Carlo Fava

Innanzitutto, per coloro che ancora non avessero avuto modo di conoscerti,
come potresti presentarti?
L’ombra, secondo Jung, è la
parte più profonda dell’inconscio; il nostro più profondo desiderio espresso o
inespresso. Le canzoni che scrivo risiedono probabilmente in quel luogo, sono
canzoni d’ombra e nell’ombra. Quindi, per rispondere alla tua domanda, direi
che sono un individuo costretto, ogni tanto, a scrivere e a pubblicare raccolte
di canzoni.
Spira un’aria di forte malinconia nelle liriche e nelle musiche di “Neve”,
un album che mi piace molto e che giudico spiazzante per la sua intensità a
ridosso di momenti difficili. E’ una tua “sensibilità” interiore del momento
oppure proprio frutto dei tempi che stiamo attraversando?
È più che altro un mio desiderio di accostarmi con molta precauzione e con
un po’ d’ironia alla forma del Lied romantico. La melanconia è un concetto di
inaudita vastità; spesso ha a che fare con la quiete, la meditazione, la
ricognizione di vecchi ricordi ed è probabilmente lì che sono andato a parare.
La scelta di una strumentazione così esigua, assolutamente non ridondate,
in sottrazione anziché in addizione, è assolutamente centrata per rendere al
meglio le atmosfere di “Neve”. Come hai costruito questo originale terzetto e
chi sono i tuoi compagni di viaggio musicale?
I miei compagni sono Cesare Picco e Danilo Rossi. Cesare è
uno dei miei pianisti preferiti in assoluto e non lo dico perché è un vecchio
amico. Sapevo di poter “svenire” con fiducia nei suoi arrangiamenti. Volevo che
mi restituisse le mie canzoni filtrate dal suo modo di pensare la musica e il
pianoforte, e così è stato. Danilo Rossi è, nel suo strumento, una vera e
propria star, un fuoriclasse. Ha una carriera da solista intensissima oltre ad
essere prima viola della Scala. Dopo averlo ascoltato, per caso, in concerto,
il quadro del disco si è composto immediatamente nella mia testa.
Nei lavori precedenti le corpose liriche avevano l’ausilio di musiche
altrettanto ricche di spunti. Riallacciandoci alla domanda precedente, la
scelta delle sonorità di “Neve” è una sorta di nuova strada oppure un episodio
assolutamente a se stante che potrebbe, nel futuro lavoro, essere soppiantato
da altre scelte musicali?
Elvis Costello è l’esempio di
come la canzone possa (e debba) essere il contenitore ideale dei generi e delle
passioni. Costello aggredisce e si fa aggredire da molti stili musicali: il
folk, la classica, il punk. Io penso che
sia la voce a dover contenere tutto: il centro, l’idea, il pensiero, il
temperamento. La sua voce è una specie di bussola, di riferimento.
Le liriche dell’album, così come hai abituato i tuoi estimatori (e non
solo), hanno un respiro profondo che non si riduce al mero ascolto ma diventano
elemento di riflessione. Dato che le parole delle tue canzoni le scrivi insieme a Gianluca Martinelli, ci
dai qualche indicazione sulle modalità di costruzione, in copia, delle canzoni?
È celebre la definizione che Zavattini dava del rapporto tra lui e De
Sica: “Siamo come il cappuccino,
non si capisce dove finisce il latte e comincia il caffè”.
Una curiosità: quale
storia si cela dietro Lezioni di tenebre (se così fosse) e come mai la
scelta di una canzone così dark, un po’ alla Nick Cave, per intenderci?
L’idea è
molto semplice: è il tentativo di avvicinarsi al mistero dell’addormentamento.
È il tentativo di fermare quell’istante in cui la pagina del libro che stiamo
leggendo nel nostro letto entra nel nostro sonno. Lezione è da intendersi,
forse, più come lamentazione, preghiera. E le tenebre sono le ombre di cui si
parlava all’inizio.
Credo che
le canzoni dei tuoi album siano assolutamente fruibili sia nell’ambito
domestico che in quello live dove, forse, si comprende ancor di più il senso
delle liriche e delle soluzioni musicali. Nei tuoi prossimi concerti ti
avvarrai del duo con cui hai inciso “Neve” oppure li proporrai con una
formazione più ampia?
Ci saranno
due strade: una più concertistica col trio del disco e una teatrale dove può
succedere di tutto.
Com’è nato quel bellissimo brano che è Un
discorso in generale, che ti ha fatto vincere il Premio della critica a
Sanremo 2006?
Come, sinceramente, non me lo ricordo. Ti posso dire dove: sul naviglio
grande all’altezza del vicolo delle lavandaie. Milano.
Chi è “L’uomo
flessibile”, titolo di un tuo album, e quanto ti rappresenta come uomo e come
artista?
L’uomo flessibile è una canzone che parla
della flessibilità come condizione esistenziale. È il ritratto dell’uomo che si
trova a vivere in quella che Zygmunt Bauman chiama la società fluida. L’uomo
flessibile che ho ritratto mi rappresenta poco: come artista vivo nella più
assoluta indeterminatezza e precarietà. Altro che flessibilità.
Sei considerato uno dei nomi più blasonati e rispettati della canzone
d’autore italiana per la tua versatilità nella scrittura musicale. Come ti senti
in questa veste?
La versatilità è il lato buono della flessibilità.
Il tuo stile musicale, la tua cifra artistica, è spesso paragonato a quella
di Giorgio Gaber: uno stimolo,
un’opportunità oppure un impossibile confronto?
Gaber ha inventato il teatro canzone
e chi decide di confrontarsi con questo genere/stile ha il dovere di
riscriverne un po’ le regole sia sul piano musicale che su quello testuale e
attoriale. Il progetto di “Neve”,
per esempio, potrebbe consentirmi di sviluppare un’idea più onirica di teatro
canzone. Un teatro canzone meno legato all’urgenza dell’attualità.
Quanto
conta Milano nella tua vita e nella tua musica e quali stimoli riesci a darti?
Non so
parlare di Milano, non so teorizzarla, mi sfugge. L’unico che ha capito
qualcosa è Claudio Sanfilippo che ha pubblicato anni fa un disco in
dialetto milanese che contiene alcuni capolavori.
Da tempo
il mondo dell’arte e della discografia in particolare, vive una situazione
difficile in cui, paradossalmente, è più facile incidere e pubblicare un album
ma poi è difficile farlo conoscere, diffonderlo, rendere partecipi altre
persone di una novità “a disposizione”. Partendo dalla prospettiva di una
scuola che non insegna davvero ad amare la musica finendo con i cd scaricati
dalla rete, quali a tuo avviso i punti deboli delle catena e che cosa si
dovrebbe fare per invertire la tendenza?
Aiuto.
Ci ha lasciati una persona importante, non solo per meriti artistici,
qual’era Beppe Quirici. Quale il ricordo più importante che ti porti dentro a seguito
della vostra collaborazione artistica?
Beppe con me rivestiva il
triplo ruolo di padre spirituale, amico e fratello maggiore. Era come un
produttore di progetti musicali deve essere: rigoroso, passionale e incazzato
per come vanno le cose. Se riuscirò a
lasciare un piccolo segno in questo mestiere lo devo solo a lui.