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Gabriella Martinelli

Mettiamo le mani sul mondo

  A volte ricominciare da zero, o da capo, può essere frustrante. Altre volte, invece, può suonare come una liberazione o una rivoluzione. In mezzo ai due estremi ci siamo noi, spinti a scegliere continuamente cosa essere e come apparire, cosa costruire o cosa ri-costruire, sospesi tra la rassegnazione e il sollievo. Per un motivo o per un altro, ci siamo trovati tutti a dover pronunciare il nostro «cominciamo da capo tutto», magari con l’intonazione di Luca Cupiello alla fine del primo atto di quella celebre pièce di Eduardo.
Dopo la solidità acquisita dall’esperienza del secondo disco “La pancia è un cervello col buco” e dal giro di palio al Festival di Sanremo, anche Gabriella Martinelli ha scritto il ‘suo’ Tutto daccapo. Un album (il terzo) che è un misto di grinta e risa, è un inno alla fluidità, un invito a una percezione più serena di sé. E noi l’abbiamo incontrata per farci raccontare com’è stato, per lei, fare tutto daccapo.
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Il progetto ti mette al centro di una produzione molto diversa rispetto all’ultima uscita. Quali necessità espressive l’hanno mossa?
Ogni disco è figlio di un suo periodo, ha a che fare con l’evoluzione naturale delle cose. Per fortuna nessuno di noi è completamente identico a come era anni fa, ci arricchiamo sempre di nuove esperienze e di influenze. Trovo sia necessario imparare costantemente ad andare oltre, a indagare, sperimentare, non smettere di studiare, e prendersi anche qualche rischio. È quello che ho fatto in questi anni. Sono una persona curiosa, cerco di abbracciare la complessità che è intorno a me e di capirla più che posso, traducendola in musica. Nei miei dischi precedenti mi ero divertita a disegnare dei personaggi più “fumettistici”, spesso incontrati durante i miei viaggi o nei libri.
Tutto daccapo” invece è nato durante il lockdown e di sicuro il fatto di essere stata, come tutti, più in contatto con il pensiero, mi ha portata a interrogarmi molto su quello che mi circonda e quello che sento dentro di me. L’ho fatto senza pormi limiti. È un lavoro artigianale frutto di grande ricerca, di appunti, di note vocali, di fogli accartocciati in giro per casa e di riflessioni generazionali. Ho lasciato che ogni canzone avesse il suo vestito per raccontarne l’autenticità, come a voler dipingere piccoli corti cinematografici, aprendo delle finestre sulla vita di tutti i giorni. Musicalmente sono andata alla ricerca di un sound più esplosivo, spinta dal desiderio di comunicare forza. È un disco molto fluido, ci sono i miei ascolti variegati.

Quali sono stati gli ascolti di riferimento di questo disco?
Ho ascoltato tantissima musica prima e durante la composizione di questo progetto, ho fatto scorpacciate di qualsiasi genere e anche questo, sicuramente, ha contribuito alla multiformità del sound del disco. Tra i principali artisti che mi hanno influenzata ci sono sicuramente St. Vincent, i Muse, i Talking Heads, Meg Myers, Marley, Bowie. Tornano anche i cantautori da cui cerco di trarre continuamente insegnamento. Lucio Dalla è un artista di cui non posso mai fare a meno, un esempio formidabile di sana follia e versatilità.

‘Ci vorrebbe una rivoluzione’, canti in Culi di gomma. Questo disco è la tua rivoluzione?
Fare musica ogni giorno con entusiasmo è la mia rivoluzione. Condividere con gli altri i miei sogni è per me un grande atto di libertà e aver avuto la possibilità di pubblicare un disco in un momento molto difficile come quello che stiamo vivendo mi fa sentire una privilegiata. Sono tempi incerti per il mondo della musica e speriamo di uscirne alla grande quanto prima. In questo disco parlo di amore non convenzionale, della necessità di abbattere stereotipi di genere. È un album che fugge dalle definizioni ma che non ha paura di prendere posizioni. Lanciare dei messaggi di fiducia che possano aiutare a riconoscersi in una visione migliore della società è sicuramente la rivoluzione culturale più grande a cui mi piace contribuire. 

Dal punto di vista della scrittura hai trovato più leggerezza e più immediatezza rispetto ad alcuni episodi dei dischi precedenti. In che modo è rimasta la parte più introspettiva della tua poetica?
Tutto daccapo” è un disco introspettivo, in cui mi sono guardata dentro tantissimo e ho cercato di farlo con coraggio e al meglio delle mie possibilità. Il lockdown per me è stato un periodo di ricostruzione. Mi sono presa il mio tempo. L’ho fatto mettendomi a nudo, senza girare troppo attorno ai concetti, usando a volte anche parole dure, forse scomode. E ho evitato qualsiasi manierismo, per arrivare dritta all’ascoltatore. A chi era affezionato ai miei dischi precedenti (in modo particolare a “La pancia è un cervello col buco”) forse mancherà un po’ la dimensione onirica di alcune canzoni, ma l’anima è la stessa.

La leggerezza è sottovalutata?
Dipende da cosa s’intende per Leggerezza. È una parola che può essere letta in senso positivo o negativo. Anche qui è una questione di sfumature. Nella sua accezione negativa è sinonimo di pressappochismo, vanità, futilità, imprudenza. Io preferisco la visione positiva di Italo Calvino che diceva: “Prendete la vita con leggerezza, che leggerezza non è superficialità, ma planare sulle cose dall’alto, non avere macigni sul cuore.” Ce n’è anche un’altra molto bella di Gramellini: “La leggerezza non è parente della superficialità, a differenza di quanto sostengono i superficiali che scambiano la pesantezza per profondità di pensiero”.

 

I dischi sono sempre atti di coraggio, soprattutto quando esprimono un movimento significativo e totale da parte dell’artista. Ci sono rischi che hai calcolato o considerato nella scrittura e nella pubblicazione di questo album?
Mi preoccupo di proporre musica al massimo delle mie capacità, mettendomi spesso in discussione e preoccupandomi poco delle dinamiche complesse di questo ambiente, vado dritta per la mia strada. Metto in conto che quello che faccio potrebbe non piacere a qualcuno e al contrario avvicinare qualcun altro, è giusto che sia così. Le canzoni non arrivano a tutti allo stesso modo. Personalmente non mi sono mai preoccupata di fare musica destinata a grandi successi o a una popolarità inferiore, di nicchia. Scrivo e pubblico musica quando sento di dover dire delle cose e quando so di poterci investire tutte le energie che richiede.

Nel disco rifletti sul tempo, presente o futuro che sia, e sembra venire fuori l’ipotesi che il tempo possa essere una potenza anziché una schiavitù. Allora dove vanno a finire le ore?
Le ore finiscono dove prendono forma nuove possibilità. Dovremmo vivere il nostro tempo facendo quello che ci piace, da coraggiosi e da curiosi.

Le città cambiano. “La pancia è un cervello col buco” era un disco romanocentrico dal punto di vista delle suggestioni, mentre in alcune canzoni del tuo primo album, “Ricordati di essere felice” c’erano le capitali internazionali. Però c’è un luogo a cui torni sempre, la Puglia. Questa volta, però, la racconti in modo diverso, e assieme a una voce amica.
Sì, la mia terra questa volta torna nella collaborazione con Erica Mou, anche lei pugliese (qui sotto nella foto). Con la sua vocalità delicata e affascinante ha dato un valore aggiunto a Un’altra carezza, brano che cantiamo insieme e che ci vede vicine nell’idea di perderci nel mondo. Erica, come me, ha forti le sue radici ma vive ovunque. Ci accomuna la ricerca continua di nuovi stimoli, lo facciamo per migliorarci ma anche perché ci piace rischiare. 

 

Un tema del disco è l’invito ad andare oltre le etichette di genere, sia a livello identitario sia a livello musicale.
Vero, infatti non amo le classificazioni di genere, nella vita cosi come nella musica. Siamo fatti di sfumature e trovo sia bellissimo sottolinearlo. L’attitudine musicale che mi assomiglia di più ha a che fare con il rock ma in quello che scrivo e canto ci sono influenze che arrivano da vari mondi. Anni fa presi parte a un progetto che si chiamava ‘Come to my home’, in Africa, e che vedeva artisti provenienti da tutto il mondo incontrarsi nella composizione di brani senza forma né definizione. In quell’occasione ho imparato che non c’è cosa più bella della diversità e che non c’è limite alla contaminazione.

‘Mai starò seduta aspettando che la corrente mi tiri a fondo’, dal ritornello di Pesci. Può essere un grido generazionale?
In un certo senso sì. Sono figlia di tempi faticosi e incerti, di una generazione precaria ma che si dà tanto da fare e che non vuole rimanere in silenzio. È una generazione che non ha paura di dire la sua, nuotando spesso anche controcorrente. Pesci è un brano che nasce con l’intento di offrire riparo: quando il mondo crolla e anche i sogni sembrano annegare, la musica c’è.

In cosa ha fiducia la Gabriella Martinelli di “Tutto daccapo”?
Ho fiducia nel bello, nel cambiamento, nella determinazione e nella condivisione. Sono spinta dall’urgenza di guardare al futuro con prospettive e speranza. “Tutto daccapo” è un invito a non avere paura di voltare pagina e a imparare a vivere da visionari ogni giorno con le mani sul mondo. È il corpo che accoglie e subisce cambiamenti, che si riconosce negli occhi degli altri, che impara a stupirsi senza farsi troppe domande.

Non avere paura di fare, di dire, di andare, di tornare, di prendere e lasciare, di pensare. Potrebbero sembrare versi contenuti nel nuovo album e invece fanno parte della title track del tuo primo disco. Cosa è cambiato da quella canzone, da quel disco, a Si può essere felici, seconda traccia di “Tutto daccapo”?
Forse solo un po’ l’architettura, l’energia è la stessa. Si può essere felici resistendo, vivendo da consapevoli e non da invisibili.

 

Al di là della traccia-demo che chiude il disco e della filosofia che hai raccolto da lui, c’è un aneddoto particolare che ti legherà sempre a Erriquez?
Purtroppo i nostri incontri sono avvenuti sempre online, attraverso uno schermo, causa pandemia, ma ogni momento trascorso insieme mi ha lasciato ricordi indelebili. Erriquez (qui nella foto), anima libera e artista sensibile, mi ha insegnato che si può guardare il mondo con il naso all’insù. Si può essere felici è un inno alla serenità e lui ci teneva che io lo condividessi con il resto del mondo.

Il tema di Culi di gomma è sempre attuale ma lo è stato soprattutto negli ultimi due anni, in cui magari ci siamo sentiti di più grazie alla tecnologia ma, forse, non ci siamo detti niente.
È proprio così. Le piattaforme digitali hanno aiutato ad accorciare le distanze ma hanno allungato le illusioni. Costruiamo relazioni “surreali” falsate dagli algoritmi e dai filtri. In Culi di gomma emerge questo lato oscuro della società, incastrata nelle abitudini e spaventata dalla verità.

Brunori SAS una volta ha scritto che l’amore è un colpo di pistola. La tua In trappola su quale tema riflette?
Se non ricordo male, Brunori nella sua Un colpo di pistola raccontava di un amore malato fra una donna e un maniaco che la tormentava. Brano bellissimo e super interessante perché raccontato dal punto di vista del mostro. Io invece nella mia In trappola ho giocato sulla carnalità raccontando un vero e proprio atto sessuale, la malattia intesa come dipendenza dal piacere. E con la pistola ho citato il famoso grilletto dei Beatles in Happiness Is a Warm Gun.

 

Il disco è stato anticipato da una lunga serie di foto che hanno lanciato, in maniera progressiva, una delle novità più evidenti del nuovo progetto, il look. Qual è stata la tua iconografia di riferimento?
Mi sono rifatta agli artisti che amo di più, come Bowie e St.Vincent, anche nella visione estetica del mio progetto. Adoro giocare con la teatralità del mio corpo e ho intrapreso da poco una collaborazione con una stilista di Firenze che realizza per me delle curiose gorgiere, grandi colli circolari che si rifanno all’età Elisabettiana.

Quanto e in che modo ha influito la tua passione per la pittura sui colori di questo disco?
Moltissimo. Intendo la musica come arte globale aperta alla fusione con altre forme d’arte. Per me scompare ogni confine nella cultura. Pittura e musica hanno molto in comune: posso impiegare intere giornate sullo stesso dipinto o metterci solo mezz’ora, esattamente come mi succede quando scrivo canzoni.  E poi i quadri, come la musica, hanno vita infinita. Dentro c’è il mondo intero e ognuno può vederci quello che vuole.

Cosa è arrivato prima, l’evoluzione a livello di arrangiamenti o il cambio radicale a livello estetico?
Sono uno la conseguenza e il prolungamento dell’altro. Parlare con il look non esclude di farlo anche con la musica e viceversa. La musica è comunicazione, un linguaggio universale che arriva alla gente in mille modi diversi, anche con gli abiti e i capelli. Ci sono artisti che hanno fatto la storia anche per i loro costumi, diventando punto di riferimento di intere generazioni, come i Beatles, i Queen, lo stesso Bowie che citavo prima.

Una curiosità linguistica, filologica. Premesso che l’uso batte la norma, come sei arrivata alla scelta della forma “daccapo”? C’è stato un momento in cui è stata in ballo anche “da capo”?
Come sai sono corrette e in uso entrambe le forme. Alla fine ho scelto “daccapo” perché “Tutto Da Capo” poteva essere frainteso con il “Fare tutto da direttore dei lavori, da boss, da capocciona insomma” (sorride, ndr) e invece questo disco è il risultato di un grande lavoro di squadra con i miei musicisti, i produttori, il mio manager e gli artisti che hanno dato il loro contributo.

per le foto di Gabriella Martinelli si ringraziano Enrico Luoni, Edoardo Conforti, mentre quelle di Erica Mou ed Erriquez sono prese dai rispettivi social ufficiali


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