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Filippo Andreani

Il secondo tempo di Filippo Andreani

Abbiamo rivolto qualche domanda a Filippo Andreani, cantautore comasco finalista quest'anno al nostro concorso L'Artista che non c'era, riguardo al suo ultimo bellissimo album Il secondo tempo, di cui già ha scritto Andrea Podestà qualche mese fa su L'Isola (recensione al link http://www.lisolachenoncera.it/rivista/recensioni/il-secondo-tempo/). Filippo ha accolto con piacere, grande disponibilità e il suo splendido sorriso il nostro invito, ed ha risposto alle nostre curiosità.
 

Possiamo dire che questo è un concept album sul calcio d’altri tempi. Rispetto al calcio odierno, tu come ti poni? Tu giochi o hai giocato?
Il calcio d’altri tempi esiste ancora ed esisterà per sempre: è quello giocato dai bambini, è quello praticato dalle squadre di sport popolare. Questo è l’unico calcio che emoziona. Quello televisivo non mi è mai interessato. Io ho giocato fino a 20 anni circa, ma a livelli infimi. Tanta grinta, poco piede. Per molti anni ho seguito il Como in casa e in trasferta. Da tifoso, o da ultras se preferisci. Non giocavo, ero sugli spalti, ma ci mettevo talmente tanto cuore che era come se fossi in campo anch’io!

Fai nomi e cognomi nel disco, sei coraggioso. Immagino siano figure di riferimento per te. Chi è “Ninin”? È sempre dentro te?
Per me è importante avere delle opinioni ma non è abbastanza: bisogna esprimerle. Per questo utilizzo spesso il racconto delle vite degli altri (Best, Viola, Michele Moretti, etc.) come metafora per parlare di altro (di alcolismo, di esclusione, di antifascismo, ad esempio). In ogni caso non credo di avere un coraggio particolare: penso invece di essere, semplicemente, sincero. La sincerità è tutto. Per un cantautore, poi, è secondo me una caratteristica essenziale, un dovere nei confronti di chi mi dedica del tempo ascoltando le mie canzoni. Ninin sono io: era quello il modo in cui mi chiamavano a casa, da bambino (Ninin significa, appunto, “piccolino” nel nostro dialetto). Ninin è quello che vedo ogni volta che mi guardo allo specchio. Ninin è quello che voglio restare: mi sono imposto di non dimenticare mai di essere, anche, un bambino. Voglio mantenere quell’entusiasmo, quella curiosità e quella ingenuità.

Come artista il tuo “secondo tempo” è oggi, il “primo tempo” il punk. Cosa ha segnato il cambiamento?
Ho iniziato a suonare punk nel 1993, ma già da allora i miei ascolti erano molto vari. Accanto a quello dei Clash c’era il disco di De Andrè, e dopo aver ascoltato gli Exploited mi rifacevo le orecchie con Bennato, con De Gregori, con Bertoli soprattutto. Già col gruppo punk cercavo di scrivere qualcosa che avesse un senso più ampio, utilizzando la lingua italiana come faccio ora. Cambiava solo la base musicale. Il passaggio, quindi, è consistito solo in un cambio di atmosfere e di maniere, ma non ho cambiato penna. E comunque quell’atteggiamento lo conservo: la strada e tutto l’immaginario punk continuano ad essere buona parte di me, nonché le mie abituali frequentazioni.

Come è nata la tua collaborazione con il produttore Guido Guglielminetti (che fra l’altro è un amico comune)?
Da quando ho ascoltato Amore nel pomeriggio di Francesco De Gregori, ho continuato a pensare che quel “Guido Guglielminetti” indicato come produttore (che già conoscevo come bassista) doveva essere un genio. Soprattutto per un brano, intitolato Deriva dove c’è tutto pur non essendoci niente: un capolavoro di eleganza. In tutto il disco, poi, c’era un “tiro” della miseria, il basso meraviglioso e la sezione ritmica bella “davanti”. Il mio sogno era avere lui come produttore. Un giorno, affidandomi a quella specie di ingenuità a cui facevo riferimento prima, gli ho chiesto – non senza timore - di poter ascoltare le mie nuove canzoni. Ha apprezzato il mio modo di scrivere e da quel momento abbiamo iniziato a lavorarci insieme. Insieme, sì, perché Guido ha un rispetto profondo per gli artisti con cui lavora. È un confronto costante. Con ruoli diversi, ma con un obiettivo assolutamente comune e condiviso. Io avevo voglia di imparare ed ero disposto a fidarmi, lui aveva voglia di capirmi ed era disposto ad entrare nel mio mondo. Intelligenza e sensibilità, oltre che grande capacità: questo è Guglielminetti.

Con che musica sei cresciuto e che musica ascolti?
Sono onnivoro. Sotto la doccia mi posso trovare a cantare roba tipo “Scenderemo nelle strade e vi romperemo il culo” (ritornello di una canzone dei Nabat, leggendario gruppo Oi! Bolognese), oppure “La costruzione di un amore” di Fossati. Tutto quello che mi dà un’emozione è oro. A prescindere dal genere. Attualmente mi sto esaltando come un matto ascoltando Keny Arkana (una rapper di Marsiglia che vi raccomando!), che alterno alle ultime produzioni di Cash (quelle con Rick Rubin) o a Jane Birkin con “Arabesque”. Ma ogni tanto ci infilo gli Slayer, o metto sul piatto qualche vecchio disco della Trojan. Insomma, credo di avere dei problemi.

Usi spesso e in modo molto efficace la sinestesia, come faceva soprattutto agli inizi De Gregori. Che influenza hanno avuto sul tuo modo di scrivere e di cantare album come quello de “la pecora” o “Alice”, in particolare?
Tutta la produzione di De Gregori è grandiosa ed è inevitabile che gli ascolti reiterati poi influiscano sul modo di scrivere dell’ascoltatore. Gli album che citi, poi, sono capolavori assoluti. Di De Gregori mi ha sempre affascinato il fatto che canti sempre meglio, ogni album che passa. Ha un’intonazione rara, lo vedi anche dal vivo…un’attenzione alla pronuncia, alla scansione. Questo vuole dire che, sì, è chiaramente un talento naturale, rarissimo ed inarrivabile, ma che non ha mai smesso di lavorare su quel talento. Mi sembra che per lui il lavoro sia sacro. Che sarà un principe come dicono, ma sicuramente lavora come alla bottega, come nei campi. Il lavoro è sempre dedizione e fatica. Anche se ti chiami Francesco De Gregori. Soprattutto per questo lo stimo molto. Non lascia nulla al caso. Questo suo atteggiamento di grande rispetto verso la canzone è quello che più mi colpisce e quello che più vorrei imparare ad avere. Dirai che si chiama “professionalità” ma non solo: si chiama passione. Ed è bello che la conservi.

Come mai hai voluto la voce di Valerio Mastandrea per aprire l’album?
Perché desideravo un attore ma volevo che fosse “uno di noi”. Uno che appartenesse al mio mondo, uno con cui posso parlare di calcio, di cacio e pepe o di canzone d’autore, allo stesso modo e sullo stesso livello. Uno che avesse la faccia giusta, oltre che la voce giusta. La credibilità giusta per dire certe cose. Valerio era ed è tutto questo. E, in più, è proprio uno di famiglia, quella “famiglia” romana che frequento sempre con enorme piacere ed orgoglio.

Un booklet senza testi ma con delle bellissime illustrazioni. Come mai? Per invitare all’ascolto più attento, o per creare un’opera a tutto tondo, quasi multimediale?
Perché le illustrazioni di Osvaldo Casanova erano troppo belle e non ci volevo rinunciare. Nella versione su vinile ci sono anche i testi; sul libretto del CD non c’era spazio per tutto, ed ho scelto. Lo rifarei, anche per rispetto verso il grande lavoro svolto da Osvaldo.

Foto di Valeria Bissacco

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