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Gnu Quartet

L'arte degli incontri e del bagaglio sempre pronto

Una leggenda africana narra che lo gnu sia il risultato dell’incrocio tra diverse specie animali. Francesca Rapetti (flauto), Stefano Cabrera (violoncello), Raffaele Rebaudengo (viola) e Roberto Izzo (violino), incrociando le loro diverse personalità e le più variegate esperienze artistiche, hanno costituito nel 2006 il Gnu Quartet, omaggiando nel nome il simpatico bovino africano e creando a tutti gli effetti una realtà musicale unica nel panorama italiano, eclettica e versatile eppure assolutamente riconoscibile. Sei album a oggi pubblicati e uno in cantiere, oltre ad una lista interminabile di collaborazioni, sia dal vivo che in studio, con i più grandi nomi della musica italiana, hanno portato i quattro straordinari musicisti genovesi ad esibirsi sul palco dell’ultima edizione del Premio Tenco. Raggiungiamo telefonicamente Stefano Cabrera che, con grande gentilezza, si fa portavoce del gruppo e ci intrattiene piacevolmente in una interessante chiacchierata a 360° intorno all’universo Gnu.

Buongiorno Stefano, innanzitutto ti ringraziamo e ringraziamo il Gnu Quartet per aver accolto il nostro invito con sollecitudine e disponibilità. Possiamo iniziare raccontando ai lettori de L’Isola che non c’era qualcosa di questo vostro strepitoso 2019 che vi ha visti sul palco con Ermal Meta, Francesco De Gregori, Neri Marcorè nello spettacolo su De André, fino ad approdare all’ultima edizione del Premio Tenco?
Sì, certo…! Il 2019 è veramente come diciamo noi “l’anno dello gnu”, ma è soprattutto il risultato di tanti anni di lavoro, di sacrificio e di scelte artistiche che ci hanno portato a collaborare negli ultimi mesi a tre progetti davvero importanti. Sicuramente, quello con Ermal Meta ci ha dato modo di arrivare ad un pubblico che ancora non ci conosceva; lui poi è un artista fantastico, che ci ha lasciato tutta la libertà di cui avevamo bisogno, ci ha dato praticamente in mano tutto lo spettacolo e si è fidato totalmente di noi e del suono degli Gnu. Per come ha saputo amalgamarsi a noi, lo abbiamo considerato proprio il 5° Gnu: eravamo a tutti gli effetti un quintetto sul palco, e quando le persone si trovano così bene lo si sente e lo si trasmette, credo, anche al pubblico. E poi, come dicevamo, c’è stata la collaborazione con Neri Marcorè, amicizia e collaborazione nate con l’Archivolto da cui nel 2012 era partito un tour teatrale, e da li poi sono nate altre situazioni. Quasi cinque anni fa c’è stata la sua proposta di fare il progetto sinfonico dedicato a De André, Come una specie di sorriso, che poi negli anni si è sviluppato in una versione più ridotta con la band. Quest’anno, inoltre, siamo finalmente riusciti a suonare nella nostra Genova con l’orchestra del Carlo Felice al Festival dei Parchi di Nervi: per me e anche per Roberto, avendo lavorato tanti anni in quell’orchestra, è stato come tornare a casa, dove ci siamo conosciuti. In quell’occasione, abbiamo suonato insieme a un sacco di nostri colleghi, che per fortuna (ride) ci vogliono molto bene, in uno dei nostri progetti più importanti e gratificanti. E nella stessa settimana, sempre a Genova, abbiamo avuto anche l’onore e la fortuna di essere in concerto con De Gregori, che è stata un’altra esperienza, come potete ben immaginare, per noi importantissima.


Siete stati presenti al Premio Tenco 2019 dove avete omaggiato Pino Donaggio: com’è stato l’approccio con la sua musica ed essere sul palco di fronte a un tale gigante?
La partecipazione è stata una gran bella sorpresa perché siamo un gruppo strumentale, ed essere invitati come artisti al Premio Tenco ci ha fatto naturalmente immenso piacere, oltretutto per omaggiare il maestro Pino Donaggio, il cui repertorio da compositore fra l’altro è sterminato. È stato davvero difficile scegliere le musiche per fare il medley che ci è stato richiesto di 3 minuti e mezzo circa, un po’ come dire: fate un omaggio a Beethoven di 3 minuti e fate capire tutto il suo percorso! Chiaramente noi abbiamo cercato di avere sott’occhio su tutta la sua produzione, dagli anni ‘70 fino alla più recente, sia televisiva che non, e cercato di riportare le sue sonorità, che sono molto orchestrali, nel nostro suono che bene o male è quello di un quartetto. Donaggio è una persona molto timida e discreta, nonostante sia preparatissimo come musicista (ha studiato violino e si sente nelle sue composizioni); ci siamo incontrati varie volte in quei due giorni, e pareva sempre un po’ intimorito. Dobbiamo dire che è stata per noi anche una bellissima occasione per suonare nuovamente con le tre artiste con le quali avevamo già collaborato dal vivo o in studio, Levante, Petra Magoni e Nina Zilli, che abbiamo accompagnato sul palco del Tenco. Perché, in realtà, noi siamo fuori e dentro al pop; il Gnu Quartet è un prodotto assolutamente differente, però abbiamo lavorato tanto ed è sempre un piacere ritrovarsi in queste manifestazioni dove conosciamo comunque moltissimi artisti, coi i quali abbiamo già lavorato. Ecco, siamo un po’ tagliati fuori dalle nuove produzioni, quelle delle nuove generazioni, questo magari sì. Con alcuni artisti però negli anni si è creato un rapporto di amicizia oltre che di lavoro, e questo per noi è molto bello e gratificante. Ad esempio, io e Niccolò Fabi, che è l’artista con il quale abbiamo forse la collaborazione più lunga, ci siamo conosciuti biondi e siamo diventati sale e pepe e imbiancheremo insieme! (ride)

Torniamo per un momento alle vostre origini: come vi siete incontrati, e da quali singole esperienze arrivavate?
Francesca, Raffaele ed io siamo compagni di studi di conservatorio addirittura dalle scuole medie. Io e Raffaele siamo coetanei, ed eravamo in due sezioni differenti, mentre Francesca è più giovane, ma rappresentavamo la gioventù del conservatorio di metà anni 80, un po’ inquieti perché tutti e tre amavamo non solo la musica classica. Negli anni abbiamo però sempre fatto cose separate: chi aveva il gruppo rock, chi aveva il gruppo jazz o di musica brasiliana, suonando anche nell’orchestra del Carlo Felice. Roberto invece aveva studiato a Roma ed è arrivato in orchestra agli inizi del 2000.

Come è nato il GNU Quartet, quindi?
Dovete sapere che Francesca da metà degli anni ‘90 fino a metà dei 2000 aveva un quartetto femminile composto esattamente come gli Gnu, violino, viola, violoncello e flauto: si chiamavano Zelig. Il gruppo si era sciolto da pochissimo quando lei aveva avuto una richiesta di partecipazione all’evento Buon compleanno Faber al Teatro Nazionale di Milano, nel 2006. Bluffando spudoratamente ha detto di avere un altro quartetto pronto, e ha chiamato noi, che ci conoscevamo molto bene perché suonavamo spesso in giro jazz nei locali. Abbiamo quindi provato a fare un pezzo dedicato a Fabrizio, Le acciughe fanno il pallone (che poi è diventato il nostro evergreen, il brano con cui chiudiamo quasi sempre i nostri concerti) e da lì ci siamo trovati a suonare con la PFM, a conoscere Morgan, Dolcenera, De Scalzi. Poi c’erano Dori Ghezzi e Cristiano De André in prima fila, e lì ci siamo resi conto che la cosa funzionava.  Da quel momento in poi sono arrivate delle chiamate in TV e poi una produzione discografica: è stata veramente una fortuna.

Eravate anche pronti artisticamente per cogliere quelle occasioni, evidentemente. Be’ sì, avevamo 35-36 anni e molta esperienza alle spalle. Però, da allora ci sono successe cose quasi incredibili: una volta ad esempio eravamo a suonare al Teatro della Tosse e c’era Gino Paoli, il quale ci ha chiesto se eravamo liberi per andare in tour con lui. Cioè, se uno lo raccontasse non ci si crederebbe…ma è andata proprio così!  Anche con Ermal Meta, che conoscevamo di vista ma non ci eravamo mai incontrati, è stata una serie di coincidenze a far incrociare le nostre strade. Lui avrebbe dovuto fare un concerto a Risorgimarche due estati fa, mentre noi eravamo lì con Simone Cristicchi. C’è stato un nubifragio, e per recuperare il concerto saltato è stato fatto metà spettacolo di Cristicchi e Gnu e metà concerto a sorpresa con Ermal Meta. In quell’occasione ci ha sentiti suonare, e dopo venti giorni ci ha proposto di fare un tour insieme. Ermal aveva già tutto chiaro, e deciso tutto. Certo, è importante studiare sempre tantissimo e non smettere mai, perché la fortuna aiuta nei momenti giusti. Si dice che se il treno passa bisogna essere pronti a saltarci su, ed è così, è vero: si deve essere pronti e con il bagaglio adatto.

Avete suonato quest’estate nei teatri storici e nelle piazze più belle d’Italia con Francesco De Gregori, fino all’Arena di Verona, tempio della musica per eccellenza: come avete vissuto quest’esperienza?
Finora siamo stati molto fortunati perché abbiamo sempre collaborato con artisti emergenti o comunque noti in quel momento, però suonare con De Gregori, come in passato con Gino Paoli, ci ha dato la sensazione di fare un’esperienza “storica”, perché loro sono artisti davvero importanti per più generazioni. Devo dire che oltre alle soddisfazioni di questi anni come quartetto, quest’anno abbiamo avuto l’opportunità di suonare appunto nei posti più belli in Italia, di seguito, uno dopo l’altro in teatri e arene meravigliosi, cosa che non accade invece solitamente facendo la vita del professore d’orchestra. L’Arena di Verona è magica, ed unica. Noi c’eravamo già stati con Fabi, Silvestri e Gazzè nel 2015, quindi sapevamo già più o meno a cosa andavamo incontro, ma arrivarci con un progetto come quello con De Gregori ci ha fatto sentire più al sicuro. Oltretutto, abbiamo suonato su quel palco in una delle ultime date del tour, ed eravamo veramente molto tranquilli perché avevamo lo spettacolo sotto controllo. Francesco poi è sempre stato splendido, una professionalità e una preparazione incredibili e quindi è stato bellissimo. Inoltre per me, dato che curo sempre tutta la parte artistica degli arrangiamenti e delle orchestrazioni, è stata un’ulteriore esperienza veramente importante perché ho affrontato con lui, come anche per lo spettacolo su De André, un repertorio storico.

Tra quelle che forse sono le vostre collaborazioni più significative, ci racconti qualcosa del primo tour con Simone Cristicchi nel 2010 e dei concerti ad alto tasso emozionale di Niccolò Fabi dell’estate 2015?
 
Con Simone, grandissimo artista, abbiamo fatto tantissimi concerti a partire da quel tour Grand Hotel Cristicchi che ha segnato un po’ la sua trasformazione (forse non tanto capita allora dal pubblico) in un attore che canta. La prima volta in cui ci siamo incontrati ce la ricordiamo benissimo perché era un artista che ci piaceva già tantissimo; noi eravamo partiti da poco e a un suo concerto qui a Genova ci siamo presentati col solito demo-cd con 4 nostri brani incisi. Lui era molto felice e dopo un mese ci ha chiamato: - Volete venire a suonare con me a Roma? - e da lì poi è partito tutto. Quello di Niccolò del 2015 era un tour acustico, lui chiudeva un po’ un cerchio della sua produzione e condividerlo, per noi, è stato molto bello. Con Simone e con Niccolò la collaborazione è sempre aperta, nel senso che abbiamo fatto talmente tanto insieme negli anni scorsi che abbiamo praticamente il programma è già pronto, poi magari si inserisce qualche brano nuovo, però le basi le abbiamo già consolidate.



A proposito di Fabi, tu Stefano hai partecipato anche al suo ultimo album, giusto?
Sì, ho suonato in due brani dell’album di Niccolò, Nel blu e Amori con le ali, per un giro strano di incontri. Collaboravo già con Costanza Francavilla, che ha curato la parte elettronica dell’album di Fabi Tradizione e tradimento, per cose del tutto diverse (trailer cinematografici e televisivi). Lei mi ha chiesto se volevo buttare giù delle idee per violoncello, e poi il cerchio si è chiuso perché ci conoscevamo tutti. Non ci sono gli Gnu perché in questo caso non era richiesto il suono particolare degli Gnu, ma Niccolò è stato ben felice che ci fossi io.

Quanto c’è della tradizione musicale genovese nel Gnu Quartet?
Beh, secondo me ce n’è molta. Sicuramente un po’ perché abbiamo vissuto a Genova tutti gli anni ’90, nei quali la città era sicuramente molto più frizzante di ora, soprattutto dal punto di vista delle possibilità di suonare nei locali. Abbiamo suonato con molti artisti genovesi, da Vittorio De Scalzi a Federico Sirianni, che pur abitando a Torino è un cantautore genovese, fino alle nuove generazioni, con la cantautrice Giua, e poi anche per il fatto di essere così legati a De André che è stato il nostro primo innamoramento. Adesso cerchiamo di chiudere il cerchio facendo questo nuovo progetto dedicato a Paganini. Il progetto Niccorock Paganini è nato da una richiesta di Palazzo Ducale per la mostra interessantissima Paganini rockstar dello scorso anno che affiancava le figure di Paganini e di Jimi Hendrix, identificando Paganini come la prima rockstar della storia, per i suoi tour e per il suo modo di confrontarsi con il pubblico. Ci è stato chiesto di fare un lavoro su di lui a modo nostro, cosa che all’inizio ci ha un po’ spaventato perché la musica di Paganini è molto complicata e virtuosistica ma anche molto lontana da quello che facciamo noi di solito. Una volta trovata la chiave giusta, però, ci siamo divertiti parecchio a estrapolare alcuni temi o alcune parti musicali e trasformarli in brani rock originali.

Riguardo proprio a questo lavoro su Paganini, puoi dare qualche anticipazione all’Isola sul lavoro che state facendo in studio?
Stiamo terminando di registrare il disco in queste settimane e sarà un po’ un ritorno alle origini per tante cose: innanzitutto per la scelta del repertorio, che ci riporta nel mondo classico, ma anche perché abbiamo deciso di registrarlo in maniera un po’ differente dagli ultimi lavori, cioè proprio suonando live in sala di incisione con 4 microfoni e senza aggiungere nulla, cercando di trasferire nel disco tutta l’energia che c’è nei nostri concerti. Questo è un lavoro che speriamo ci riporti a suonare da soli nei teatri, che sarebbe il nostro sogno, recuperando un po’ l’identità e l’autonomia del quartetto.

Avete già un’idea di quando uscirà il disco, quindi?
Sicuramente l’anno prossimo, poi i tempi si decideranno con Mescal, etichetta e casa discografica, ma sarà sicuramente non prima della prossima primavera. Noi abbiamo deciso di registrarlo ora perché dopo questa estate di concerti eravamo comunque “in forma” per farlo subito, senza avere troppe difficoltà.

Il vostro precedente lavoro “80vogliadiGnu 2018” era invece un progetto piuttosto particolare, anzi diciamo pure anomalo, vero?
Sì, si è trattato di un progetto più live e social che un lavoro discografico vero e proprio, perché è uscito su una pennetta USB e su musicassetta, ed è dedicato agli Anni ‘80, però con un occhio di riguardo alla musica più brutta di quel decennio, per una scelta affettiva (sorride). Infatti, quando uscì I like Chopin, facevo il secondo anno di conservatorio e me lo suonavo di nascosto dagli insegnanti, nelle aule tra una lezione e l’altra, e comunque con quella musica, vuoi o non vuoi, ci siamo cresciuti. E allora è diventato per noi un divertimento poter suonare un pochettino più liberi (fra l’altro è l’unico nostro progetto in cui c’è anche una batteria, proprio perché vogliamo far ballare chi ascolta) e toglierci di dosso questa cosa che siamo solo quelli che fanno quelle cose complicate; eh no, ci divertiamo anche noi!

Il 23 novembre sarete a Milano per la Milano Music Week: cosa proporrete?
Sì, saremo in questa settimana organizzata da Mescal Music, con cui collaboriamo da un po’ di mesi, e sarà per noi l’occasione per presentare i nostri ultimi due progetti, appunto: in serata quello su Paganini e invece ad ora aperitivo ci dedicheremo alla musica anni ‘80, riuscendo così a dare in un’unica giornata l’idea delle nostre due vesti. E inoltre, per chi avesse tempo e avesse voglia di venirci a sentire, saremo la sera prima al Teatro Dal Verme sempre a Milano con Neri Marcorè in Una specie di sorriso.

Ringraziando Stefano Cabrera per la disponibilità e la piacevolissima chiacchierata, non ci resta a questo punto che augurare al Gnu Quartet un 2020 di nuovi grandi successi e sempre interessanti sfide che, siamo certi, affronteranno con l’entusiasmo e la professionalità che li distingue. Ricordiamo quindi ai nostri lettori gli appuntamenti live milanesi del GNU Quartet:il 22 novembre con Neri Marcorè al Teatro Dal Verme in “Una specie di sorriso”, lo spettacolo dedicato a De André, e il 23 novembre alle 18.30 con “80vogliadignu” e alle 21 con il concerto-anteprima del nuovo album dedicato a Nicolò Paganini, nell’ambito della Milano Music Week.

Foto di Valeria Bissacco

 

 

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