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Federico Sirianni

Le prossime vite

Il 2013 è stato un anno molto proficuo per Federico Sirianni, un disco importante che segna nel panorama della musica autoriale italiana un punto fermo significativo e un'attività dal vivo che è testimonianza di un percorso cominciato qualche anno prima, in parallelo alla realizzazione dei progetti discografici, ma che sempre di più pare aver trovato una sua forma compiuta e matura. Lo andiamo a cercare mentre è impegnato in un intrico di date dal vivo e la registrazione di una sorpresa natalizia tutta pensata per i più affezionati.

 

Federico, ce lo racconti un po' questo densissimo anno che pare ci riserverà ancora sorprese.
È stato un anno pieno e bello e non è ancora finito. Nella prossima vita è un disco che, in qualche modo, ha segnato uno spartiacque tra quello che ho fatto prima e quello che accadrà d'ora in avanti. Una specie di punto di non ritorno. È un lavoro che ha avuto una gestazione lunga e complessa nella scrittura e negli arrangiamenti e che mi ha cambiato, non solo artisticamente. Il 2013 è stato però molto importante anche perché ho ripreso in maniera continua e felice il mio rapporto con il teatro, scrivendo musiche e canzoni per alcune produzioni del Teatro della Tosse di Genova, a cui sono molto legato.

 

Parli di spartiacque, proviamo a raccontare la prima parte della vita artistica di Federico Sirianni, le sue scoperte, i suoi errori, i riferimenti e i modelli. Mi piacerebbe fermare l'attenzione sulla narrazione, le tue canzoni sono racconti compiuti, hanno trame che si muovono tra la scelta sonora e il testo, sei a miogiudizio uno dei rari storyteller di razza che il panorama artistico italiano possa vantare (qui a fianco la cover del tuo primo album ufficiale). Nei tuoi brani non c'è evocazione e atmosfere accennate ma all'ascolto ci si trova piuttosto ficcati nella polpa della vita, per tremenda che sia. Ci racconti, partendo proprio dai tuoi esordi e dai tuoi modelli qual è il tuo rapporto con i criteri narrativi e quali sono le storie che ti piace raccontare.
Mi costringi a relazionarmi con le mie back pages. È vero che molte mie canzoni hanno la forma della "storia" anche se, nella maggior parte di casi, si tratta di uno stratagemma per evitare di parlare in prima persona. Ed è vero che i miei riferimenti sono più spesso letterari che musicali, per cui la definizione di storyteller mi piace molto.
Sarà che nelle storie che racconto ci sono entrato personalmente fino al midollo, sarà che le ambientazioni che fanno da set ai racconti li ho vissuti intensamente, sarà che i personaggi che di queste storie sono protagonisti li ho incontrati e conosciuti quasi tutti.
Giorgio Maimone descrisse una mia canzone, Camionale, come un breve racconto alla Mickey Spillane. M'è piaciuto. Sono un vorace lettore di noir e, quando ero giovane, ho fatto il cronista di nera a Genova. Ci fu un'estate strana e calda, piena di delitti assurdi. Seguii quei casi, poi scrissi Caldo da impazzire, che fu scelta da Amilcare Rambaldi per il mio esordio al Tenco. Lo spartiacque di cui ti parlavo prima riguarda anche questo aspetto.
Mi fa meno paura raccontare in prima persona, ecco.

Resta il fatto che, a parte la musica classica e quattro o cinque meravigliosi giganti senza cui la mia vita artistica ed emozionale non avrebbe avuto lo stesso significato, devo dirti che io non vivo benissimo la musica. Voglio dire, per me non è svago, relax, pace dell'anima. Ho questo maledetto tarlo di ascoltare la musica da musicista e i testi da scrittore. E mi fa malissimo perché riesco a godermi poca roba. Non mi piace quasi niente, mi irrita o mi lascia una triste indifferenza la maggior parte di ciò che ascolto. Ma è un problema mio, mi piacerebbe immergermi nella canzonetta e lasciarmi inondare dalla semplicità, dalla spensieratezza, dalla leggerezza che questa comporta. Riesco comunque a sopportare meglio il pop che la canzone d'autore o, peggio, la musica indie italiana. Sopporto meglio la musica straniera in ogni caso, almeno mi risparmio l'analisi del testo.

 

Restando nelle back pages, di cosa ti sei nutrito a livello musicale per arrivare a distillare il Federico Sirianni di oggi.
C'è un'iniziale risposta nella domanda e ovviamente nella citazione. Dylan è il numero primo, l'archetipo, senza cui non esisterebbe il concetto di cantautore o songwriter, almeno per come lo intendo io.
Anche se le suggestioni più forti, a livello di scompenso emotivo, mi sono arrivate appena maggiorenne dallo zio Tom (Waits), "the best entertainer in the world", come giustamente è stato definito. Parlo dei tempi di Swordfishtrombones, Rain dogs e Frank's wild years, i cui vinili ho dissestato dalla quantità di volte che li ho fatti girare sul piatto. Ricordo il primo ascolto, la canzone era Underground, è come se una voragine si fosse aperta nel pavimento della mia camera e un esercito di nani pressurizzati fosse uscito dal buco per trascinarmi lì dentro. Ho capito che si potevano scrivere canzoni e musiche diverse. Ho copiato moltissimo Waits, tutta la nostra generazione di cantautori lo ha fatto, il giro musicale di Temptation o Swordfishtrombones è diventato decine di canzoni scritte da noi fedelissimi dello zio Tom. Io ne ho almeno quattro, Capossela più o meno altrettante. Tornando a Dylan, è la sua straordinaria vita, anzi le sue straordinarie vite che mi hanno sollevato da terra. Un pazzesco alieno, capace di interpretare i pazzeschi anni che attraversò. Le sue fughe, le sue resurrezioni, perfino il periodo della conversione cristiana ho trovato fantastico. È il demone che lo possiede a rendermelo irresistibile, la capacità di scrivere lunghissime ballate d'amore e sarcastiche invettive, l'utilizzo estremo della terminologia biblica, la bulimia narrativa.
Ho ascoltato da adulto Blonde on blonde ed è il primo disco che mi porterei sulla Luna, seguito da Oh Mercy a cui affettivamente sono molto legato. Poi ci sono altri giganti che ho amato e amo, come Leonard Cohen o il mio concittadino Fabrizio De Andrè. E posso anche dirti che sono stato molto fortunato a incontrare, nei miei primi anni di scrittura, un artista straordinario, che è diventato un amico e che, a mio avviso, è attualmente il miglior scrittore di canzoni in circolazione, Max Manfredi (qui nella foto con Armando Corsi, Daniela Piras, Fabrizio Casalino e Matteo Nahum).

 

E veniamo quindi al presente. l'ultimo disco, forse ultimo ancora per poco ma ne parleremo, ti ha visto proporti in una veste sonora complessa e particolare. Ci racconti come è nata l'esigenza di misurarti con lo/gli Gnu Quartet e come le vostre esperienze sono confluite in quel piccolo tesoro che è Nella prossima vita.
In realtà dopo l'uscita di questo disco ero talmente svuotato che pensavo davvero sarebbe stato l'ultimo. La condivisione del lavoro con gli Gnu è stata abbastanza naturale. Gli Gnu vengono tutti dal territorio della musica classica. Stefano Cabrera è un genio dell'arrangiamento, Raffaele Rebaudengo, Roberto Izzo e Francesca Rapetti degli eccellenti musicisti. È un quartetto sghembo (tre archi e un flauto) che ha impresso il suo marchio su moltissimi grandi nomi della musica italiana (Afterhours, Subsonica, Fabi, Cristicchi, Pfm, Paoli, Baustelle, Negramaro, etc.).
Al momento stanno promuovendo il loro progetto di riarrangiamento dei Muse. Io sono genovese, loro anche. Ci conosciamo da tantissimi anni e abbiamo collaborato in diverse produzioni e spettacoli, ho pensato che il loro apporto potesse "aprire" molto le mie canzoni, trascinarle dal fiume all'oceano, renderle più sospese. È andata così in effetti, pur con tutte le difficoltà del caso.
Ci abbiamo messo un bel po' prima di trovare la quadra giusta.
Ho avuto preziosi consiglieri, il produttore del disco Giangilberto Monti, che ha disincagliato l'imbarcazione arenata con una soluzione semplice ma decisiva, il produttore dello studio Transeuropa, dove abbiamo registrato, Fabrizio Chiapello, che ha dato corpo a un magma sonoro di difficile assemblaggio. E poi hanno collaborato tanti altri eccellenti musicisti, il pianista abruzzese Michele Di Toro, grande talento, il bluesman Paolo Bonfanti e poi i miei compagni storici di viaggio, Matteo Negrin, Vito Miccolis, Marco Piccirillo, Andrea Gattico, Edmondo Romano e qualcuno che dimentico sicuramente ma che ringrazio tantissimo. Dicevo che pensavo sarebbe stato l'ultimo. In effetti per il momento è così, anche perché a Natale non farò uscire un cd ma un vinile, un regalo per i fedelissimi, 100 copie numerate, già praticamente quasi tutte prenotate, con un po' di inediti.

 

Tralasciando dunque il vinile mediamente di difficile reperimento, concentriamoci su Nella prossima vita. Partiamo dalla canzone che si porta addosso l'onere del titolo di tutto il disco. Personalmente non sono un cultore dei video musicali ma questo brano si lega a un racconto per immagini, facilmente reperibile anche in rete, davvero di rara potenza narrativa. Un bianco e nero che racconta una storia nella storia. Com'è in genere il tuo rapporto con i video musicali e da dove è partita l'idea di un racconto filmico come quello che corre sulle note della tua canzone.
Nella mia adolescenza facevo finta di studiare con la tv sempre accesa su Videomusic, mi sembra si chiamasse così. Erano pieni anni Ottanta, ricordo video affascinanti e improbabili, Prince, Madonna, Talking Heads, Style Council, Police, Joe Jackson, perfino Dylan, Waits e gli Stones. Italiani ne ricordo pochissimi. E se non ho mai amato l'idea di un video "didascalico" che riproponesse in immagine quello di cui racconta la canzone, mi piaceva invece la possibilità di un piccolo film che scorresse volente o nolente sulla musica.
Il mio amico Pasquale Ruju, storico sceneggiatore di Dylan Dog, con cui da tempo si pensava a una collaborazione, ha sentito Nella prossima vita e mi ha detto che gli sarebbe piaciuto utilizzarla per un corto noir. Ovviamente ho accettato e, in corso di lavorazione, il corto noir è diventato il video della canzone (https://www.youtube.com/watch?v=LGopWfmXCb4). Mi ricorda quelle ambientazioni un po' anni Settanta tipo ‘Torino spara Milano risponde’, cose del genere.
È stato apprezzato da molti, altri avrebbero avuto altre idee su un concetto come "Nella prossima vita". E lo capisco, è una frase che apre un sacco di possibilità. Come direbbe Sorrentino, hanno tutti ragione.

 

Una volta affrontata la canzone portante arriviamo al disco. Facci da guida in questo universo sghembo e complicato, fallo senza troppe regole e senza smancerie, come fossimo acquirenti poco convinti di una casa che non sei nemmeno sicuro di voler vendere. Raccontaci le storie di questo disco.
Nasce nel segno di qualcosa che cambia o che è appena cambiato. È un germoglio che sboccia, è un disgelo. Credo lo descriva bene la canzone La neve nel bicchiere che ho ambientato in una specie di giardino giapponese. Sarebbe bello che ci fosse una seconda possibilità per tutti, una seconda vita in cui portarci dietro le bellezze e gli incanti, lasciandoci alle spalle le storture, gli errori, i fallimenti. Tutto il disco si muove su questa dimensione, il punto di non ritorno e la resurrezione. Nella preghiera di Quando la sera verrà, nella miserabile vita dell'amico Nato sfasciato, nei ricordi della Mia madeleine, nelle lanterne volanti della Stanza cinese, nelle notti tossiche sull'oltre Dora di Appollaiati stanno, nell'apocalisse di Ondanomala, nell'amore divinizzato dell'Anima di Dio. Credo di essere tra i fortunati che ha avuto una seconda possibilità, questo disco è qualcosa di simile a un ringraziamento.

 

L'ho inteso anche io come un disco di rinascita, una sorta di recupero delle forze oltre la volontà sospettabile. Ci ho visto il senso compiuto di quella traccia di religiosità atea che qualcuno di noi si porta addosso. Ma questo disco ha anche dato ennesimo impulso alla tua già intensa attività dal vivo. Nei prossimi mesi ci sono in programma molte date per spettacoli con formazioni e progetti diversi. Dove è possibile aggiornarsi sui tuoi concerti e magari approfondire temi riferiti alle tue canzoni?
Molti concerti dicevi e progetti differenziati aggiungo io. Si ricomincia insieme agli amici Guido Catalano e Matteo Negrin con il sesto anno del Grande Fresco alle Officine Corsare di Torino per una domenica al mese, la prima è stata il 6 ottobre. Poi concerti in giro per l'Italia, le date vengono aggiornate su www.federicosirianni.it e sulla pagina di Facebook (https://www.facebook.com/federico.sirianni ) dove, chi vuole, può chiedermi informazioni o quello che gli pare. Io rispondo sempre.


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