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Orietta Berti

Dietro un grande amore...50 anni di musica

Nel periodo d’oro della Canzone e della Discografia Italiana, tra gli anni Sessanta e Settanta per intenderci, il panorama musicale di casa nostra, in particolare quello “al femminile”, era popolato da cantanti come la Tigre di Cremona (Mina), la Pantera di Goro (Milva), l’Aquila di Ligonchio (Iva Zanicchi) e il Pulcino di Gabbro (Nada). In mezzo a questa variegata fauna canora, c’era anche lei: l’Usignolo di Cavriago, alias Orietta Berti, che spiccava per la purezza cristallina della sua voce unita a una personalità semplice e rassicurante. Dal suo esordio, datato 1965, sono trascorsi dieci lustri, suggellati lo scorso novembre dalla pubblicazione del cofanetto Dietro un grande amore – 50 anni di musica (Gapp Music/Self), contenente 5 CD di cui l’ultimo atto è dedicato in gran parte alla Canzone Napoletana. Che piaccia o non piaccia, Orietta Berti è stata, ma lo è ancora, una degna e valente rappresentante della bella e buona melodia italiana.
(Nella foto qui sotto con Charles Aznavour, finale Festivalbar 1969)

Che effetto fa aver raggiunto il traguardo di cinquant’anni di carriera?
È una sensazione bellissima, un momento particolare che, come accade per ogni anniversario importante, mi ha permesso di ripercorrere tutta la mia carriera ricordando le persone, i volti, i sorrisi, i cambiamenti, le emozioni che in questi anni hanno caratterizzato il mio meraviglioso viaggio in musica. Il tempo è letteralmente volato! È stata ed è tutt’ora un’avventura straordinaria, piena di progetti, successi, molti sacrifici che mi hanno regalato tantissime soddisfazioni. Tutto ciò vissuto insieme a mio marito Osvaldo, con il quale ho condiviso ogni cosa e che rappresenta la persona più importante sia nella mia vita, sia nella mia carriera. Se devo essere sincera, guardandomi indietro mi sembra ieri quando iniziai…

Ecco, facendo un bel salto indietro nel tempo, esattamente al 1965, avresti mai immaginato di costruire un percorso artistico così imponente?
No, perché come ogni sogno che si realizza non riesci subito a rendertene conto! Solo fermandosi tra foto, copertine di dischi e filmati riesci a capire quante cose hai fatto. Spesso ammiratori, amici e collezionisti mi inviano articoli di giornale, documenti fotografici o riscoprono filmati di programmi televisivi e di tournée per cui resto piacevolmente sorpresa, notando attraverso essi come i tempi, le mode, le dinamiche di questo mondo siano cambiate. Immagina che da ragazzina volevo fare la hostess o la maestra di scuola materna, ma la prematura scomparsa di mio padre, grande appassionato di opera lirica, mi spinse a provare la via del canto e così iniziai con i concorsi e…il resto è tutto racchiuso dentro la mia storia. Questo lavoro è fatto di tante incertezze, di continui cambi, ogni giorno è come se iniziassi sempre da capo e forse è anche questo che mi fa sorprendere oggi delle tante produzioni. Il pensiero è sempre rivolto al futuro e ai nuovi progetti. Ricorderò sempre che, all’inizio della mia carriera, Osvaldo mi disse di non illudermi perché la mia popolarità sarebbe potuta durare solo qualche anno e che probabilmente lui sarebbe dovuto ritornare al suo lavoro nel settore meccanico da cui prese un’aspettativa. A distanza di 50 anni, posso dire che in merito a quella sua ipotesi si sbagliava di grosso!

 

Quando hai capito che cantare sarebbe stata la tua vita?
Circa due anni dopo l’inizio del successo di Tu sei quello; era un periodo d’oro, forse il più prolifico per l’industria discografica, dove si lavorava giorno e notte, tutta la settimana senza tregua, tra registrazioni in sala di incisione per un nuovo disco, produzioni tv, manifestazioni canore e tournée di concerti. Era un periodo storico di grande entusiasmo che ho vissuto in modo molto intenso.

All’inizio della tua carriera, c’è stato qualcuno che ti ha incoraggiata e che ha creduto in te?
Prima di tutto mio padre che, da grande appassionato di lirica e tenore mancato come già detto (dovette lasciare gli studi per mantenere la propria famiglia), riversò su di me tutta la sua passione per la musica e mi spronò in questo. Poi, sicuramente, Giorgio Calabrese che è stato il mio pigmalione; non smetterò mai di ringraziarlo per aver creduto in me allora; senza di lui, forse, non sarei qui o non avrei vissuto una carriera così intensa. Ricordo che partecipai a un concorso di voci nuove al Teatro di Reggio Emilia e in giuria c’era Giorgio che rimase colpito dalla mia voce. Mi chiese di fare un provino alla Karim a Milano; insieme a me c’erano Fabrizio De André e Memo Remigi, tutti e tre seguiti e curati da Giorgio. Ricordo che le incisioni andarono bene ma non vennero pubblicate in quanto il presidente della stessa Karim decise di ritirarsi. Tale situazione non demoralizzò Giorgio che prese a cuore il destino di tutti e tre dandosi molto da fare per trovare a me, a Remigi e a De André un’altra casa discografica che potesse produrci e valorizzarci. Io entrai così nella multinazionale Philips (gestita da tedeschi), incidendo su etichetta Polydor e da lì iniziò la mia carriera. Già nella primavera del 1965 incisi le canzoni di Suor Sorriso con i testi tradotti da Etrusco che mi diedero una buona popolarità. Poi in estate, precisamente il 18 giugno 1965, vinsi “Un disco per l’estate” con Tu sei quello. Considero questo l’inizio della mia carriera perché fu l’hanno del primo grande successo. Proprio qualche settimana fa, il caro Giorgio ci ha lasciati e non smetto mai di ricordarlo per tutto quello che ha fatto per me, per la fiducia che ha riposto in me, per quella umanità e onestà intellettuale che ha sempre dimostrato nei miei confronti e di tantissimi colleghi. 
(nella foto con Umberto Bindi - anni 60)

Hai sempre avuto un pensiero speciale anche per Umberto Bindi…
Sì, lui era una persona molto intelligente, uomo di grande compagnia e grande autore. Nei miei concerti omaggio sia Bindi che Calabrese interpretando un loro bellissimo brano, Il nostro concerto, che cantai insieme a Claudio Baglioni nella trasmissione televisiva “Anima mia” del 1997. 

Andiamo in territorio “Festival di Sanremo”: nel 1966 la tua prima partecipazione con Io ti darò di più; nel 1992 la tua ultima con Rumba di tango in coppia con Giorgio Faletti, collezionandone ben 11. Quale la più significativa e/o quella che ha apportato un valore aggiunto alla tua carriera?
Sanremo è sempre stato molto emozionante per tutti, anche se spesso non eravamo noi cantanti a volerci andare ma erano le case discografiche che ci obbligavano in quanto rappresentava una grande vetrina. Oggi è diverso! Allora l’ambiente era pieno di tensione, forse anche troppa. L’interpretazione era fondamentale, era quella che rappresentava il successo o meno di un brano, non solo per la giuria della manifestazione ma soprattutto per il pubblico nei mesi successivi al festival. Un errore durante la diretta o un’esibizione sotto tono sarebbe stata molto negativa, anche perché allora non erano tanti i contenitori televisivi dove promuovere il proprio lavoro. Ricordo Io ti darò di più nel 1966, Quando l’amore diventa poesia nel 1969, Occhi rossi nel 1974, Futuro nel 1986, tutte bellissime partecipazioni. Allo stesso modo ricordo con tanto affetto l’accoppiata del 1992 con Giorgio Faletti in Rumba di tango, fu molto divertente. Ogni partecipazione è stata significativa e ha arricchito la mia carriera, però non penso che solo i “Sanremo” siano importanti per un artista. Fondamentali sono i concerti, le produzioni tv, la continuità delle proposte musicali e soprattutto l’amore del pubblico. 

Alcuni, e tra questi certi critici musicali, ti associano solo a canzoni di facile ascolto, una tra tutte Fin che la barca va, non considerando episodi pregevoli della tua carriera discografica come Zingari (1976) o Emozioni d’autore (2003) o ancora progetti dedicati allo swing e alla musica latina. Perché? Cosa impedisce loro di andare oltre?
Penso che tale associazione venga fatta in modo superficiale da chi non conosce né me, né tantomeno la mia storia musicale. I pigri e cattivi giornalisti ci sono sempre stati e forse sempre ce ne saranno e sono quelli che si comportano così con molti artisti, etichettandoli o giudicandoli per stereotipi senza conoscere o studiare la biografia di chi stanno intervistando o recensendo. Negli anni ‘60 e ‘70 alcuni critici e giornalisti che non ascoltavano le mie produzioni con attenzione, ma anche tutte le altre della Polydor, per pigrizia o per snobismo, facevano commenti standardizzati attaccando me e altri colleghi in modo gratuito, confondendo il successo di una canzone popolare, magari dal sottotesto ironico e sagace, con conformismi vari o ideologie politiche. La direzione della mia casa discografica, dove erano tutti tedeschi e francesi, aveva sempre tenuto una politica promozionale decisa ma mai “suadente” nei confronti della stampa, ossia non “coccolavano i giornalisti” come altre case discografiche, quindi anche per quello, forse, era più facile attaccare me piuttosto che altri interpreti. Pensa che quando partecipai a Sanremo nel 1969 con Quando l’amore diventa poesia, scritta da Mogol e Soffici, che è una bellissima canzone di larga melodia, la etichettarono subito con “disprezzo”, quando in realtà ebbe un grande successo nel tempo come esempio di melodia italiana. Inoltre c’è da dire che le canzoni che scrissero per me Pace e Panzeri sono state apprezzate tantissimo dal pubblico di allora, come di oggi, e vendettero tantissimo, quindi sminuire tali risultati lo trovo ingiusto e riduttivo. Col tempo ho ricevuto tante lettere e manifestazioni di scuse nei miei confronti da tante di queste firme giornalistiche rinomate…forse è proprio vero che il tempo aiuta il pensiero! A questo proposito, mi viene in mente sempre il grande Luciano Pavarotti che diceva: «Chi sa fare la musica la fa, chi la sa fare meno la insegna, chi la sa fare ancora meno la organizza, chi la sa fare così così la critica!». Una frase che racchiude una grande verità, ovvero quella della “sterile critica” di certa stampa. Se un artista seguisse davvero tutto quello che scrivono o suppongono sul suo lavoro, rimarrebbe paralizzato e perderebbe la sua forza espressiva e interpretativa.

Hai un’attività live molto intensa che ti porta in giro per l’Italia e per il mondo. Qual è l’emozione più bella che il pubblico ti dona?
L’emozione più grande è quella di emozionare il proprio pubblico e rendersi conto che in quel momento stai condividendo con loro un momento magico. Il calore e l’affetto che mi regalano, non solo con gli applausi ma con tanti piccoli e grandi gesti di stima, sono qualcosa di indescrivibile, un’emozione nelle emozioni. È qui che capisci quanto la musica, e l’arte in generale, sia un “qualcosa” di molto più grande che una semplice combinazione di suoni e parole.

Dietro un grande amore è la canzone che dà il titolo al cofanetto celebrativo dei tuoi cinquant’anni di carriera, scritta da Paolo Limiti e Giovanna Nocetti. Com’è nata questa collaborazione?
Con Paolo ci conosciamo da tantissimi anni, è un amico e, oltre ad avere tante affinità, abbiamo una forte amicizia in comune con Ezio e Sergio, miei cari amici fraterni di Los Angeles. Durante alcune produzioni RAI in cui eravamo entrambi ospiti, gli parlai degli sviluppi della produzione del mio album e mi disse che voleva farmi ascoltare una canzone scritta da lui per il testo e da Giovanna Nocetti la per musica che immaginava perfetta per me. Cosi mi mandò il provino e appena lessi il titolo mi innamorai della canzone Dietro un grande amore, titolo azzeccato per il mio cofanetto celebrativo. Un titolo molto rappresentativo per me che può avere vari e importanti significati e che identifica l’essenza di questo progetto. “Dietro un grande amore” perché dietro tutto c’è il grande amore per l’arte della musica che mio padre mi ha inculcato fin da piccola e che è diventata per me una passione, un lavoro, un modo di essere. “Dietro un grande amore” perché dietro una lunga carriera c’è l’affetto e la stima degli ammiratori, dei fan, del mio pubblico che continua a trasmettermi tante emozioni e a cui devo tutto. “Dietro un grande amore” c’è l’amore che provo per la musica napoletana classica, che ha ispirato con le sue melodie e le sue liriche tutta la musica leggera italiana e non solo. “Dietro un grande amore” perché dietro questi 50 anni di carriera c’è l’amore per mio marito Osvaldo con cui ho condiviso tutto, gioie e dolori, viaggi, sacrifici, ma anche successi e tante soddisfazioni. È a lui che dedico questo album! 

(nella foto con Claudio Baglioni - Anima mia, 1997)

Un’emiliana doc come te che canta in napoletano? Come nasce l’idea di interpretare classici napoletani?

Sono sempre stata innamorata della musica napoletana classica, però l’idea è nata dalla collaborazione con il Maestro Enzo Campagnoli e la sua orchestra nel programma tv di Rai 1 “Napoli prima e dopo”, di cui sono stata ospite in diverse occasioni. Rimasi molto colpita dal lavoro di Enzo, per la sua straordinaria capacità come interprete e per la sua conoscenza come cultore della musica napoletana. All’inizio ero timorosa perché cantare in napoletano significa rispettare al meglio la lingua per poter trasmettere al meglio le proprie emozioni; grazie all’empatia del maestro e alle atmosfere che ha creato con i suoi arrangiamenti mi sono convinta e insieme a lui ho studiato per mesi i testi e l’idioma di questi brani. Le tracce del nuovo album sono state scelte in modo molto oculato per rendere omaggio al genere classico napoletano che è grande fonte di ispirazione per tutta la musica. Nun è peccato, ‘Na sera ‘e maggio, Anema e core, Dicitencello vuje, Luna rossa sono solo alcuni dei brani che ancora oggi ci invidiano in tutto il mondo, come anche le canzoni di Renato Carosone. Proprio di Carosone ho inciso T’aspetto ‘e nove per rendergli omaggio sia come artista che come interprete, avendolo sempre stimato per l’ironia intelligente e la musicalità innata e profonda. Per la scelta degli altri brani, inseriti nei 4 CD della mia storia, l’obiettivo era quello di creare una antologia discografica della mia carriera che ripercorresse tutte le decadi di questi 50 anni, attraverso i brani più belli e più rappresentativi dei cambiamenti, delle evoluzioni e delle collaborazioni che questa lunga avventura nella musica mi ha regalato. Ammetto che non è stato semplice, però anche grazie all’aiuto e ai consigli di amici e ammiratori siamo riusciti a creare questa antologia di 109 brani. Abbiamo dovuto escludere alcune canzoni che avrei tanto voluto inserire, però sono contenta e penso che il risultato della scelta sia stato ottimo e coerente in quanto racconta al meglio tutte le sfaccettature e le personalità vocali della mia carriera artistica: dall’interpretazione più intensa e profonda di canzoni come Quando l'amore diventa poesia, Tu sei quello, Io potrei, Semplici, La voce del silenzio, Il nostro concerto, a canzoni che cantano la gioia come quelle di Pace e Panzeri, che hanno una grande forza nel sottotesto, ad esempio Via dei ciclamini, L’altalena, Fin che la barca va; per passare attraverso le incisioni di Umberto Balsamo, dai testi raffinati e dalle musicalità riscoperte oggi, come Senza te, Parla con me, Vivevo così, per arrivare ai temi classici incisi con la Polygram e al repertorio latino e swing delle ultime produzioni, nate dalle collaborazioni con i Maestri Demo Morselli e Sandro Comini ai tempi di “Buona Domenica” e “Domenica In”. 

Ti senti più cantante o più interprete?
Penso che un aspetto includa l’altro in modo inscindibile. La differenza è se un cantante può essere un bravo o cattivo interprete. Ognuno esprime e interpreta la propria emotività attraverso il canto; penso che la differenza stia nella capacità di trasmettere questa emotività al pubblico attraverso un’emozione, una forte emozione che ne racchiude tante altre e che crea empatia tra l’interprete e il suo pubblico. Per cantare e interpretare occorre prima di tutto emozionarsi per poter emozionare.

Nel tempo è cambiata la consapevolezza di te stessa come artista?
La consapevolezza nelle mie doti vocali certamente! Si migliora con il tempo e l’allenamento ti fa acquistare certe note che prima usavi con più parsimonia. La consapevolezza come artista si evolve, cresce sempre e capisci come faccia parte del tuo modo di essere e quindi in tutto quello che fai. 

Dal 1981 sei produttrice dei tuoi dischi: come vivi questo ruolo, in particolare negli ultimi anni di forte crisi discografica?
È difficile, anche perché c’è poco rispetto per questo settore che viene spesso bistrattato attraverso poca considerazione e poca tutela. La crisi del disco ha messo in ginocchio il settore e tutto il suo indotto. Oggi i negozi di musica sono quasi scomparsi. È vero ci sono i negozi digitali, ma non è la stessa cosa; una volta si entrava in un negozio anche per il piacere di “perdersi” e farsi consigliare sull’acquisto di un nuovo album. Oggi le produzioni vivono giusto il tempo della promozione e spesso sono i singoli e non gli album a essere comprati o scaricati. Penso che per i nuovi artisti sia difficile. Prodursi comporta tanti sacrifici e rischi, però ti dà la possibilità di scegliere. Tutto ciò sarebbe impossibile senza l’amore e l’affetto del pubblico; sono loro che ti stimolano e alimentano la voglia di mettersi in gioco e di proporre nuove produzioni.

Per concludere, una domanda simpatica: devi partire per un’isola deserta e hai la possibilità di portarti dietro tre tuoi dischi, tre di altri artisti, tre film, più un motto o una frase che non ti abbandona mai…
Tra i miei dischi: Dietro un grande amore (50 anni di musica), Per questo grande ed infinito amore, Zingari. Tra i dischi di altri artisti: una “greatest hits” di Frank Sinatra, una di Lucio Battisti & Mogol e una di Ella Fitzgerald, più il Concerto di Aranjuez. Per quanto riguarda i film: Matrimonio all’italiana, Via col vento, Il Dottor Zivago. Un motto che non mi abbandona mai è “Carpe diem” perché la vita è meravigliosa e bisogna viverla pienamente senza mai strafare, ma accontentandosi e facendo il meglio con ciò che si ha.
 

 

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