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Sud Sound System

Liberarsi cantando

I Sud Sound System sanno dove stare e cosa fare: al Sud, concezione culturale prima ancora che geografica, e dalla parte degli ultimi di qualsiasi latitudine e tempo, facendo una musica che prima di tutto è riflessione, divertimento e liberazione. Il loro ultimo disco Dammene ancora rappresenta al meglio ogni possibilità sonora dell’ensemble salentino. Di tutto questo abbiamo parlato con Nandu Popu, una delle quattro voci del gruppo e come sempre senza troppi peli sulla lingua.


Nel vostro nome c’è la parola Sud e tutta la vostra musica è fortemente improntata al sud, d’Italia come del mondo. Che cosa vuol dire per voi essere del Sud?
Il Sud ormai non è più una direzione geografica, ma una concezione culturale. Vuol dire rabbia, amore, passione; vuol dire andare tranquilli, andare piano, essere lenti. Avete un occhio di riguardo per la natura e preoccuparsi di tutta la gente che sta soffrendo, quei cinque miliardi di persone che non possono avere accesso al sostentamento e al benessere di noialtri. Puoi essere del Sud anche vivendo a Bolzano, Berlino o nei ghetti di Londra, perché non conta dove sei ma quale concezione hai dell’uomo. Essere del Sud significa dare un senso agli esseri umani come esseri umani e non come merci. Perché stiamo diventando sempre di più materia, di proprietà di qualcun altro, siamo utili a qualcosa e basta. La situazione non è molto cambiata rispetto ad un tempo: noi siamo schiavi come i nostri nonni che cantavano la pizzica per tirarsi su di morale, la differenza è che non ce ne accorgiamo. Adoriamo i padroni ma siamo rimasti poveri; non arriviamo alla terza settimana però garantiamo i jeans Dolce & Gabbana ai nostri figli. I libri no: meglio bulli che bravi a scuola, tanto se sei ciuccio a scuola chi se ne fotte.

Quindi per voi la musica è uno strumento di liberazione?
E’ soprattutto quello. Gli italiani sono schiavi, schiavi delle televisioni, con le quali la P2 ha agito molto bene. Se si osserva bene l’Italia la situazione va ben oltre “1984” di Orwell. Siamo messi proprio male: la gente dà retta a Costantino e Maria De Filippi. L’unico obiettivo è diventare ricchi, essere virili, possedere tutto. Poi invece siamo i più sfigati del mondo, non abbiamo una lira, ci accontentiamo delle veline e basta. Essere del Sud vuol dire anche disfarsi da queste cose, tornare ad essere liberi.

Ed immagino che Sud significhi anche accettazione delle diversità…
…e del nostro essere bastardi. Noi italiani siamo un mix di razze, siamo dei bastardi, e questa è una ricchezza. Nel nostro sangue scorre sangue africano, celtico, francese, spagnolo, albanese. E’ inutile che ci appelliamo a chissà quale purezza o razzismo. Agli italiani essere bastardi non piace ed è proprio per questo che si rifugiano nel fascismo.

Cantando in dialetto avete trovato degli ostacoli agli inizi del vostro percorso?
All’inizio un po’ sì, e a volte anche oggi, ma alla fine la nostra è una cultura local che si scontra inevitabilmente con la cultura dominante, che è global. In un certo senso è normale trovare degli ostacoli. Ultimamente però godiamo di qualche privilegio in più perché è riemersa la necessità di tenere vivo il dialetto. Per noi cantare in dialetto è stato sempre un motivo d’orgoglio. Quando andavamo a scuola a Lecce venivamo presi in giro dai compagni leccesi perché non parlavamo in italiano e tornati a casa il dialetto era un modo per fuggire dai luoghi in cui vivevamo usandolo nei nostri pezzi, che scrivevamo soprattutto per sfogarci. All’inizio degli anni ottanta il Salento non era una terra bella, erano gli anni del craxismo inteso come modo di vivere, c’era molta mafia e molta eroina. Il dialetto per noi era un modo per dire no a queste cose.

Ma la situazione è migliorata rispetto agli anni ottanta?
Per niente. Oggi il Salento è una terra che sta morendo, proprio fisicamente. Da noi non muore più nessuno di morte naturale, c’è un inquinamento allucinante eppure non abbiamo tante aziende. Quello che è successo a Napoli con le discariche abusive è successo anche da noi. Non si sa bene che cosa abbiano buttato nelle cave però sappiamo quanti morti per tumori ci sono. Poi l’unica vera azienda che c’è, l’Ilva di Taranto, ci sta avvelenando tutti. Taranto è diventata una città rossa, ma non rossa comunista, rossa perché l’asfalto, i muri, le cancellate sono rosse a causa dell’ossido ferroso. Figurati come stanno i polmoni dei bambini. Io vivo a Trepuzzi, un paese a settanta chilometri da Taranto. Negli ultimi dieci anni sono morti sei o sette bambini per leucemia su una popolazione di quindicimila abitanti. Immagina a Taranto cosa succede. I reparti ospedalieri del Salento sembrano quelli del Sudan o della Somalia, perché i numeri di morti tra malattie e morti bianche sono numeri da guerra. Non siamo più esseri umani, ma averi. E l’abbiamo accettato, tanto che per noi i nostri padroni sono dei santi.

“Dammene ancora” mi sembra sia il disco in cui avete tentato di toccare tutte le possibili sfaccettature della vostra musica…
Prima di iniziare a lavorare a “Dammene ancora” ci siamo resi conto che da quando facciamo musica, dagli inizi degli anni novanta, non è cambiato assolutamente nulla. La nostra musica è sempre stata una cronaca di ciò che si succedeva intorno, ma visto che la situazione non è cambiata con questo disco abbiamo deciso di provare anche ad analizzare la realtà e non solo raccontarla. Insomma fare approfondimento, ma anche fare emergere di più quello che abbiamo dentro, sia come sentimenti, sia a livello di coscienza. Questo disco è anche una sorta di esame di coscienza collettivo, perché continuiamo a pagare per colpe che reiteriamo all’infinito e allora forse c’è qualcosa che non va, proprio a livello generale. Quindi è giusto riflettere su questa cosa e tentare di analizzarla. E in questo senso fare un disco così variegato era la soluzione migliore, perché ci avrebbe permesso di dare voce a tutti gli aspetti – musicali ma non solo – di noi stessi. Non a caso la lavorazione è durata quasi due anni e ha voluto coinvolgere tutti quegli artisti che nei diversi generi sono i migliori.

Effettivamente avete spaziato davvero tanto. Piano ad esempio nasce come una sorta di minuetto. E’ un minuetto-reggae.
Infatti anche i Morgan Heritage, che partecipano a questo brano, se ne sono accorti e ci hanno detto che solo noi italiani potevamo fare una cosa come quella, cioè mettere su un pezzo reggae degli accordi che sembrano rubati a “Per Elisa”. E quel brano è nato proprio così: stavo suonando proprio “Per Elisa”, ma in maggiore, e avevo sotto una batteria strana. Ad un certo punto ho modificato un po’ la melodia e ci ho fatto tre bridge diversi per farla girare. E’ una cosa molto italiana: abbiamo preso il reggae e l’abbiamo restituito diverso, in qualche modo è un reggae italiano.

Invece per La ballata del precariato siete fuggiti oltreoceano: c’è una base blues sotto…
Io personalmente ascolto musica blues fin dagli inizi, quindi me l’ero legato al dito di fare ad un certo punto un pezzo come quello e d’altra parte per un testo che parla di schiavitù non c’era musica migliore di quella che nacque tra gli schiavi neri. E’ bello dare alle canzoni un’ambientazione sonora che corrisponda a quanto si dice del testo. Già solo la musica de La ballata del precariato rimanda alla schiavitù, alle catene, come il reggae.

Su questi temi la vostra posizione è esplicita: Lu business cumanna. Ma avete anche delle soluzioni per sfuggire a questo comando?
Dovremmo cominciare tutti a fare meno gli splendidi, a vivere una vita più normale e naturale, prendendo esempio dai nostri nonni che mangiavano meno di noi e stavano anche meglio, invece oggi da una parte c’è chi muore di obesità e dall’altra di fame. Viviamo come i nababbi, ci riempiamo di confort che non ci servono a niente e spendiamo gran parte di quello che guadagniamo in enormi stronzate. Ma per togliere la maschera a tutta quella gentaglia che sta conducendo in rovina questo pianeta, i politici e soprattutto chi ha in mano il petrolio e detiene il vero potere, dovremmo cominciare a cambiare nella vita di tutti i giorni, senza attendere invano una svolta dall’alto. Io mi auguro che verrà un giorno in cui inizieremo davvero a capire che cosa vuol dire condividere, come già succede per certi aspetti su internet. A quel punto potrà succedere, ad esempio, che io e te ci scambiamo la corrente elettrica grazie ai pannelli solari e non dipenderemo più né dall’Enel né dalle compagnie petrolifere né dai politici che ci fanno credere che il problema siano gli immigrati per non lasciarci pensare che in realtà il vero problema sono loro stessi. E a quel punto, uniti, qualcosa potrà davvero cambiare.

Quello dell’unione è un messaggio che comunicate anche tra le righe del disco, vista la quantità di ospiti che ci sono. E questa tendenza a non isolarsi dà i suoi frutti: le collaborazioni con Neffa e con i Morgan Heritage mi sembrano quelle venute meglio. Come sono nate?
Con Neffa ci conosciamo da quando siamo nati artisticamente. Facevamo parte della stessa etichetta agli inizi e ci è capitato di fare date insieme in situazioni assurde, magari in Germania dove si guadagnavano cinquanta mila lire a serata e si dormiva per terra o bisognava trovarsi una fidanzata ogni sera per dormire in un letto. L’anno scorso siamo andati a vederlo a Lecce in concerto e dopo siamo andati a mangiare insieme e lì ha cominciato a concretizzarsi una cosa che volevamo fare da tanto tempo. I Morgan Heritage invece sono venuti dalle nostre parti per un concerto di beneficenza e poi li abbiamo portati in studio. Oltre che dei grandi musicisti e dei grandi tecnici sono anche delle persone magnifiche. Ci hanno incoraggiato su quella strada di cui parlavamo prima. Ma anche tutte le altre collaborazioni del disco per noi sono state molto importanti. I Sud Sound System sono un gruppo che vuole aprirsi agli altri, cerchiamo di portare in giro per il mondo la nostra cultura e vogliamo che si sporchi, che diventi sempre più bastarda, meridionale e libera.


(09/09/2008)

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