti sono tutt’altro che deludenti. Prima o poi li pubblicheremo in un disco.

 

“La verità è rivoluzione”, ma sembra che oggi rivoluzione sia ridotta a simulacro – connettendo Il mio secolo e Il gioco della rivoluzione. Cos’è per voi rivoluzione? Qual è il vostro antidoto all’appiattimento, la vostra “difesa”?

“La verità è rivoluzione”: questa intuizione, presa in prestito dall’Orwell di 1984 per il testo de Il mio secolo, è drammaticamente attuale. Purtroppo, pur sforzandoci, non vediamo all’orizzonte antidoti possibili all’appiattimento progressivo a cui siamo soggetti quotidianamente. Per dircela tutta, stiamo sprofondando consapevolmente assieme alla nostra generazione, allegri e spensierati, senza armi e senza volontà , senza poterci né volerci difendere. Siamo un po’ tutti li, pronti a giocare alla rivoluzione, mentre aspettiamo il nostro turno in una coda al centro commerciale.

 

Musicalmente, si sente l’influsso di Scisma o degli ultimi Radiohead, insomma di un pop-rock o post-rock che è l’humus di molti nuovi gruppi di questo periodo. Dove vuole andare la vostra ricerca musicale? E cos’è cambiato dall’ultimo disco in questo frangente?

 

In ogni disco, in qualche modo, ci sono riferimenti o influenze più o meno evidenti legate ad artisti e a progetti del passato. Tutto ciò è in qualche modo inevitabile, dal momento che nessuno di noi è vissuto su Marte negli ultimi 20 o 30 anni. Nel caso specifico degli Alibia, soprattutto agli esordi, si respirava uno “spleen” piuttosto vicino a quello che ha caratterizzato ad esempio gli Scisma, ovvero, specialmente per alcune soluzioni chitarristiche al limite della citazione, i Radiohead di Ok Computer.

Tutto ciò era sicuramente valido guardando agli esordi degli Alibia. Oggi credo che la chiave di lettura emotiva e sonora di questo Manuale Apocrifo sia da considerarsi prevalentemente autoctona. Gli Alibia hanno un loro modo di scrivere, di arrangiare, di suonare, di esprimersi. È tuttavia giusta prassi giornalistica ricercare dei punti di riferimento utilizzando paragaoni – a volte improbabili - con altri progetti artistici già esistenti per riuscire a descrivere al meglio le proprie impressioni su un nuovo disco. Fa parte del gioco ed a noi piace tanto giocare.

Riguardo alla nostra ricerca musicale, stiamo puntando dritti verso la tradizione melodica partenopea e la musica popolare della nostra terra: vincere o morire.

 

Sembra che in particolare nel salernitano ci sia molto fermento musicale. L’aria sta cambiando?
Probabilmente siamo alla vigilia di una serie di cambiamenti epocali in ambito musicale.

 

E’ un momento interessante in effetti. Ci sono diversi aspetti che fanno presagire a un imminente svolta epocale su tutto il territorio nazionale, ovviamente rispetto alla musica. Se non erro ci fu un momento abbastanza simile alla fine degli anni ’80: la classe dirigente discografica aveva raschiato il fondo del barile, raccogliendo tutto quanto c’era da prendere dal florido mercato del disco che ha caratterizzato gli anni ’80 e cominciava quindi a pagare dazio. Pochi anni dopo il potere centrale fu messo in crisi dai fermenti culturali e musicali provenienti dalla provincia (l’epoca dei centri sociali e delle posse se non ricordo male).

Ci auguriamo che stia per accadere di nuovo, dal momento che c’è da aspettarsi davvero poco dai nuovi A&R manager showman televisivi d’occasione.

 

Cosa vuol dire essere un gruppo indipendente, come vi approcciate al pubblico in termini di consumo? La forma “album”, più o meno concept, per voi è ancora importante o cercate alternative?


Essere un gruppo indipendente, oggi, molto probabilmente non ha nessun significato particolare. La scena indipendente, da quel che abbiamo capito nel frequentarla, è identica alla scena major, solo con ordini di grandezza diversi e con dinamiche paradossalmente più clientelari di quanto si possa immaginare.
Rispetto alla forma “album”, è innegabile che abbia in se ha sempre un fascino particolare, anche se si tratta di un fascino “romantico” che probabilmente non ha alcun attinenza concreta con la realtà del mercato odierno. Siamo sempre alla ricerca di alternative possibili, ma probabilmente, in futuro, continueremo a sfornare dischi.

 

Siete un gruppo in crescita. Come vivete il live? È una dimensione che vi appartiene? Parlateci dell’esperienza multisensoriale che portate avanti nel vostro tour.

 

Gli Alibia hanno sempre avuto un rapporto molto stretto col live. Nel corso della nostra carriera abbiamo suonato tanto, tantissimo. È per questo che, nell’appocciarsi alla realizzazione del nostro Manuale Apocrifo, si è deciso di registrarlo in presa diretta. Abbiamo provato a lungo i nuovi brani nella nostra sala prove, poi siamo partiti per Catania, per raggiungere il nostro amico Daniele Grasso ed il suo The Cave, uno studio particolarmente adatto alle registrazioni in presa diretta.

In tre giorni abbiamo registrato il nuovo album, suonando assieme, guardandoci negli occhi, trasferendoci energie ed emozioni a vicenda. È stato bello oltre che terapeutico.

 

Per conservare quell’emozione, ci siamo subito proiettati in un lungo tour di anteprima al nuovo album che è partito a settembre 2009. Ad oggi questo tour ci ha portati in giro, in lungo e in largo per tutta Italia, per circa 50 date. Oltre ad un set musicale molto particolare (batteria e 3 tastiere, senza basso e senza chitarre) ci siamo avvalsi di tanti bei video, di odori e percezioni tattili da condividere con il pubblico per uno spettacolo che abbiamo voluto definire “multisensoriale”. Una sorta di viaggio attraverso 7 colori, 7 odori, 7 emozioni. Ci siamo messi alla prova ed è stata un’esperienza davvero bella e formativa che non dimenticheremo facilmente.

 

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