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Bobo Rondelli

“PIERO, PRESTAMI UNA CANZONE!”

Bobo Rondelli, livornese che aveva picchiato la testa quando cantava con gli Ottavo Padiglione a inizio anni ’90 tirandone fuori un successo da Videomusic, è uno degli artisti più veri e sinceri della nostra canzone d’autore. Dopo alcuni dischi solisti di grande bellezza (ci permettiamo di segnalarvi almeno Disperati, intellettuali, ubriaconi, arrangiato da un giovane Stefano Bollani, Per amor del cielo e il recente Come i Carnevali), è uscito da poco Ciampi ve lo faccio vedere io! - Bobo Rondelli canta Piero Ciampi (The Cage/Picicca Dischi/Sony Music, 2 CD), disco-tributo registrato dal vivo con Fabio Marchiori (piano) e Filippo Ceccarini (tromba), in cui omaggia l’arte del grande concittadino livornese, ormai assurto allo status di Grande Padre della canzone d’autore italiana, uno che, per citare la bella introduzione di John Vignola, quando lo si ascolta “si rimane a lungo commossi, sbalorditi e anche un po’ spaventati”.

Senti, Bobo, tu Piero Ciampi lo stai costeggiando da anni: già alcune tue riletture erano apparse in tuoi precedenti dischi (per esempio “Io e te Maria” in “Disperati, intellettuali, ubriaconi”), o in diversi tributi collettivi (“Inciampando”, ed altri ancora): perché proprio ora, che paradossalmente Ciampi di rischia finanche di essere una figura inflazionata, hai deciso di dedicargli uno spettacolo e poi un disco?
Mah…forse perché mi piace la sfida: visto che lo fanno tutti, mi ci metto anch’io a cantarlo! (ride) Secondo me, è un momento che c’è bisogno di un Piero Ciampi, di portare in giro queste canzoni che ti sbudellano un po’, c’è bisogno di suscitare nelle persone quelle cose lì, tipo il senso della compassione, il bisogno della fratellanza, e in Ciampi tutto questo c’è, lui che era un po’ il cantante degli ultimi, se vogliamo, che però viveva anche lui da ultimo. Ecco, questa è la particolarità, per me, di Ciampi: il suo romanzo era proprio la sua vita raccontata nelle canzoni, penso che sia stato forse l’unico caso in Italia, in questo senso, di adesione completa tra vita e opera.

La tua rilettura è molto rispettosa: hai giocato di sottrazione, senza volere per forza stravolgere o riattualizzare in modo artificioso queste canzoni straordinarie, o mi sbaglio?
No, è che sono talmente canzoni belle di per sé, che non ho sentito tutta questa voglia di stravolgerle, e comunque è nello spirito ciampiano di fare con poche cose, anche perché poi a portare in giro un’orchestra, chi ce la fa? (ride). Non ci sono tanti disposti a pagare per queste canzoni pessimistiche, dolorose, ma anche più vere: la gente preferisce spendere nella canzone quando è pura evasione e in Ciampi non ce n’è tanta, al massimo è un consolatore che mette in gioco se stesso. Comunque, nel cantare Ciampi ho cercato di valorizzare le parole, le frasi importanti di Ciampi, poi le musiche sono talmente belle che suonano bene anche con un pianoforte e basta.

Beh, Gianni Marchetti è stato davvero un grandissimo compositore e arrangiatore: Ciampi nel momento che ha stretto questo sodalizio è diventato il “vero” Ciampi. Mi piacerebbe sapere, però, quale criterio hai seguito nel selezionare queste 16 canzoni comprese nell’album. E’ stata una scelta legata al tipo di strumentazione che avevi deciso di avere, o cosa?
Beh, è stata in parte legata a quello che dicevi tu, ma poi ho scelto i pezzi che per certi aspetti erano legati a quello che ho vissuto nella mia vita: esperienze di strazio amoroso, per esempio. Che poi oggi sembra tutto anche un percorso normale, quello di farti male in amore, di separarti, di trovarti nei problemi, per vedere i propri figli, no? Probabilmente ai tempi di Ciampi non lo era molto, sicché oggi forse Ciampi più è comprensibile a tutti, anche alle casalinghe odierne.

In effetti, quello che emerge chiaramente, limpidamente, dalla tua interpretazione è un’incredibile adesione al mondo e alla poetica ciampiana…
Ti dicevo, ho scelto le canzoni più vicine alla mia esperienza, con il rischio di piangere nei refrain, e in effetti comincia a diventare anche doloroso certe volte portare in giro queste canzoni: capisco perfettamente Piero Ciampi che spesso non si presentava ai concerti, e devo dire per questo che i musicisti che mi stanno accompagnando stanno suonando quasi meglio che quelli dei dischi dello stesso Ciampi. Intendiamoci, a me piacciono anche quegli arrangiamenti, però si sente che sono suonati da musicisti tra uno spaghetto e un altro no? (qualcosa di simile la cantò Claudio Lolli nella sua “I musicisti di Ciampi”, 1997, NDR). Insomma, un po’ buttati lì, magari leggevano al volo le partiture, non le avevano assimilate tanto. Invece noi suonandole dal vivo stiamo scoprendo anche quelle pause. Non sta a me dirlo, ma ci stiamo entrando sempre più dentro, in questo mondo, forse i miei musicisti ancor più di me, perché io non posso certo essere Piero Ciampi.

Il disco esce in una veste un po’ particolare: un doppio CD. Nel primo ci sono le tue riletture registrate dal vivo al “The Cage” di Livorno, nell’altro ci sono canzoni di Piero Ciampi nelle versioni originali degli anni ’60-’70 (in qualche caso i titoli coincidono). Come mai? Non credi che il costo un po’ più elevato di questa operazione possa scoraggiare qualche acquirente? In fondo, se uno vuole poi recuperare le versioni originali, c’è sempre il web, o i CD di Ciampi ancora in catalogo, no?
Ti dirò, è un’operazione che ha fatto la Sony: vuol rilanciare Ciampi, ha comprato, credo, tutte le opere, e hanno deciso così. Io decido sulla copertina, ché se poi il disco non vende finisce che è colpa mia (ride). In verità, non ce l’ho nemmeno il disco a casa, alla fine non so di cosa parliamo… A me piace molto suonarle dal vivo queste canzoni, anche se poi, sai, fare un disco, alla fine ha comunque una sua utilità, che poi uno se lo ascolta, magari anche su Spotify o dove gli pare e poi viene al concerto. E poi, in fondo, le canzoni di Ciampi sono molto adatte da mettere una sera, a casa, oppure anche nei momenti di cambiamento di esistenza, si ascolta Ciampi no? Certo che poi se uno si fa la barba con Ciampi rischia di tagliarsi… (ride). 

Tu hai già avuto modo, in diversi concerti, di portare in giro questo spettacolo. Come è stata la reazione del pubblico? Magari qualcuno, neanche sapeva chi era Ciampi, forse l’ha recuperato con te.
Spero davvero di averlo fatto scoprire a chi non lo conosceva, alla fine io sono un tramite per questo Grande non così conosciuto. Poi ai concerti c’è anche gente che già ama Ciampi, certo. Oppure ti può capitare anche qualche coppia: metti che uno lo conosce, ci porta la fidanzata, magari con l’intenzione di lasciarla, può essere (ride). Io lo dico, comunque, prima di cominciare: se uno è stato lasciato da poco dal proprio amore, è meglio che vada via, rischia di sentirsi male. Insomma, tra un pezzo e l’altro cerco anche di fare un po’ qualche battuta, altrimenti non si può sempre portare il fardello di tutto lo spettacolo, è giusto qua e là cercare qualche situazione comica, anche perché la tragedia convive sempre, nella vita, con qualche situazione di comicità.

Io qua ho in mano un tuo libello, di qualche anno fa, di poesie, abbozzi ed altro: “Compagni di sangue”. Forse anche Ciampi, almeno artisticamente, è un po’ un tuo compagno di sangue, no? Ti è capitato, qualche volta, di avvertirlo come una sorta di presenza molto forte alle tue spalle, essendo entrambi di Livorno e condividendo un certo approccio nei confronti della vita?
Sì, la città effettivamente è un legame forte, perché Livorno -è un po’ difficile spiegarlo- è una città molto del popolo, ma allo stesso tempo è una città aperta, colta, che significa anche essere disposti nei confronti dello straniero. Livorno è stata sempre un grande porto, una città dove è stato fondato il PCI, per dire. Se vogliamo alle volte Ciampi assomiglia un po’ a Califano, no? Stessa generazione, stesso periodo: non si frequentavano, ma si conoscevano bene. Però si sente che Califano appartiene a Roma e che Ciampi appartiene a Livorno, che ha una visione… più aperta ecco, più anarchico-libertaria e in questo, devo dire, la città è una presenza importante, in qualsiasi artista. Un cantante comincia sempre dal racconto della sua città, quello ha visto. Muddy Waters era delle sue parti: è così. Ciampi, in fondo, è un cantante blues livornese. Le sue sono storie di blues: bollette non pagate, difficoltà ad arrivare a fine mese, la donna se n’è andata. Dolore. Invocazione a un Gesù agnostico. Ecco.

Insomma, sono una sorta di canti di lavoro, in cui però il lavoro non è altro che la fatica di vivere…
Eh, “il lavoro? ancora non lo so”, come dice Ciampi (ride)

Ciampi è stato l’esempio più clamoroso di riscoperta postuma nel mondo discografico italiano: praticamente ignorato da vivo, dimenticato per una decina di anni dopo la morte e poi, da inizio anni ’90 la riscoperta: ristampato, studiato, cantato, amato e fatto proprio da una generazione di ascoltatori che sono diventati una “piccola massa”, cosa che lo stesso Ciampi non avrebbe probabilmente mai immaginato. Ti sei chiesto come mai tutto ciò, l’oblio e poi la riscoperta, sia potuto accadere?
Forse Ciampi, alla fine, non aveva poi tanta voglia di fare il cantante vero e proprio: preferiva vivere libero, chi lo sa? Che poi anch’io magari canto Ciampi perché c’ho due figli e devo pagare gli alimenti… A Ciampi i figli vennero tolti, non ha avuto più modo di vederli. Non lo so…poi in certe vicende è difficile scavare. So però che gli piaceva il pensiero che poi quando non aveva voglia di andare a cantare poteva mandare un altro che sapeva tutti i suoi pezzi, tanto nessuno lo conosceva, non si accorgevano, potevano dividere. Alla fine mi piace pensare di essere quest’altro che lui cercava, quello che al posto suo va a cantare le sue canzoni, e poi effettivamente dividiamo perché la SIAE va, magari non a lui, ma ai familiari. Che alla fine, se la cosa funziona, sono anche guadagni importanti senza aver fatto niente! (ride) Cioè, niente ora, voglio dire, ché all’epoca avevano fatto tutto, Ciampi e Marchetti. Io, sai, faccio anche questa operazione perché ritengo davvero che sia proprio importante far arrivare Ciampi ai ragazzi, raccontargli di questo sciagurato, questo uomo libero, e rissoso.  

E’ davvero una cosa meritoria, anche perché le tue interpretazioni toccano l’anima.
Anche se poi è una cosa a rischio perché, ti dirò, a volte non mi sento bene, mi sento come in colpa, può capitare di sentirsi non all’altezza. Non cerco il confronto, eppure quando mi dicono che posso essere un po’ sfruttatore, io, citandolo, rispondo che effettivamente è così: “Tu, Piero, prestami una canzone da far sentire allo spettatore perché sono senza una lira”. Secondo me è anche lo spirito giusto per cantare Ciampi: anche i musicisti che sono con me non se la passano mica tanto bene… (ride)  

Senti, un’ultima cosa: sono curioso di sapere come è stato vissuto Ciampi a Livorno, proprio negli anni in cui altrove non se ne serbava ricordo, negli anni ’80, per capirci. Anche lì era stato un po’ dimenticato, oppure era il figlio “artista maledetto” che in qualche modo ancora si continuava ad amare?
No, io ne potei parlare solo con le poche persone che l’avevano conosciuto. Ho parlato spesso con un suo grande amico che si chiamava Francisco, un signore anziano, più grande di lui di dieci anni, che l’aveva anche un po’ ispirato secondo me nella dizione (Bobo recita alcune parti di “Te lo faccio vedere chi sono io”, NDR), che se ci fai caso ha delle cadenze un po’ sarde che sono derivate dalla frequentazione con questo amico, che era sardo, con cui stava sempre insieme, e nel parlare l’ha un po’ contaminato. Raramente in Ciampi si sente, quando parla, che è livornese, ogni tanto gli scappa, quando dice “Sono bèllo, sono bèllissimo” oppure il modo in cui dice “…e vai!”, però tende più a parlare italiano, un italiano molto caricato che è quello della lingua sarda.

E’ confortante pensare che canzoni come “Adius”, che all’epoca rimase addirittura inedita, tanto forte era la sua carica irriverente e anticonformista, oggi a distanza di decenni siano quasi dei must, insomma è vero, qualche volta il tempo è galantuomo per le grandi opere d’arte, che dici?
E' vero, però intendiamoci: Piero Ciampi era sconosciuto al grande pubblico, però era stimato dai discografici, dagli artisti…

Eh già, Ennio Melis, grande capo della RCA lo sosteneva a spada tratta…
Anche senza vendere dischi, comunque gli davano anticipi.

…che poi lui si andava a sperperare altrove non facendosi vedere per mesi, invece di fare il disco!
Se ci pensi, Elvis Presley è morto a 42 anni: in certi momenti si sarà sentito pure un burattino, no? Pensa agli ultimi tempi, a Las Vegas! Ecco, invece Ciampi ha fatto sempre come gli pare, ha vissuto da uomo libero: Ciampi è stato un poeta, anche nel vivere. 

Beh Bobo, non mi resta che ringraziarti per questa bella chiacchierata e per questo lavoro e per il fatto che tu continui a far conoscere queste geniali canzoni. Speriamo di poterti vedere dal vivo in questo progetto, anche perché tu assecondi molto l’ispirazione del momento e ogni tuo live è sempre qualcosa di diverso dal precedente.
Sennò non mi diverto io, a costo di fare anche seratacce. Ciampi diceva: “O Maestro o Buffone, che importa?”. E’ lieve il passo tra essere Maestro o Buffone, e Ciampi lo sapeva bene.

Una volta ascoltato, più volte, il disco, e una volta terminata l’intervista, si rafforza in noi la convinzione che Bobo Rondelli sia l’erede più diretto e credibile di Piero Ciampi: lo è, ovviamente, per quella categoria dello spirito che è la livornesità, lo è per quella poetica intimamente malinconica e romantica che poi, per pudicizia, è bruscamente corretta con il ricorso all’invettiva, allo sberleffo, al vernacolo più grasso. Lo è, soprattutto, a nostro modo di vedere, per quell’epica dello sperperamento di sé, di chi, quando passa il treno del successo, arriva tardi alla stazione, perché si è un po’ prolungata la partita a tressette al circolo ARCI. Di chi guarda quel treno dissolversi all’orizzonte, lancia a mezza voce un boia deh!, poi alza le spalle e si accende la sigaretta.

Foto di Laura Lezza

 

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