Davide Van De Sfroos

Volevo partire da New Orleans,
che è una stupenda canzone (d’amore) sulle assenze, su chi ci ha lasciati.
Quanto è importante, per la tua musica e per la tua vita, la percezione delle
assenze?
Alle assenze rendo la stessa
importanza che do al silenzio per poterlo riempirlo di suoni, la stessa
importanza che do al foglio bianco per poterlo riempire di parole. Di una
canzone, di un romanzo. Se tu guardi bene l’arte è fatta di spazi dove domina
l’assenza. Per poterla riempire hai bisogno di vuoto. Il vuoto lo consideriamo
la mancanza di qualcosa invece altro non è che un contenitore che andiamo a
riempire. Anche l’assenza di una persona, che è dovuta partire oppure che ci ha
lasciato, lascia un vuoto che deve essere colmato e questo non è un male. Forse
il regalo che ci lascia un’assenza è proprio il bisogno di doverla riempire. Nella
canzone New Orleans l’innamorato dice,
nonostante ci sia il diluvio ed il tornado, in questo caso il Katrina, in
arrivo: «ma proprio adesso che tu ci stai, che abbiamo capito che ci amiamo
guarda che dobbiamo scappare». Però è uno scappare insieme e, comunque, la mia canzone
tu l’hai cantata ed ora che conosci il mio nome io ti riporto a New Orleans. Quella
è solo una città, importante per questi innamorati, però è la chiave della
storia e dimostra che la zattera amore può galleggiare anche dentro il disastro
di una grande città. Questa, per me è una canzone d’amore molto potente, dove amore
è scritto a lettere maiuscole rispetto all’ovvietà di parole come «lei è
partita con il treno, non mi parla, non mangia, etc. ».
L’uso della lingua del lago ha fatto ritornare in vita mondi, persone,
storie inaspettate, inusuali, sorprendenti. Non ti sorprendi anche tu quando la
canzone che hai creato è terminata?
Se non fosse così non farei più
questo lavoro perché il bello è proprio nello stupirti, tornando indietro con
la memoria, per comprendere che per scrivere determinate cose dovevo essere in
uno stato di trance e che ero come impossessato da qualcos’altro. Se tutto
fosse compreso in un’equazione, in una materia algebrica, studiata a tavolino
sulla metrica, sulla frase ad effetto io la riconoscerei soltanto come uno
riconosce d’avere costruito una maniglia. Oppure un bottone. La canzone, grazie
a Dio, è quella cosa che ti fa dire «ma chissà che cosa mi è venuto in testa
quando ho detto questa frase qui» ed è la sfida a ritornare indietro per
ricordarti che eri stato colpito da una certa emozione. Quindi la canzone che
diventa una specie di cartina di tornasole per vedere cos’eri, com’eri e cosa
provavi nel momento in cui hai visto o conosciuto una tal situazione oppure una
tal persona. Ti dirò di più: ritrovo a volte degli scritti o delle cose
registrate su cassetta che mi sorprendono e mi domando quando e se le ho
scritte davvero io. E questa è la grandezza del lasciarsi trasportare dall’arte:
sapere che non sei sempre sotto controllo, nemmeno di te stesso. Se uno potesse
registrare i sogni al mattino direbbe che non è possibile l’averne fatti alcuni
davvero strampalati. Invece siamo profondi proprio perché abbiamo in noi questo
baratro nel quale ci perdiamo e su quel confine non ci conosciamo più. Da lì,
da questo buio, tiriamo fuori le cose migliori che abbiamo dentro, non da
quello che è già colorato. E’ come il daimon
socratico che viene a trarre dal nostro profondo le parti più affascinati dell’essere.
Da “Ciundalari” a “Pica!” di tempo ne è passato ma la tua voce, di
stampo soul, ha continuato a scavare nell’animo dei tuoi appassionati
estimatori. Ma quanta e quale differenza esiste, realmente, tra Il fantasma del lac e Retha
Mazur?
All’inizio è chiaro che usavo la
canzone come un messaggio e componevo con la volontà di cantare a voce alta
quello che mi premeva scrivere. Ascoltavo tanta musica, mi ispiravo già a
qualcuno, volontariamente o involontariamente. Così si passava da Bob Marley ai Clash, da De Andrè a Fossati, dagli AC/DC ai Ramones, per cui è chiaro che io, che
ho fatto anche del punk, passavo attraverso tutti questi stili e generi
musicali. Queste esperienze, questi momenti hanno probabilmente forgiato il mio
modo di cantare, hanno creato il mio stile musicale. E’ chiaro che all’inizio
sei impreciso, arrivi poi a scavare e trovi un tuo sound più controllato da una
parte ma anche più naturale. All’inizio sei più orientato sulla potenza ma col
tempo, poi, arrivi a modulare le tue
capacità ed a trovare un sound adeguato. Nel mio caso il sound non è modulato
sulla potenza, sull’estensione, ma sui colori. Ci sono cantanti che hanno
estensione, potenza, come Robert Plant,
Francesco Renga. Abbiamo i suoni
alla Janis Joplin ma poi ci sono
anche le voci di Paolo Conte, De
Andrè, Leonard Cohen, Neil Young che hanno delle voci
inconfondibili. Ed anche tu quando scopri di avere un timbro particolare devi
sforzarti non di scimmiottare altri artisti essere te stesso. Io, per esempio,
potrei imitare al settanta per cento, se volessi, Tom Waits; chiudendomi il naso potrei imitare un po’ Dylan, mentre non potrei mai imitare Neil
Young perché il falsetto non riuscirei mai a farlo, però potrei imitare anche
un po’ Springsteen, se volessi.
Cerco però di rimanere limpido ed essere me stesso e fare quello che faccio con
il mio timbro vocale. Che cosa è cambiato dagli esordi? Probabilmente crescendo
come persona è cresciuto anche il modo di scrivere, di cantare, il tipo di approccio
alla registrazione. Una volta si andava a registrare un disco come un esame di
maturità con degli sconosciuti che ti mettevano in una stanzetta ed in una
giornata dovevi incidere, cercando di sbagliare il meno possibile. Adesso lo
puoi fare a casa tua sottraendo tante cose inutili e con dei buoni microfoni e
dei bravi tecnici, come Alessandro Gioe, per l’album “Akuaduulza”, è stato
possibile raddrizzare ulteriormente il tiro con suoni naturali e diretti.
Ne Il cavaliere senza morte
hai affrontato, in maniera originale, il tema della storia, della cupidigia,
del potere, dell’incapacità dell’uomo nel trovare la felicità, della morte.
Alla fine, dov’è che sbagliamo?
Se io avessi le risposte sarebbe
bello poterne parlare ai popoli. Abbiamo addosso il virus della distruzione,
del potere, della volontà di conquista. Siamo ancora belve, affamati, selvaggi
più di quanto vogliamo far credere. Sicuramente non siamo dei cavernicoli.
Siamo in grado di fare miracoli e l’abbiamo dimostrato con la tecnologia, con
la scienza e con l’umanesimo e l’illuminazione di tanti. Con l’arte e l’ironia,
con l’amore, però ci portiamo dietro un marchio pesante, un segno di male: il
tatuaggio di Caino che fa sì che appena qualcuno raggiunge il potere cerca di
sovrastare gli altri. Non sto parlando solo di grandi sistemi, di guerre tra
nazioni; io parlo delle liti che spesso avvengono nei parcheggi. Noi non siamo
capaci di trovare un’armonia dentro una riunione di condominio, figuriamoci in
un continente, nel mondo. Siamo supponenti, crediamo di essere unici
nell’universo, crediamo di esserci fatti da soli. Crediamo o non crediamo a seconda
di quello che ci passa per la testa e, soprattutto, non accettiamo di diventare
persone di passaggio, come i nativi americani che dicevano che questa terra ci
è stata data in prestito dai nostri figli. E come diceva il vecchietto della
canzone La televisiun siamo stati
capaci di andare sulla luna a prendere un po’ di sassi però non siamo capaci di
smettere di sparare a chi riteniamo diverso. Così come molte volte il diverso
diventa molto scorbutico nei nostri confronti oppure il diversamente abile
finisce per irritarsi per il tuo maldestro tentativo di supportarlo nelle sue
mancanze e l’anziano si arrabbia perché lo fai sentire inutile e superato
mentre il giovane è incazzato nero perché lo tratti da bambino ed il bambino
vorrebbe essere grande ed il grande vorrebbe tornare bambino. Secondo me siamo
tutti alla ricerca della felicità, è la felicità è come un fulmine che arriva all’improvviso,
mentre noi dovremmo concentrarci di più sulla serenità. Sorella minore della
felicità ma non per questo meno efficace. Partire dalla serenità sarebbe
l’autostrada per la felicità.
Noi riteniamo di avere molti bisogni da soddisfare e poi perdiamo di
vista le persone che ci stanno intorno, quelle con cui condividiamo la vita.
Si, e credo che abbiamo anche
perso il contatto con la bellezza. Ci siamo creati dei bisogni, delle rabbie,
delle torture, ci siamo creati delle prigioni da noi stessi. Il dovere avere per
forza delle cose, i rituali patetici come i venerdì sera in autostrada, fare le
code sotto il sole, alla ricerca di uno svago che è poi vissuto male. Ci siamo
inventati dei gingilli che ci distraggono dalla bellezza vera. Ci siamo creati
bellezze artificiali che ci rendono schiavi: senza quel tal telefonino ci
sembra triste la vita, non ti sembra d’essere accettato nel gruppo di amici,
senza quella cosa mio figlio si sentirebbe meno rispetto agli altri. Dovremmo
essere capaci di riprendere in mano i testi dei nativi americani, degli
aborigeni, degli eremiti, per ritornare a capire come poter essere felici in
mezzo alla natura, ricordandoci sempre che il luogo in cui vivi ti contamina,
nel bene e nel male. Però, ciò che ci sta intorno non è spuntato da solo. Non
sono spuntate da sole le case, le strade, i treni. Queste cose sono importanti
per la nostra vita ma, al contempo, è come se ci fosse sfuggito qualcosa ed
abbiamo preso una strada velocissima verso il progresso e la produzione
trascurando completamente i valori dello spirito. La mia sensazione è questa.
La dimensione dello spirito è rimasta appannaggio di pochi mentre quella del
progresso è diventato l’elemento che è sostenuto dalla vita delle masse.
Guccini dice che non le canzoni non si fanno rivoluzioni, però la
musica è uno straordinario medium per evocare grandi forze interiori e per
mantenere alto il senso della memoria. Nel tuo caso quali sono stati gli
artisti che ti hanno aiutato in questi “esercizi”?
Sicuramente Battiato per tutte le citazioni, i rimandi alle cose dello
spirito; sicuramente Bob Dylan per l’essersi ricordato di un grandissimo come Woody Guthrie che ha raccontato l’America dei tempi della grande depressione, e
che è stato sempre capace di vivere la sua dimensione artistica senza
soggiacere la piacere del pubblico. Un artista che rispetto è Vinicio Capossela, capace di scrivere canzoni piene di particolari. Se pensi ad un
album come “Canzoni a manovella” ritrovi stili e storie di epoche lontane e
grazie ai suoni ed alle parole vivi epoche fantomatiche che non sono la nostra.
Come sound, invece, a ricordarmi l’infanzia ascolto moltissimo i Free (ho tutti i loro dischi), i Doors, i Creedence Clearwater Revival, i Led Zeppelin, i Jethro Tull,
perché questi erano i suoni che captavo dai fratelli maggiori dei miei amici quando
ero un ragazzino. Risentire Come together
in the mornig ed altri brani dell’epoca mi dà una grande forza.
Qual era il tuo sogno più importante da bambino e che cosa vorresti si
realizzasse nella tua vita?
Il mio desiderio più grande da
bambino è lo stesso che ho adesso. Ovvero di poter captare, vedere, sperare, in
un aiuto alieno che ci dia una nuova delucidazione sul come riuscire a superare
i problemi della nostra terra perché a volte ho il dubbio che da soli noi non
ne veniamo fuori. L’idea di extraterrestri, di alieni, della percezione di una
fonte di vita extraterrestre mi ha sempre colmato di gioia e di completezza.
Sapere di non essere soli in questo infinito, infinito, infinito è di
straordinario sostegno per la vita quotidiana. Da bambino mi sforzavo, nella
notte, di cercare nel cielo segnali di vita, un Ufo, qualcosa che desse ragione
alle mie speranze. Poi, magari come in “Mars attack!” arrivano incazzosissimi e
ci tritano tutti, che magari è quello che ci meritiamo. Però l’idea
dell’esistenza di culture superiori alla nostra con un dono di quasi semidèi o
dèi stessi che arrivino a darci una nuova speranza, una nuova possibilità è
sempre stato il mio sogno di bambino. Il sogno di una salvatore ipergalattico
forse è una forma di religione, di spiritualità perché il mio cercare Dio,
continuamente, anche fosse un astronauta, probabilmente deriva da questo
desiderio di avere una guida credibile che mi fa guardare oltre a quello che
sappiamo. Poi, il desiderio più grande credo sia la serenità, che come ti
dicevo prima ritengo più importante della felicità.
L’intervista completa a Davide Van De Sfroos sul prossimo numero de
L’Isola che non c’era.