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Pippo Pollina

Nutrirsi di storie e farle proprie

 È stata una vita artisticamente avventurosa quella di Giuseppe ‘Pippo’ Pollina che, dopo avere fatto parte dello storico ensemble di musica popolare siciliana Agricantus, prese chitarra e bagagli e iniziò a peregrinare per l’Europa suonando per strada ed in tutte le situazioni consentite. Fu un periodo certamente formativo dal punto di vista della crescita personale, grazie ad incontri con persone e realtà sociali, economiche, culturali, esistenziali, musicali, diverse da quelle vissute in Sicilia.
Ma il momento di svolta avvenne nel 1987, grazie all’incontro con il produttore svizzero Linard Bardill, in quel di Lucerna, che lo vide suonare per strada e ne rimase colpito. Da lì la partenza della nuova vita artistica con centinaia e centinaia di concerti e 24 album pubblicati. E nell’attesa del suo concerto milanese del 28 novembre a Spazio Teatro 89 ricordiamo la partecipazione ad un convegno sulle stragi mafiose il giorno successivo, martedì 29, presso la Casa della Memoria di Milano, primo di quattro appuntamenti che Pollina terrà qui in Italia (clicca qui per le date e i luoghi).
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Come dicevamo in apertura, artisticamente nasci con la fondazione degli Agricantus e con un rigoroso lavoro di ricerca sulle tradizioni. Come mai questa voglia di ‘passato’ in un periodo, gli anni ’80, invece artisticamente proteso al futuro?  
Il futuro, come dimensione del tempo, non mi ha mai interessato. Lo trovo noioso. Il passato, invece, contiene il mistero della vita stessa. Capirlo significa penetrare il segreto che ci ha visti nascere. Anche la musica è parte di questo sentire.

Hai vissuto l’esperienza della Primavera di Palermo e della collaborazione con la rivista ‘I Siciliani’ del compianto Giuseppe Fava. Che cosa ha rappresentato ed insegnato questo periodo della tua vita?
Morire per delle idee o per un ideale è qualcosa che abita la visione eroica di un ragazzo. Facendo lotta alla mafia noi facevamo lotta politica. In totale solitudine, perché il resto del Paese non capiva nulla di queste cose. Queste esperienze a cui hai accennato, mi hanno segnato, non c’è che dire, perché mi hanno indotto a lasciare l’Italia che mi ha dato i natali ma anche un Paese duro ed ingrato in cui se non ti armi di una corazza speciale non ne esci vivo.

 

L’aver lasciato l’Italia ti ha portato a viaggiare in Europa. Che cosa ti hanno insegnato, dal punto di vista umano ed artistico, quegli anni di giramondo rispetto all’Italia lasciata alle spalle?
Ho imparato che tutto il mondo non è paese e che ci sono zone di questo pianeta dove vigono altre regole. Di fatto, all’estero, con la mia musica, senza cambiare una virgola nelle mie intenzioni artistiche, ho vissuto, prosperato e raggiunto il successo perfino dal punto di vista commerciale. 

 

La tua biografia racconta che l’inizio della tua carriera di cantautore ha preso il via in Svizzera. Qual è stato l’ingrediente artistico che ti ha fatto percepire con interesse da un pubblico certamente non ‘caloroso’ come il nostro?
La tua domanda è la conferma di un pregiudizio duro a morire... Non è affatto vero che il pubblico d’oltralpe sia meno caloroso di quello italiano. Io sono testimone del contrario e i miei amici italiani, quando vedono un mio concerto all’estero, rimangono di stucco.

Nel brano (davvero bello) Il giorno del falco racconti la vicenda del cantautore cileno Victor Jara, un messaggero di poesia e libertà. Quanto ti influenzano le vicende umane nella composizione delle tue canzoni e dei tuoi album?
Le vicende umane, soprattutto quelle intense e drammatiche, sono il cibo per un poeta, per un artista. Ci nutriamo di storie e le facciamo nostre.

L’incontro con il sociologo (e tante altre cose…) Nando dalla Chiesa ti ha portato all’interno del suo libro ‘Storie eretiche di cittadini per bene’. Quanto ti è costato essere un eretico per rimanere un cittadino per bene?
Non avevo altra scelta. Ma oramai non ha più importanza.

Nel corso della tua carriera hai parlato, artisticamente, di vari e delicati temi. A questo proposito mi colpì molto il video di ‘Ultimo volo. Orazione civile per Ustica’ (qui sotto una foto di quella tournée, con Pollina al piano). Come si pone un artista nel dover descrivere, senza retorica né vittimismo, un evento così tragico?
Si prova ad essere intellettualmente onesti. Poi il resto è una questione di gusti. La mia estetica potrà non piacere a tutti o a molti, ma di certo nessuno potrà sollevare dei dubbi sulla mia integrità sotto il profilo artistico. 

 

Hai registrato oltre venti album che, certamente, non sono pochi. Nel tuo percorso artistico quali temi avresti voluto, con il senno di poi, approfondire meglio oppure registrare in altra maniera?
Nessun rimpianto. Ogni pietra posta sul proprio cammino è la testimonianza, la fotografia di quel momento. Stai lì e in quel frangente hai quelle cose da dire e non altre. Va bene così.

Hai scritto un album molto particolare al titolo “Le pietre di Montsegúr” che è il luogo in cui si è scritto della presenza del tesoro dei Templari e della presenza del Santo Graal. Come mai pensasti un album così particolare nei temi proposti?
Perché la storia antica (il passato che ritorna) come ti dicevo prima mi ha sempre interessato e in quel periodo (era il 1992) mi sembrava che ci fossero alcuni paralleli fra l’attualità d’allora e le vicende legate ai Catari e alla loro persecuzione.

Il tuo ultimo album - che presenterai al concerto di lunedì 28 novembre a Spazio Teatro 89 di Milano, con un quintetto acustico (in basso la locandina) si chiama “Canzoni segrete”. Ce lo potresti descrivere nei temi e nella parte musicale?

In due parole? Mica facile. Sono canzoni intime e intimiste, che non concedono nulla o quasi a chi evita un approccio spiccatamente attento all’arte. Perché io miro a quella, innanzitutto…

 

Palermo-Milano-Mafia: la mafia che c’era e quella che c’è. Il giorno dopo il tuo concerto milanese, martedì 29 Novembre, alla Casa della Memoria di Milano parteciperai, insieme ad altri prestigiosi testimoni a un convegno dal titolo ‘La mafia a trent’anni dalle stragi. Le verità nascoste e quelle rivelate’. Vuoi dirci qualcosa in proposito? 
La mafia, come tutto del resto, cambia e cambierà ancora. Ma non scomparirà mai del tutto. Fin tanto, almeno, che ci saranno le basi sociali e politiche per il suo prosperare. In questo Falcone e Borsellino forse sono stati troppo ottimisti. Ma d’altronde ci hanno lasciati trent’anni fa e, da allora, sono accadute tantissime cose…e chissà che cosa penserebbero oggi…

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Info concerto e biglietti:
https://www.spazioteatro89.org/musica-novembre/musica-novembre/94-musica/novembre/5176-pippo-pollina-palermo-acoustic-quintet.html

Info appuntamenti in Italia:
https://www.facebook.com/events/d41d8cd9/la-mafia-a-30-anni-dalle-stragi-quattro-convegni-da-unidea-di-pippo-pollina/534261581478483/

 

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