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Mario Castelnuovo

Musica per un incendio: il suo nuovo e ispirato disco

Un nuovo disco per Mario Castelnuovo, a otto anni di distanza da Com’erano venute buone le ciliegie nella primavera del ‘42. L’artista non è tra coloro che sentono l’esigenza di una cadenza fissa nelle pubblicazioni discografiche, ora però è arrivato a maturazione questo nuovo progetto che ha per titolo Musica per un incendio, distribuito da Egea. Tanto tempo passato nella sua Roma, città dove vive da sempre, anche se le sue origini vanno cercate in Toscana,  e in questo nuovo lavoro qualche accenno al luogo natio in effetti non manca. La sua è una musica che risente dell’influenza delle prime passioni, ovvero la Provenza e i riferimenti alla musica celtica. Gli studi di letteratura francese poi fanno il resto. Castelnuovo frequenta il Folkstudio già negli anni ‘70 e nel 1982 fa uscire il primo album preceduto dal singolo Oceania  con il retro di Sangue fragile. È l’anno che segna anche la sua partecipazione al Festival di Sanremo fra le nuove proposte con la canzone Sette fili di canapa, dopo aver vinto con Oceania la selezione organizzata dalla trasmissione televisiva "Domenica In".
In un momento dove impazzavano i suoni elettronici, Castelnuovo porta una proposta particolare che sembrava arrivare da un’epoca lontana. Nonostante ciò avrà subito successo e dopo una tournée con Marco Ferradini e Goran Kuzminac  partecipa nuovamente al Festival di Sanremo del 1984 con Nina, in cui racconta la storia dei suoi genitori in tempo di guerra. Seguono altri album, da È piazza del Campo (1985) a Venere (1987), Sul nido del cuculo (1989) e Signorine adorate (1994) fino a un progressivo allontanamento dai riflettori, non tanto per sua scelta personale, quanto piuttosto per un mercato discografico che fatica a sostenere i suoi artisti. In breve tempo si diradano anche i concerti e le pubblicazioni fino all’uscita di questo cofanetto che lo riporta in auge, più ispirato che mai.

Perché tanti anni senza lasciare tracce?
Diciamo che uno non decide da solo i tempi di uscita di un nuovo album. Io poi non amo le raccolte e per questo lavoro si sono concretizzate alcune collaborazioni con musicisti con cui ho sempre avuto un rapporto di stima. Per esempio ha lavorato in questo disco il chitarrista Mario Schilirò e tanti altri amici alla fisarmonica, al clarinetto, ai flauti, al basso, al pianoforte, all'organo hammond.
E poi Lilli Greco al pianoforte e coro, nonché alla direzione artistica. Spiace dirlo ma purtroppo questo resta il suo ultimo lavoro. A lui devo la spinta e il sostegno che mi hanno permesso di affrontare un nuovo progetto.

Una canzone ha per titolo Geneviève, un omaggio a Giorgio Gaber?
No, semmai involontario. Non sapevo che avesse fatto una canzone con questo titolo. Il mio brano in realtà prende spunto dalla lettura di uno scrittore russo.

Nell’album si trova una canzone nella quale emerge un certo impegno sociale, Canto della povera gente.
Si, però non ho mai amato scrivere una canzone alla maniera di un giornalista; ho sempre cercato di toccare certe corde, di usare una certa sintesi e mi sono permesso di essere ironico. Ho voluto scherzarci sopra per non renderla troppo pesante, così ho inserito un coro finale di soli uomini.

In Fessure di cielo c’è invece un omaggio al corpo femminile e qualche dubbio sulle religioni. Ci spieghi meglio?
Ho sempre creduto che le religioni siano in forte contrasto con il padre eterno. Infatti, attraverso l’esempio di un nudo di donna tutte le religioni tendono a criminalizzare il corpo, privilegiando l’anima. In confidenza con il cielo invece ci sono Gli angeli a cui dedico una canzone. Riguarda coloro che continuano a vivere pensando ai sogni impossibili. Nel precedente album misi in una canzone una frase di Padre Ernesto Balducci, un prete rivoluzionario che partecipava a tutti i sogni possibili. In sintesi, molte persone sono quello che possiedono, io stesso continuo a essere quello che sogno.

Come mai un ricordo della categoria degli artisti? (tra l'altro, qui nella foto, tre artisti che insieme a Mario hanno attraversato in pieno la storia della canzone d'autore italiana, Ernesto Bassignano e più in basso Grazia Di Michele e Edoardo De Angelis).
Lo faccio in Santa Maria delle Caramelle, perché gli artisti sono come i bambini e i vecchi: tre categorie accomunate dalla fragilità e di cui occorre avere cura per ricevere da loro tenerezze.

E Roma, come continua il rapporto con questa città?
Ritengo che Roma sia la città piu tollerante del mondo. Qui tra soggetti di razze e religioni diverse non si sono mai verificati grandi incidenti, si trova sempre un modo di vivere e lasciar vivere. Certo poi Trastevere è il mio regno: non è solo un rione popolare, ma qualcosa che si è sempre staccato dalla città, alla parte destra del Tevere, la parte degli orientali. Se la vuoi scoprire il momento migliore è l’alba. La ricordo nella conclusiva Trasteverina che però faccio cantare a Bianca Giovannini e nel cui testo ho inserito i miei ricordi di ragazzo.

A metà disco c’è un pezzo che pare uno stacchetto, come a dividere l’album in primo e secondo tempo. Cosa significa?
Lì c’è l’essenza di ciascuno di noi. Con questo intendo dire che Torna a casa Lassie è un puro divertimento, quello che facevamo tra amici dopo cena. Me l’ha suggerita Lilli Greco e sono contento di averlo fatto, perché in fondo siamo tutti un po’ burloni. E anche se il cantautore è visto spesso come molto palloso, in realtà abbiamo momenti di volontaria comicità. Rappresenta sì uno stacco, non solo per dividere il disco quanto durante la giornata per trovare un momento di pausa tra gli impegni.

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