ultime notizie

Rock For Comunità Oklahoma Onlus

"ROCK FOR OKLAHOMA onlus", la solidarita' di una Milano metal. Domenica 20 maggio 2012 al Barrio's in Via Barona angolo Via Boffalora, a Milano, si svolgerà "ROCK FOR OKLAHOMA ...

Carlo Fava

L’ombra e la neve

Carlo Fava è uno di quegli artisti che non riuscirai mai a capire fino in fondo perché, mentre ne stai esplorando un aspetto, lui è già distante, oltre, in altre dimensioni. Il cantautore milanese è un artista a tutto tondo non solo perché ha scelto il mestiere di musicista ma perché è “artista dentro” e tale modalità d’essere lo coinvolge in tutti gli aspetti della vita, anche quella quotidiana. Conversare con lui significa accettare d’essere spiazzati in ogni istante sia dalle sue risposte – che aprono spazi di riflessione travalicanti il mero fatto musicale – sia per la sua essenzialità – che ti induce a ripensare alle modalità di un vissuto sempre gridato, ostentato e mai riflessivo, ovattato, riservato. Insieme con il fido collaboratore alle liriche, Gianluca Martinelli, ed i bravi musicisti Danilo Rossi (viola) e Cesare Picco, (pianoforte) ha pubblicato il suo nuovo album, Neve, da cui partiamo per questa intervista.


Innanzitutto, per coloro che ancora non avessero avuto modo di conoscerti, come potresti presentarti?

L’ombra, secondo Jung, è la parte più profonda dell’inconscio; il nostro più profondo desiderio espresso o inespresso. Le canzoni che scrivo risiedono probabilmente in quel luogo, sono canzoni d’ombra e nell’ombra. Quindi, per rispondere alla tua domanda, direi che sono un individuo costretto, ogni tanto, a scrivere e a pubblicare raccolte di canzoni.

Spira un’aria di forte malinconia nelle liriche e nelle musiche di “Neve”, un album che mi piace molto e che giudico spiazzante per la sua intensità a ridosso di momenti difficili. E’ una tua “sensibilità” interiore del momento oppure proprio frutto dei tempi che stiamo attraversando?
È più che altro un mio desiderio di accostarmi con molta precauzione e con un po’ d’ironia alla forma del Lied romantico. La melanconia è un concetto di inaudita vastità; spesso ha a che fare con la quiete, la meditazione, la ricognizione di vecchi ricordi ed è probabilmente lì che sono andato a parare.

La scelta di una strumentazione così esigua, assolutamente non ridondate, in sottrazione anziché in addizione, è assolutamente centrata per rendere al meglio le atmosfere di “Neve”. Come hai costruito questo originale terzetto e chi sono i tuoi compagni di viaggio musicale?
I miei compagni sono Cesare Picco e Danilo Rossi. Cesare è uno dei miei pianisti preferiti in assoluto e non lo dico perché è un vecchio amico. Sapevo di poter “svenire” con fiducia nei suoi arrangiamenti. Volevo che mi restituisse le mie canzoni filtrate dal suo modo di pensare la musica e il pianoforte, e così è stato. Danilo Rossi è, nel suo strumento, una vera e propria star, un fuoriclasse. Ha una carriera da solista intensissima oltre ad essere prima viola della Scala. Dopo averlo ascoltato, per caso, in concerto, il quadro del disco si è composto immediatamente nella mia testa.

Nei lavori precedenti le corpose liriche avevano l’ausilio di musiche altrettanto ricche di spunti. Riallacciandoci alla domanda precedente, la scelta delle sonorità di “Neve” è una sorta di nuova strada oppure un episodio assolutamente a se stante che potrebbe, nel futuro lavoro, essere soppiantato da altre scelte musicali?
Elvis Costello
è l’esempio di come la canzone possa (e debba) essere il contenitore ideale dei generi e delle passioni. Costello aggredisce e si fa aggredire da molti stili musicali: il folk, la classica, il punk.  Io penso che sia la voce a dover contenere tutto: il centro, l’idea, il pensiero, il temperamento. La sua voce è una specie di bussola, di riferimento.

Le liriche dell’album, così come hai abituato i tuoi estimatori (e non solo), hanno un respiro profondo che non si riduce al mero ascolto ma diventano elemento di riflessione. Dato che le parole delle tue canzoni le scrivi insieme a Gianluca Martinelli, ci dai qualche indicazione sulle modalità di costruzione, in copia, delle canzoni?
È celebre la definizione che Zavattini dava del rapporto tra lui e De Sica: “Siamo come il cappuccino, non si capisce dove finisce il latte e comincia il caffè”.

Una curiosità: quale storia si cela dietro Lezioni di tenebre (se così fosse) e come mai la scelta di una canzone così dark, un po’ alla Nick Cave, per intenderci?
L’idea è molto semplice: è il tentativo di avvicinarsi al mistero dell’addormentamento. È il tentativo di fermare quell’istante in cui la pagina del libro che stiamo leggendo nel nostro letto entra nel nostro sonno. Lezione è da intendersi, forse, più come lamentazione, preghiera. E le tenebre sono le ombre di cui si parlava all’inizio.

Credo che le canzoni dei tuoi album siano assolutamente fruibili sia nell’ambito domestico che in quello live dove, forse, si comprende ancor di più il senso delle liriche e delle soluzioni musicali. Nei tuoi prossimi concerti ti avvarrai del duo con cui hai inciso “Neve” oppure li proporrai con una formazione più ampia? 
Ci saranno due strade: una più concertistica col trio del disco e una teatrale dove può succedere di tutto.    

Com’è nato quel bellissimo brano che è Un discorso in generale, che ti ha fatto vincere il Premio della critica a Sanremo 2006?
Come, sinceramente, non me lo ricordo. Ti posso dire dove: sul naviglio grande all’altezza del vicolo delle lavandaie. Milano.

Chi è “L’uomo flessibile”, titolo di un tuo album, e quanto ti rappresenta come uomo e come artista? 
L’uomo flessibile
è una canzone che parla della flessibilità come condizione esistenziale. È il ritratto dell’uomo che si trova a vivere in quella che Zygmunt Bauman chiama la società fluida. L’uomo flessibile che ho ritratto mi rappresenta poco: come artista vivo nella più assoluta indeterminatezza e precarietà. Altro che flessibilità.

Sei considerato uno dei nomi più blasonati e rispettati della canzone d’autore italiana per la tua versatilità nella scrittura musicale. Come ti senti in questa veste?
La versatilità è il lato buono della flessibilità.

Il tuo stile musicale, la tua cifra artistica, è spesso paragonato a quella di Giorgio Gaber: uno stimolo, un’opportunità oppure un impossibile confronto?
Gaber
ha inventato il teatro canzone e chi decide di confrontarsi con questo genere/stile ha il dovere di riscriverne un po’ le regole sia sul piano musicale che su quello testuale e attoriale. Il progetto di “Neve”, per esempio, potrebbe consentirmi di sviluppare un’idea più onirica di teatro canzone. Un teatro canzone meno legato all’urgenza dell’attualità.

Quanto conta Milano nella tua vita e nella tua musica e quali stimoli riesci a darti?

Non so parlare di Milano, non so teorizzarla, mi sfugge. L’unico che ha capito qualcosa è Claudio Sanfilippo che ha pubblicato anni fa un disco in dialetto milanese che contiene alcuni capolavori.

Da tempo il mondo dell’arte e della discografia in particolare, vive una situazione difficile in cui, paradossalmente, è più facile incidere e pubblicare un album ma poi è difficile farlo conoscere, diffonderlo, rendere partecipi altre persone di una novità “a disposizione”. Partendo dalla prospettiva di una scuola che non insegna davvero ad amare la musica finendo con i cd scaricati dalla rete, quali a tuo avviso i punti deboli delle catena e che cosa si dovrebbe fare per invertire la tendenza?  
Aiuto.

Ci ha lasciati una persona importante, non solo per meriti artistici, qual’era Beppe Quirici. Quale il ricordo più importante che ti porti dentro a seguito della vostra collaborazione artistica?
Beppe
con me rivestiva il triplo ruolo di padre spirituale, amico e fratello maggiore. Era come un produttore di progetti musicali deve essere: rigoroso, passionale e incazzato per come vanno le cose.  Se riuscirò a lasciare un piccolo segno in questo mestiere lo devo solo a lui.



(22/06/2009)

Share |

0 commenti


Iscriviti al sito o accedi per inserire un commento


Altri articoli su Carlo Fava

Altri articoli di Rosario Pantaleo