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Luca Ghielmetti

Passo da John Wayne

Non è stato facile sbarazzarsi di un soleggiato pomeriggio romano per tener fede all’appuntamento con Luca Ghielmetti fissato in un noto centro commerciale, prima dello showcase di presentazione del suo album omonimo, arrivato a dieci anni di distanza dal precedente “Dolci spose mancate d’un soffio”. Ma il cantautore ci ha ripagato con un’intervista sincera, fatta di parole semplici e al contempo profonde, rispondendo in maniera schietta e amabile, come il prosecco che deliziosamente sorseggia tra una domanda e l’altra.


Parlami del vuoto che c’è stato in questi dieci anni da “Dolci spose mancate d’un soffio” a “Luca Ghielmetti”.
Un vuoto non voluto, ma spontaneo e necessario, perché nessuno mi ha mai puntato una pistola obbligandomi a fare un album. Io ho sempre avuto un rispetto e un amore forte per i dischi, da quando a tredici anni aspettavo che arrivassero quelli dei miei idoli, fino a quando – da piccolo artigiano – ho iniziato a fare i miei due precedenti. Ogni volta deve esserci un qualcosa che mi fa alzare dal letto di notte e dire: è ora di farlo! Deve essere nelle mie intenzioni e nelle mie convinzioni, e credere d’avere, prima di aprire la porta dello studio, almeno nove o dieci canzoni per le quali valga la pena che un produttore si muova e i musicisti accordino le chitarre per iniziare a suonare, al di là di come andranno le cose, degli intenti e della vita che ognuno conduce. Devo essere motivato al massimo; fare un disco è una cosa importante. Io le canzoni le avevo già scritte due anni dopo l’uscita di “Dolci spose mancate d’un soffio”, però mancava qualcosa, mancava la scintilla.

Cosa è accaduto di così determinante?

In questo periodo mi sono sposato, poi sono nati due bambini. È come se io fossi diventato grande e si fosse chiuso un cerchio. Il disco – al quale non ho voluto dare un titolo – mi somiglia tantissimo. Me ne sono accorto alla fine della registrazione. La voce, innanzi tutto, finalmente era la mia, mentre nei primi album si avvertivano le influenze delle varie collaborazioni. Sento il suono che volevo e l’ho raggiunto grazie a Greg Cohen. Lo stesso suono che si sente nei suoi dischi, in quelli di Randy Newman, in quelli di Georges Brassens.

Quindi Greg Cohen è stato molto importante?
Sì certo. Se non avesse suonato il contrabbasso il disco avrebbe avuto lo stesso impatto. Quando entra nello studio d’incisione, dall’ultimo dei cursori al piatto cinese che c’è attaccato al muro, lui fa suonare tutto. È stato determinate.

Qual è il segreto di questo lavoro e quanto avete impiegato per realizzarlo?

Abbiamo fatto tutto senza nessun segreto particolare. Per registrarlo ci abbiamo messo due anni, perché ci trovavamo per forza di cose quando Greg si liberava da una tournée o da una registrazione con altri artisti. Quindi, quando arrivava in studio, avevamo la voglia di suonare e abbiamo fatto tutto con questo senso di velocità. A lui piace molto lavorare così, quindi con arrangiamenti veloci e con riprese del suono veloci, magari anche in studi bellissimi, ma con un solo microfono al centro e tutti intorno a suonare, senza poi preoccuparci di ripulire e ottimizzare, ma di tenerlo così come la cucina che io adoro di più, fatta di tre ingredienti sanissimi della terra, poco pasticciati.

Tra i brani qual è quello che senti più tuo?

La faccia del papà
mi piace sempre di più; ha una melodia che mi inorgoglisce. È stata un’occasione per dire alcune cose che mi premevano. Sentivo la necessità di dire certe parole, di descrivere alcune situazioni che mi stavano a cuore. E voglio citare anche Antes que muda el mar, perché è stata una vera sorpresa, anche per me. Avevo la musica in testa da anni, però non ne usciva mai niente. Pensa che l’avevo già incisa, ma poi alla fine mi è venuta in mente la storia di un cantore di flamenco che vive in un isola non precisata del Mediterraneo e della signora svizzera che parte lanciata dalla malinconia. Tra i due nasce questa storia un po’ omerica con il cantore destinato ad andarsene. Alla fine lui si ribella al destino della canzone e chiede a Omero di aiutarlo a cambiargli il finale.

Mentre ne I treni di un’ora tratti il tema del viaggio, a te molto caro.
Io abito in un paesino di tremila abitanti, vicino Como, e l’unica possibilità che c’era di andare a Milano erano questi treni che puoi trovare in qualsiasi momento dell’anno; ce n’è sempre uno, magari neanche annunciato, che passa in silenzio e ti porta lì. Per noi era un ponte verso il poter acquistare un disco, vedere un film o incontrare un amore altrimenti difficile da raggiungere. Treni dove incontravi la vita fatta di studenti o di lavoratori pendolari che al ritorno anticipavano l’atmosfera del dopolavoro, della briscola, delle cose semplici. Poi in questo pezzo c’è un finale che io non avrei mai osato pensare, sospeso e lasciato a qualsiasi tipo di proseguo.

Tu sei un tipo allegro, un po’ guascone, ma dai pezzi affiora netta la nostalgia, come mai?
Io mi nutro di questa nostalgia positiva. È una specie di giardinetto in cui mi trovo a mio agio. Adoro queste situazioni da note in gola, o se preferisci da notte di Natale d’altri tempi, quando avevi veramente paura che non arrivassero i doni. È una cosa che ho dentro, magari uno psichiatra potrebbe trovare materiale di studio (ride, ndr).

Hai mai pensato di smettere e intraprendere altre strade?
Mai. Ho sempre sognato il momento di realizzare questo disco.

È stato difficile ricominciare a suonare dal vivo e rimetterti in gioco?
Dal vivo non ho mai smesso di suonare, mentre nel rimettermi in gioco ho trovato delle differenze. Magari prima andavo in posti più importanti, ma se non c’è di mezzo il disco è diverso, suoni con un’altra faccia. Ora mi sta piacendo molto, ma anche dalla voce mi accorgo, soprattutto all’inizio, di essere sempre un po’ emozionato. Però questo ti dà una forza tremenda. Per me questo disco è come un terzo figlio. A portarlo in giro mi sento eccitato come mai lo sono stato, perché è un lavoro che mi sento tra le braccia.

Tu sei un cantautore. Ti sta bene come definizione o pensi che quello che fai possa essere definito in un altro modo?
Semplificando, preferirei essere definito chansonnier. Mi piace molto, in questa fase della vita, cantare anche le canzoni degli altri.

Nella società di oggi, che ruolo ha la canzone d’autore?
Non bisogna più attendersi che risolva alcune cose. Spesso mi chiedono perché non affronto temi che toccano la realtà più da vicino. Tutto nasce da un estremo pudore nell’affrontare temi sociali e attuali. Avendo ascoltato così tanto i grandi cantautori, devo dire che le quattro cose fondamentali le hanno già dette loro e nel miglior modo possibile. Non mi sento di dare lezioni solo perché avendo un microfono in mano potrei essere autorizzato a farlo.

A proposito di grandissimi cantautori, una parola per Fabrizio De Andrè a dieci anni dalla sua scomparsa.

Ho appena partecipato a una serata dedicata alla sua memoria a Lugano, insieme a Francesco Baccini, Davide Van De Sfroos, i Sulutumana e Pippo Pollina. Posso aver avuto mille miti, ma Fabrizio è stato per me un maestro e una persona che, al di là della musica, mi ha risolto alcune scelte di vita.

Ovvero?
Per esempio nel dire o fare qualcosa che non l’avrebbe deluso. Per me è un riferimento, come per le melodie immagino uno scambio d’opinioni con Brassens.

Come persona ti senti maturo, completo?

Mi piaceva raccontare un aneddoto che avevo letto una volta di un filosofo tedesco, secondo il quale un uomo, per considerarsi tale, doveva almeno aver scritto qualcosa, piantato un albero e fatto un figlio. Io ridendo dicevo che avevo riempito il giardino di ciliegi, avevo scritto molte cartoline e un pugno di canzoni. Mi mancava il figlio, e adesso che ne ho due direi che ho più il passo da John Wayne (ride, ndr).

Quanto sono importanti i rapporti interpersonali?
Ho dedicato l’ottanta per cento della mia vita ai rapporti con gli altri. Sono indispensabili e anche ora che ho meno tempo non ci rinuncerei mai

Visto che siamo in un negozio che vende dischi, volevo chiederti i tuoi irrinunciabili da portare sull’isola. Facciamo cinque.
Innanzi tutto “Rock and Roll Animals” di Lou Reed, perché raramente nella storia del rock si sono sentite due chitarre (Steve Hunter e Dick Wagner, ndr) suonare così all’unisono e poi per la compattezza della voce di Reed, in un periodo della sua vita completamente tormentato il suo canto così rilassato mi ha segnato profondamente. Poi qualche raccolta, direi Django Reinhardt, Georges Brassens e uno qualunque di Ry Cooder. Col quinto ti devo stupire: “Titanic”.

Vorresti dire a chi non ti conosce cosa deve aspettarsi nell’avvicinarsi alla tua musica, al tuo modo d’intendere la vita?
Improvviso: vai al ristorante “da Luca”, non chiedere il menù, lascia fare a lui.



(03/03/2009)

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