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Giulio Rapetti

Mogol e La canzone del sole

Chi l’avrebbe mai detto che una delle canzoni più famose della coppia Mogol-Lucio Battisti fosse nata in Abruzzo? E invece è proprio così: l’idea del testo de “La canzone del sole” venne a Giulio Rapetti ripensando alle tante estati trascorse a Silvi Marina, ridente cittadina del litorale teramano dove il giovane Mogol andava in vacanza con la famiglia. Lo “scoop”  è stato fatto due anni fa, in occasione della partecipazione di Mogol alla quinta edizione del Tributo ad Ivan Graziani, raduno nazionale dei fan del compianto cantante-chitarrista. Mogol intervenne a un dibattito, e a un certo punto se ne uscì con questa rivelazione: «Quando ero piccolo, venivo spesso con la mia famiglia a passare le vacanze estive sulla spiaggia di Silvi Marina. Il testo della Canzone del sole è nato proprio pensando a quei luoghi e alle emozioni vissute in riva al mare di Silvi». Detto, fatto: pochi mesi dopo il Comune di Silvi ha conferito a Mogol la cittadinanza onoraria, e dal 2009 organizza ogni anno un concorso per giovani emergenti che porta appunto il nome de “La canzone del sole”. In quel contesto abbiamo incontrato Mogol e scambiato due chiacchiere con lui.

Mogol, come è nato questo suo legame con Silvi?

«Fu un amico a parlarci molto bene di questa cittadina, così decidemmo di partire da Milano con la 500 Giardinetta. Viaggiammo tutta la notte, attraversando i vari paesi perché non c'era l'autostrada. Quando, dopo alcuni anni, sono tornato a Silvi, ho constatato che non è cambiata. Non ho visto grandi disastri. Temevo l'impatto con la città di oggi, ma fortunatamente ho ritrovato il fascino di Silvi che conservavo nei miei ricordi di ragazzo. E il mare è rimasto dello stesso colore. Mi sono sempre sentito un po' cittadino di Silvi».

Ed è stato proprio quel mare ad ispirarle “La canzone del sole”, vero?

«Sì. Nel testo, ciò che è legato a Silvi è soprattutto il mare, la gente, il pesce. Il mercato del pesce di Silvi è una cosa che mi è rimasta impressa e che ho rivalutato con il tempo, perché quando sei ragazzo pensi più a divertirti che non a osservare queste cose».

Cosa ricorda delle sue estati a Silvi Marina?

«Ricordo 7-8 ombrelloni, la Torre di Cerrano e la strada non asfaltata che andava a Silvi Paese: la percorrevo in bicicletta alle due del pomeriggio perché avevo bisogno di dimagrire! Ma c’è anche un’altra canzone che mi è stata ispirata da Silvi: si tratta de "La fila degli oleandri" (portata a Sanremo 1991 da Gianni Bella, ndr). Una canzone che mi è tanto cara, e che a mio parere era molto carina. La via degli oleandri a Silvi c'è ancora oggi, ma adesso è asfaltata. Non mi sono mai reputato un uomo dotato di molta fantasia: ho raccontato sempre e solo ciò che mi era successo nella vita».

E’ vero che lei a Silvi ha dato anche il suo primo bacio?

«Sì, è vero. Lei era una ragazza bionda, di Roma, ed era alta 1 metro e 80: ci siamo baciati stando sdraiati. Ma a Silvi ho vissuto tante avventure: un pomeriggio, io e altri due o tre compagni ci siamo messi a giocare a carte in una barca e abbiamo perso la nozione del tempo. Così hanno iniziato a cercarci per mare pensando che fossimo annegati. Alla fine, quando ci hanno ritrovato, sono state botte e baci. E poi come dimenticare le merende in cui mangiavamo il pane raffermo con l'olio, il pomodoro e l'origano! Ricordo che ci servivano anche una salsiccia fresca».

Lei dirige da anni il Cet, una scuola di musica. Ma si può insegnare il talento?

«Credo che il talento sia insito in ognuno di noi. La differenza la fa soltanto lo studio. E' con il sacrificio che emerge davvero ciò che si ha dentro. Bisogna applicarsi, ed è importante fare musica senza pensare al successo».

Lucio Battisti, con cui lei ha scritto canzoni immortali, ha inciso anche qualche brano firmato Mogol-Donida. Può tracciarci un ritratto di questo personaggio?

«Carlo Donida Labati è uno dei più grandi compositori che abbiamo avuto in Italia. È l’autore, tanto per dirne una, de “La compagnia”, brano che è stata cantato sia da Battisti che da Vasco Rossi (tra l’altro, molto bene). Donida ha scritto canzoni che hanno lanciato Tom Jones, è andato al primo posto negli Stati Uniti con ”Who (I have nothing)” e poi anche in Inghilterra con Shirley Bassey… Mi dispiace che non tutti lo conoscano, perché è stato, se non il più grande, quello che ha avuto il maggior numero di successi nel mondo».

So che Donida era un grandissimo pianista…

«Ed era anche il tecnico musicale di mio padre, nel senso che mio padre Mariano era il direttore delle Edizioni Ricordi e, due uffici dopo, c’era Donida. Mio padre l’aveva scelto come tecnico perché era uno che si era diplomato in tutto quello in cui ci si poteva diplomare, e sempre con il massimo dei voti. Era un uomo di fronte al quale Chet Baker si inchinò, abbracciandolo, perché gli trovò le armonie di una melodia che aveva fatto lui e che disse che erano stratosferiche. Mi dispiace che Donida non abbia avuto una collocazione nella mente della gente: ce l’hanno le sue canzoni, ma non lui, perché era un uomo schivo».

Lei negli anni ’60 riscriveva spesso in italiano i testi delle canzoni straniere. Penso a David Bowie, che all’epoca incise “Ragazzo solo, ragazza sola”. Le è dispiaciuto come l’ha interpretata?

«No. Mi è dispiaciuto di più quando David Bowie ha interpretato una canzone mia e di Lucio Battisti: “Io vorrei, non vorrei, ma se vuoi”. Ne ha fatto un testo - io non l’ho neanche letto - che mi sembra fosse veramente nefasto, perché parlava della morte (Mogol si riferisce a “Music is lethal”, riscritta da Bowie ma incisa da Mick Ronson nel 1974, ndr). E comunque quel testo e quella canzone sono legati all’interpretazione di Lucio». 

A proposito dei testi in inglese, lei non si limitava a una semplice traduzione, ma li riscriveva da capo…

«Io ho fatto molte versioni che si staccavano completamente dall’originale inglese e diventavano dei nuovi testi. Per esempio, “Senza luce” è un testo mio originale, e poi ci sono “Ma che colpa abbiamo noi”, “E’ la pioggia che va”… ne posso citare moltissime. Quando vedevo che un testo non mi piaceva, lo riscrivevo».  

Musica e spiritualità: lei cosa ne pensa di questo binomio?

«Io non tengo mai distinto niente. Musica e spiritualità, scritti, vita, per me sono una miscela unica. Non ho una mente fatta a caselle. Io cerco di esprimere il mio pensiero, che è frutto di quello che ho vissuto e anche di ciò che in quel momento mi viene in mente, oppure che ho pensato».  

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