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Missincat

Milano Berlino andata e ritorno

Un primo album scritto da sola grazie al quale ha aperto i concerti di Amy Winehouse. Caterina Barbieri, in arte Missincat, ha realizzato il sogno che molti musicisti in Italia hanno: avere successo all’estero. Abbiamo incontrato Caterina durante uno dei suoi ultimi giorni a Milano durante i quali ha promosso “Back on my feet”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Da Caterina Barbieri a Missincat. Come ci si arriva?

Usare il mio nome e cognome per un progetto era improponibile: canto io, scrivo i pezzi io, li suono io… metterci anche il nome e cognome mi sembrava un po’ troppo, quindi ho voluto cercarmi uno pseudonimo. C’è dentro Cat che è il mio nome, Missincat mi piaceva come suonava.

 

Però è un po’ come non volersi scoprire, come crearsi una maschera.

Le cose che faccio sono talmente personali che neanche se andassi in giro con la maschera di Batman servirebbe (ride).

 

Parliamo del disco: com’è nato, in quanto tempo hai scritto le canzoni, cosa ti ha portato alla scelta di suoni così scarni?

Le canzoni le ho scritte tutte piuttosto di getto. Prima scrivevo per la band con cui suonavo, e poi ho iniziato a scrivere pezzi che ho tenuto da parte per me. Queste canzoni le ho scritte nell’arco di un anno. Avevo più o meno quindici pezzi e pensavo “Ecco adesso è il momento il cui voglio andare in studio”. Avevo questi pezzi, li avevo suonati un po’ dal vivo, avevo in testa come me li sarei immaginati. Venendo dall’esperienza di suonare con un gruppo per me era una rivoluzione enorme scegliere ad esempio di non mettere il basso perché secondo me non ci andava, la stessa cosa per la batteria. La mia fortuna è stata avere vinto un premio con l’Heineken: mi hanno dato uno studio ed un fonico per un mese, quindi ho potuto fare tutto quello che volevo. Ho tenuto fuori dalla porta tutti i miei amici musicisti di Milano perché qualcuno mi aveva detto “Ma qui non vuoi mettere una batteria?”. Così ho deciso di fare tutto da sola, facendo entrare qualcuno durante il mix. Questo disco l’ho registrato alla fine del 2007 e ai tempi fare un disco acustico era un po’ una scelta coraggiosa, tutti mi guardavano come per dire “perché?”.

Nel tuo disco c’è una particolarità che è il tuo modo di cantare. Non solo l’ho notato io ma ho letto le stesse impressioni in altre recensioni: il tuo modo di cantare ricorda una bambina che racconta una filastrocca, in senso buono ovviamente. È una scelta voluta per crearsi un personaggio o è una cosa naturale?

Quando avevo 15 anni mi sono accorta che mi sono sempre piaciute le strofe delle canzoni. Non sono mai stata una fan del ritornello aperto con la vocale di cinque minuti. Avendo per anni suonato il basso sono molto ritmica, mi diverto a basarmi su poche note. Faccio una cosa che mi piace e quindi è fatto tutto con intenzione. Se mi mettessi a cantare come Al Bano non mi piacerebbe.

 

Parliamo di una cosa secondo me molto triste che è una parte della tua storia: essere italiana, avere provato una carriera musicale in Italia e avere trovato il successo all’estero.

Sinceramente non la vedo come una cosa triste, è stato un processo naturale. Ho sempre voluto andare a vivere all’estero, Milano mi stava un po’ stretta e sono andata a Berlino, sto bene là. Sono lì, mi sveglio la mattina e faccio quello che mi sento di fare, fare musica è diventata una cosa naturale. In Italia l’ho sempre fatta con conflitto, invece a Berlino la faccio e basta.

 

Vieni incontro al mio discorso che se fossi rimasta in Italia forse non avresti potuto vivere di musica…

All’inizio non è stato semplice, quando sono partita avevo un lavoro in una scuola di musica part-time che mi permetteva di conciliare le cose. Sicuramente se canti in inglese e scegli una tua strada in Italia è più dura, però molti dei miei amici che sono rimasti qua sono comunque riusciti a ritagliarsi degli spazi. È un momento duro non solo in Europa ma proprio nel mondo. Penso che piuttosto che scappare dall’Italia ognuno debba trovare la propria dimensione. Io l’ho trovata a Berlino perché forse semplicemente non era a Milano.

 

Sempre a Berlino hai avuto l’opportunità di aprire una serie di concerti di Amy Winehouse. Cos’hai pensato quando ti hanno fatto questa proposta?

Ero in studio a registrare il disco, mi ha chiamato l’agenzia con la quale avevo appena iniziato a lavorare chiedendomi se avevo dei giorni liberi perché volevano propormi l’opening dei concerti di Amy Winehouse. In realtà sentivo questo nome dappertutto, non sono una veloce ad informarmi su quello che c’è sul mercato, di lei avevo letto qualcosa su Rolling Stone in Italia qualche mese prima, ho avuto per dei giorni Rolling Stone sul comodino con la sua foto in copertina. Immediatamente ho capito che era una cosa grossa, mi sono sentita lusingata, vivevo a Berlino da tre mesi, non ero un’artista berlinese e mi avevano proposto questa cosa perché gli piaceva la mia musica.

 

Cosa c’è nel futuro di Missincat?

Adesso torno a Berlino, mi metterò a lavorare su brani nuovi, ne ho già tanti, sono a buon punto ma devo chiuderli entro fine agosto. Tornerò in Italia in autunno per fare un tour nei club. Il prossimo anno uscirà il nuovo disco in Germania ed in Australia. Sto provando a scrivere qualcosa in italiano. Durante uno dei miei ultimi concerti a Milano ho già fatto un duetto con Dente, vediamo dove porterà questa scrittura in italiano.

 

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