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Marco Stella: online il nuovo singolo

È uscito da qualche settimana sui principali digital store e piattaforme streaming il nuovo singolo del cantautore ligure Marco Stella.  Il tempo e il desiderio è una garbata ballata che ben sintetizza ...

Alfredo Franchini e Ottavia Pojaghi Bettoni

Vedere il mondo di oggi, con gli occhi di ieri

‘Questi i sogni che non fanno svegliare’ (Arcana Editore), non è l'ennesimo libro su Fabrizio De André, ma una narrazione approfondita intorno a Storia di un impiegato, il concept album del 1973 dai temi ancora attualissimi, affrontati in maniera disinvolta, spregiudicata, allegorica, che farà piacere sfogliare a chi, in quel periodo, viveva la sua frizzante adolescenza. Vengono rimarcati così i tratti della poetica di De André nella rivisitazione di tale romanzo musicale da parte di suo figlio Cristiano, che lo rappresenterà dal vivo in questo 2019 (in fondo all'articolo uno scorcio del palco nella data al Carlo Felice di Genova e alcuni momenti di una presentazione in libreria). Lo hanno firmato Alfredo Franchini ed Ottavia Pojaghi Bettoni, che ce ne hanno parlato con trasporto: “La particolarità di questo disco-ribadisce Franchini- è che ha una precisa ispirazione nella rivolta del Sessantotto, nel sogno di cambiare il mondo finito in un incubo, sia pure sempre non trascurando l’aspetto umano del protagonista, l’impiegato che, se guardiamo bene, non è altro che uno dei tanti emarginati: una delle anime salve cantate da Fabrizio.

La necessità di scriverne, a parte l’attualità del messaggio che si può riassumere nel verso “Non ci sono poteri buoni”, è scaturita dall’urgenza manifestata da Cristiano di farne un’Opera rock nella quale il colore della musica è dato dalla commistione di elettronica con la strumentistica acustica. Con Fabrizio non si finisce mai di meravigliarsi e stupirsi. Una volta Mauro Pagani paragonò le opere di Fabrizio a quelle dei pittori impressionisti ed io mi trovo perfettamente d'accordo: se tu guardi uno di quei capolavori, puoi cogliere la bellezza dell’insieme, l’armonia. Poi prendi una lente d’ingrandimento e la punti magari su un albero e ti accorgi che su un ramo c’è un uccellino perfettamente disegnato. Ecco lo stesso accade ogni volta che riascolti uno dei suoi dischi. Fabrizio non era solo un poeta ma anche un grande musicista".

Quale fra i tanti episodi vissuti hai piacere di condividere e come e se si è modificato nel tempo il ricordo che tu hai di lui?
AF: Gli episodi sono molteplici perché Fabrizio era davvero interessato alle persone. Mi piace ricordare che quando avevo una ventina d’anni ed entrai in crisi con la mia ragazza lo chiamai al telefono fisso che aveva nella casa presa in affitto a Tempio perché L’Agnata era ancora in costruzione. Alludendo alla sua separazione dalla moglie gli dissi: “Forse sto attraversando una crisi che anche tu hai attraversato”. Mi rispose prontissimo: “Ho attraversato tante di quelle crisi che sicuramente la tua coinciderà con una delle mie; vieni a Tempio e ne parliamo”. Lui aveva già scritto capolavori come “Tutti morimmo a stento”, “Non al denaro non all’amore né al cielo”, “La buona novella”, ma si metteva sullo stesso piano con me che ero uno studentello. Il mio ricordo non si è modificato nel tempo perché lui è rimasto sempre lo stesso con una coerenza ferrea nella vita e nell’arte.

Se Franchini è un profondo conoscitore della parabola umana ed artistica dei De André (conobbe Fabrizio a metà degli anni'70), Ottavia Pojaghi Bettoni è invece una giovane poetessa e scrittrice che ha seguito da vicino gli ultimi progetti di Cristiano: del libro ha firmato la densa postfazione, con parole acuminate che evidenziano un'aurea sensibilità. Nelle sue parole armonia e ritmo sono fattori coinvolgenti. Rappresentano la conferma di come l'ascendente di Fabrizio, fra le nuove generazioni, continui ad essere palpitante e profondo: “Alcuni giovani sono portatori di una misteriosa memoria genetica - ribadisce con garbo - sembrano essere perfettamente coscienti di ciò che accadde e delle realtà che furono messe in gioco. Esistono poi i giovani che vogliono avvicinarcisi. Sentivo profondamente che “Storia di un impiegato” necessitasse di un linguaggio più chiaro ai giovani: una finestra attraverso la quale vedere il mondo di oggi, con gli occhi di ieri. Quel ieri prezioso, che è stato proprio quel periodo. Il libro nasce da un’idea tanto sentimentale come questa. Si svilupperà, poi, come uno strumento di sostegno alla comprensione integrale dell’Opera".

Gli anni '70, rappresentarono un periodo irripetibile per la vita ed i costumi non solo del nostro paese: colpisce l'interesse verso un'atmosfera che, vista la tua giovane età, ti hanno solo potuto raccontare... qual è allora la tua impressione e cosa pensi che manchi ai giorni nostri di quel periodo ruggente?
OPB: Di quel periodo credo manchi sostanzialmente il motore. Abbiamo le macchine, ma sono depotenziate. La nostra armatura è la stessa: ci vestiamo alla moda, compriamo beni, indossiamo gioielli. Ma cosa muove i nostri passi? Cosa ci chiediamo quando aspettiamo al semaforo? E se abbiamo un’ora di tempo, per che cosa la dedichiamo? Prima di andare a dormire, sperimentiamo oppure no, la solitudine sana per fare un bilancio della nostra giornata, del nostro divenire? Mi spaventa molto questo ossessivo correre “a destra e sinistra” senza però sapere perché e con quale obiettivo. Mi spaventano le persone annoiate. C’è così tanto da fare! Ma parlo di “fare” vero e non del verbo agire. Fare e agire sono due cose profondamente diverse che però molti di noi confondono. Il Mondo è lontano, molto lontano da essere quello che dovrebbe e potrebbe essere, se solo ci fossimo un po’ più impegnati a conoscere la Storia. Non siamo, è evidente, ancora vaccinati e protetti dagli abusi del potere, soprattutto perché non li riconosciamo. Anche questo mi spaventa. Mi rattrista sapere che molti semplicemente non concepiscono ciò che esisteva prima di loro. Sì, è vero, l’atmosfera di quegli anni è proprio quella in cui avrei voluto trovarmi io. Mi manca, ne sento la nostalgia, pur non avendola conosciuta.

Chi o che cosa ti ha fatto venire voglia di scrivere? Perché non ti sei limitata solo a leggere?
OPB: Boileau diceva: “Amate la ragione”, Musset: “Non ragionate!” Ecco, ragionevolmente, sarebbe una scelta decisamente più saggia quella di rimanere lettori. Mi domando ancora spesso quando e come mai, personalmente io abbia scelto di non ragionare… Le parole? Sono la mia fede. Le parole ci permettono di elevarci, di raggiungere lo Stato dell’Io più nobile ed autentico: di gran lunga più di quanto non ci venga reso possibile con le azioni. Le parole vanno professate, coltivate: è una religione che contempla solo la pratica. Senza la pratica, le parole non esistono. Ho iniziato ad apprezzare questo meraviglioso mondo che è il linguaggio sin da bambina. Scrivevo molto e leggevo, ancor di più. Poi, un giorno, ho iniziato a dedicarmici davvero, come ci si dedica alle proprie pulsazioni quando si è agitati, come ci si dedica ad un bambino appena nato, al primo fiore di primavera. Mi sono avvicinata alla poesia perché la ritengo la forma d’Arte suprema: breve, concisa, difficile. Criptica, spesso. Eppure, sempre e al di sopra di tutto: immediata. Il nettare dell’intelletto che diventa magia. E per chi non ha tempo, non regala scuse. Si può leggere velocemente. Certo è che assorbirne l’atmosfera, renderla propria e ancor più onorarla, poi, è un’altra cosa…

Incontro tra canzone d’autore e poesia, si può fare?
OPB: È difficile separare due sorelle così unite da una rispettiva gelosia positiva. La Musica consola, la Poesia è più capricciosa. Ma dubito possa esistere un capriccio senza che ci sia qualcuno ad alimentarlo, e per questo ritengo che entrambe, a pari merito, abbiano la stessa colpa, o se vogliamo, la stessa meravigliosa responsabilità. Esistere con l’una, non esistere senza l’altra. Cosa potrebbe mai esserci di sensato nel dividere la parola dalla musica? Renderle due rivali sospettose, isolate ed isolanti: questo forse è il delitto di chi compie l’utilizzo dell’una, senza rendere onore all’altra. Questo è il delitto di chi non sostiene la reciprocità genuina, indispensabile del suono e del linguaggio - che come due sorelle, hanno lo stesso sangue, e spesso, dunque, anche simili difetti.

De André oggi gode di un consenso unanime, anzi sembra diventato soprattutto nei confronti delle nuove generazioni, un’icona pacifista alla stregua di Gandhi e Martin Luther King, secondo te ne sarebbe contento?
AF: Di primo impatto ti dico che non sarebbe contento. Lui scrisse La cattiva strada per mettere in guardia le persone dal seguire i capi carismatici perché mi spiegò: se segui Gesù va bene, ma se segui un dittatore no. È anche vero, però, che tutta la sua vita è stata caratterizzata da una grande ansia di giustizia e di orrore verso l’ingiustizia e per questo mi pare importante che vengano ascoltate le sue canzoni. In ogni caso era contro il culto della personalità.

Nelle parole di chi te lo ha descritto, nelle sue canzoni o meglio nelle sue parole, come si è delineata nella tua immaginazione la figura di Fabrizio De André?
OPB: Credo che Fabrizio fosse innanzitutto un grande idealista. Dietro le grandi rabbie si nascondono grandi delusioni, e di delusioni, nel mondo, Fabrizio ne subiva tante. Utilizzo il termine ‘subiva’ perché credo che quando ci sia un livello di interconnessione tale tra l’Io profondo e il Mondo, ciò che è esterno e ciò che è interno si fonde, cancella le distanze. Tutto è vissuto in prima persona. Il Mondo era dentro Fabrizio, e Fabrizio si sentiva parte del Mondo. Credo quindi in una sensibilità fuori dal comune, una sorta di veggenza, per certi aspetti anche difficile da gestire. La sua espressività nasce tutta da qui. Oggi, studiandone i testi, vedo di lui l’impegno, l’ossessione positiva che manca alla nostra generazione. Lo vedo portatore di un virus buono: quello della conoscenza e dell’inevitabilità dell’amore per lo studio.

Oggi che storie racconterebbe? Si sentirebbe a disagio in questo nostro più che mai dilaniato paese?
AF: Se ascoltiamo i suoi dischi ci accorgiamo che Fabrizio ci parla anche di questi giorni. Le sue canzoni sono universali, non sono mai legate alla cronaca: persino “Storia di un impiegato” che pure si riferisce al Sessantotto, è un lavoro di estrema attualità. Fabrizio ha sempre avuto il dono di anticipare i tempi: nel 1967 scrisse Cantico dei drogati quando noi ragazzi ancora non sapevano che cosa fosse la droga. E non era passato un anno dalla caduta del Muro di Berlino quando, nel disco Nuvole, cantò La Domenica delle salme: mentre noi brindavamo alla caduta del Muro lui ci parlava di una pace terrificante.

E tu Ottavia invece che sensazione hai?
OPB: So che Fabrizio era molto legato agli aspetti della vita contadina, del contatto genuino con la terra, e perciò ai ricordi dei suoi primi anni, nella Cascina dell’Orto, a Revignano d’Asti. Di queste stesse emozioni che la terra ci indica, avrebbe, credo, con il tempo goduto di più. Tra le tante cose, avrebbe, ad esempio, contrastato l’attuale predisposizione alla mortificazione della natura, l’andare del materialismo a discapito delle colline, delle piccole produzioni agricole, delle leggi e dei codici semplici che risiedono nei luoghi ancora incontaminati. So che, dopo “Anime salve”, avrebbe lavorato molto ancora anche con Cristiano. Ad ogni modo, credo che lasciare l’impellenza delle parole non sarebbe mai rientrato nei suoi piani e avrebbe perciò, forse anche sperimentando, continuato a dare al mondo la sua innata voce di libertà. Proprio quella voce che a noi giovani (non credo per pigrizia ma per negative e castranti circostanze), troppo spesso ancora manca di tono.

Hai mai avuto la sensazione che, oltre che fragile e geniale, De André sia stato un amico anche un po’ scomodo, per via del suo impatto sulle vite degli altri?
AF: Chiunque abbia conosciuto De André lo porta nel cuore per sempre perché partecipava ai problemi degli altri, li faceva suoi, ricordava tutto a distanza di anni. E senza volerlo ti insegnava di tutto come un Socrate del 1900. Questo certamente è stato impattante sulle vite altrui, tanto è vero che tutti noi che l’abbiamo conosciuto siamo stati segnati, ce lo portiamo dentro.

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