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Pino Devita

Pino Devita - Il pianoforte nel cuore e nelle mani.

Buona parte dei musicisti hanno vissuto a lungo sotto le luci della ribalta altri invece, pur avendo influenzato non certo in maniera marginale l’evoluzione musicale italiana, hanno preferito una carriera, in un certo senso, sottotraccia, dedicandosi alla sperimentazione sonora, allo studio personale, ma soprattutto all’insegnamento, nel senso di trasmissione della conoscenza e della passione per la musica.

Pino Devita, pianista, tastierista, compositore, insegnante, negli anni ‘60 fece parte dei Giganti, per i quali compose la musica della celeberrima Tema, nel decennio successivo fu indimenticato componente dei seminali MAAD, insieme al bassista e chitarrista Attilio Zanchi, al percussionista e vibrafonista Jonathan David Scully, al batterista Joe Castanuela, al sassofonista Renato Rivolta al batterista Beppe Sciuto ed al percussionista David Searcy.
Dopo oltre tre decenni dedicati alla didattica, intervallati da alcune sporadiche uscite discografiche, tra cui il fondamentale Incoherent Piano, e da numerosi concerti per piano preparato, torna alla ribalta con un nuovo lavoro solista in cui racconta in che modo i tasti bianchi e neri siano stati i veri, indiscussi, protagonisti di tutta la sua vita, e non solo della sua carriera.

Lo abbiamo incontrato nel suo studio di registrazione privato, fra strumenti musicali, cd, cassette audio, video, poster ed immagini che lo raccontano…

Finalmente, dopo parecchi anni, Danzes, un nuovo album…

Danzes è nato da un’idea che ho sviluppato nel tempo, e questo perché anche nei dischi precedenti ero partito da un concetto attorno al quale avevo realizzato l’intero lavoro; l’album precedente era un disco completamente dedicato al pianoforte preparato e, se vogliamo, era anche abbastanza “astruso”, mentre quello nuovo doveva essere composto da poche tracce e basato principalmente sul pianoforte acustico.

Poi, per una serie di ragioni, è diventato un’altra cosa, nel senso che ci sono si, brani per pianoforte, ma vengono indicati i tipi di strumenti che ho utilizzato, e che caratterizzano in modo peculiare i singoli pezzi: ho utilizzato un piano gran concerto, un piano verticale, uno elettrico, una tastiera Hammond, un piano verticale da studio ed un pianoforte compresso, strumento che veniva utilizzato almeno una quarantina d’anni fa.

Lentamente il lavoro è diventato una sorta di summa di cinquant’anni di carriera, cinquant’anni di musica, e tutto sommato è un approccio oggi abbastanza comune a molti musicisti: ad un certo punto, magari, risistemi un po’ lo studio, e saltano fuori nastri, registrazioni, brani mai pubblicati in cui avevi suonato con questo o con quel musicista, ed allora ti sorge il desiderio di rimettere a posto anche questi tasselli e lavorando su un arco temporale così ampio l’idea iniziale si è modificata lungo il percorso.

Quindi hai iniziato a rimettere insieme i vari “pezzi” del tuo percorso musicale…

Esatto, e facendo questo lavoro, ad un certo punto, leggo sull’etichetta di un nastro: Giganti

Mi ricordai che, insieme a Sergio Di Martino, ad un certo punto, più o meno nei primi anni ’90, prima che lui ci lasciasse, avevamo pensato di rimettere insieme i Giganti, poi la cosa non si concretizzò per una serie di motivi; misi su il nastro e mi tornò in mente questo pezzo, che avevo scritto, e di cui avevamo fatto una prima registrazione, un rough mix, più o meno nel 1969.

Con Mino Di Martino infatti, avevamo deciso, visto il successo di Tema (di cui Pino De Vita è autore della musica, anche se mai accreditato per problemi legati alla sua mancata iscrizione alla Siae… n.d.r), di fare un brano che fosse simile, con le stesse armonie e con le voci suddivise in quartetto.
Mino ha scritto il testo, io mi sono occupato della musica ed ho suonato il pianoforte, l’abbiamo registrato con l’arrangiamento di Vince Tempera, Ares Tavolazzi al basso, Ellade Bandini alla batteria più un quartetto d’archi.

Erano passati molti anni, ed allora ho parlato con Enrico Maria Papes e gli ho chiesto se potevo inserirlo nell’album, perché era un peccato non pubblicarlo.
Da quel momento il mio nuovo lavoro ha cambiato rotta.

A questo punto hai riorganizzato l’album che, in origine, avevi in testa in modo del tutto differente…

Nel primo pezzo ho utilizzato un pianoforte gran concerto costruito da un artigiano di Borgo Valsugana attivo da più di cento anni, poi ho inserito una sorta di “scherzo” fatto con l’Hammond, cinquanta secondi, non di più, giusto un assaggio, anche un po’ “vintage”, se vogliamo, a cui fa seguito il brano dei Giganti.

A questo punto ho voluto omaggiare per l’ultima volta, prima di cederlo, il mio Rhodes Mk1, ed ho realizzato Baltik abbinando alla tastiera il Leslie che, solitamente, si usava con l’Hammond, creando in questo modo un suono un po’ particolare.

Considerando i numerosi anni di insegnamento ho inserito nell’album uno studio in re minore per pianoforte verticale, molto semplice, adatto a ragazzini di sette anni, ma non ho dimenticato gli anni di sperimentazione, ispirata da John Cage, e dunque non poteva mancare un brano per pianoforte preparato di cui ho realizzato anche un videoclip che reputavo fondamentale per comprendere non solo l’esecuzione, fatta con delle bacchette, ma soprattutto la preparazione dello strumento, con due tubi di alluminio e delle strisce di plastica, che dal solo ascolto non verrebbe colta.

E’ un brano, se vogliamo, anche molto “scenografico”, perché dal vivo si ascoltano, ma soprattutto si “vedono”, suoni impensabili, per un pianoforte…

Ed infine c’è un brano con una banda musicale…

Il brano che chiude l’ho realizzato con il Corpo Musicale della Banda di Locate Triulzi, località in provincia di Milano in cui ho insegnato per anni a più generazioni di ragazzi; spesso indirizzavo lì i miei allievi che volevano proseguire l’attività musicale, e quindi ho avuto con questo ente dei continui scambi artistici.
Ho composto un brano, l’ho affidato al direttore che l’ha adattato al tipo di esecuzione, e la cosa bella è che ho potuto eseguirlo insieme ad allievi di vecchia data, ai loro figli, insomma, una sorta di summa generazionale…
Tra l’altro, in rete, esiste un brano che ho composto, R&R,  che è stato suonato da alcuni miei ex-allievi che hanno poi intrapreso la carriera musicale in contesti differenti, e che sono riuscito a ritrovare e rimettere insieme per l’occasione.

Nel booklet c’è anche una presentazione di Franco Fabbri, con cui hai collaborato spesso negli anni…

Franco, già ai tempi, aveva scritto la presentazione dell’album dei MAAD, e con lui avevo suonato in orchestra, ma in queste righe introduttive ha colto un dettaglio importante, ovvero il fatto che Parliamo d’amore, il brano inedito dei Giganti, dimostri chiaramente che, già due anni prima di Terra in bocca, il gruppo si stava evolvendo passando da un’impostazione di impronta beat ad una che lui definisce proto-progressive, denotando uno sviluppo musicale che in pochi avevano colto.

 

In tutti questi anni di attività, oltre a produrre e comunicare musica, ne avrai ascoltata parecchia…

Per lo più ascolto musica classica, con una certa preferenza per gli autori del primo ‘900, e quindi i musicisti russi, Prokofiev, Shostakovich, Stravinsky, i dodecafonici ed anche i post-dodecafonici, ed artisti come Berio, Nono, perché ho voluto rivedere tutto quel periodo che viene definito musica contemporanea.

Seguo sempre anche la musica jazz, ma in particolare il suo sviluppo più sperimentale, per cui mi sono avvicinato a musicisti come John Zorn; di fatto la musica sperimentale, sia ascoltata che vissuta in prima persona, è quella che mi ha sempre coinvolto maggiormente, e non ho mai avuto problemi nell’approcciarla.

Se ascolto un brano di Schönberg o di Boulez non mi trovo mai spiazzato, non sono in difficoltà né ho problemi di comprensione, perché è un tipo di musicalità connaturata al mio modo di intendere la musica. È la stessa naturalezza con cui ascolto Gershwin, Mahler o Bruckner, la musica barocca oppure quella del ‘500.

Questo è il tuo personale approccio, alla musica, eppure pare di capire che tu ritenga fondamentale che chiunque approfondisca la conoscenza musicale…

In realtà questo lo dovrebbero fare tutti, perché avendo insegnato per anni ho avuto modo di verificare le carenze esistenti nell’ambito della didattica musicale.

Mancano i supporti per l’ascolto, mancano gli spazi soprattutto per chi, come me, ha sempre privilegiato lo strumento; inoltre, le ore di musica nelle scuole, che sono due, dovrebbero essere molte di più, perché lo strumento è fondamentale ed è l’elemento che appassiona più direttamente le persone. Ma per poter fare un lavoro completo occorrerebbe avere una quantità di tempo uguale da dedicare agli ascolti, come avviene ad esempio negli Stati Uniti.
Da noi occorre scegliere per cui si finisce di fare solo una cosa, o solo l’altra, e questo non va bene…

Negli anni è cambiato, comunque, il tuo rapporto con l’insegnamento…

Quarant’anni fa, quando ho iniziato ad insegnare, se facevi ascoltare Schönberg o Webern, ti tiravano i calamai, per cui dovevi partire da livelli più bassi ed iniziare a costruire un percorso storico, teorico e pratico. Sono anni, ad esempio, che attendiamo le ore di musica alle scuole superiori, come avviene in quasi tutta Europa, ed a quel punto, con tre anni di medie e due anni di superiori, sarebbe possibile fare un discorso più coerente ed approfondito.

Un percorso di didattica, uno di elaborazione musicale personale… ci sono, sicuramente, dei punti di contatto…

C’è una frase, che ho inserito all’interno del booklet del cd, che secondo me rappresenta la sintesi di queste esperienze: “Sperimentare o morire”.

Credo che non valga solo per la musica, ma per qualsiasi tipo di arte o di lavoro, e ti faccio un esempio: noi abbiamo dei bravissimi scienziati che ad un certo punto vanno all’estero, ovvero laddove possono sperimentare, ed è lì che poi riescono ad approfondire e spesso realizzare le loro scoperte.

Nel campo dell’arte il discorso è simmetrico: se non sperimenti mai, se ti accontenti della cosa standard, come siamo abituati noi, non contribuisci ad una evoluzione, per cui delimiti, che so, la canzone, entro determinati parametri, nel jazz esegui solo gli standard, ed allora alla fine risulta più facile, e meno problematico, adagiarsi sul già fatto, lavorare in modo compilativo, come fanno certi dj, “rubacchiando” cose già sentite qua e là ed assemblandole.

Se non sperimenti, difficilmente progredisci; il pianoforte preparato, ad esempio, esiste dai tempi di Cage, ma difficilmente oggi, all’interno di una performance, inserisco più di uno o due pezzi di quel tipo, e quando lo faccio sono sempre brani accessibili, pur essendo a loro modo innovativi; in questo senso il concetto di sperimentale non è sinonimo di complicato.

In questi anni che rapporti hai avuto con i tuoi colleghi musicisti…

In realtà non ci siamo mai raffrontati moltissimo, anche perché da parecchi anni lavoro molto da solo; dinanzi ad un certo tipo di sperimentazione, diciamo così, “sfrenata”, come poteva essere quella del mio penultimo album realizzato con il pianoforte preparato, sono rimasti tutti un po’ spiazzati perché era un lavoro per nulla tonale anzi, al sessanta, settanta per cento atonale, e quindi si fa fatica a trovare persone che condividano questo tipo di approccio.

Inoltre, da un punto di vista del “genere” ho una collocazione complicata: per quanto riguarda la musica contemporanea, vive un po’ a compartimenti stagni, il jazz è molto selettivo, ed io di fatto non suono jazz, ma un qualcosa che può avvicinarglisi, qualche pezzo è stato definito “ambient”, e potrebbe anche esserlo, ma non caratterizza del tutto il mio stile.

Detto questo, soprattutto quest’ultimo lavoro, pur essendo di non facile collocazione non è di difficile ascolto, tutt’altro, e fra le due cose c’è una netta separazione; anche il brano dei Giganti, cantato in quartetto, cosa che difficilmente oggi si sente fare, se vogliamo è qualcosa di differente dal solito.

Dal mio personale punto di vista ho, come dire, “strizzato l’occhio” ad un discorso di tipo commerciale e credo che in questo lavoro ci siano brani che in quell’ottica non dovrebbero avere problemi; ho cercato, nei limiti, di abbassare un po’ il livello di difficoltà nell’ascolto.

Essendo tu un autore molto “visuale”, hai mai avuto lo stimolo a realizzare qualcosa per il cinema o per il teatro?

L’ho fatto molti anni fa, così come ho realizzato jingle pubblicitari anche per grandi marchi,  però il discorso era diverso; delle pubblicità non ne vorrei parlare, anche se è chiaro che si guadagnava bene, forse più di adesso.

Per quanto riguarda il cinema mi sono occupato di lavori underground, fra l’altro con opere presentate anche all’estero, per le quali ho realizzato cose di tipo atonale e rumoristico. Riesaminando questa attività a distanza di anni penso che di valido non ci sia moltissimo, né dal punto di vista visuale, né da quello musicale, perché se è vero che vivevamo un periodo di sperimentazione sfrenata, è altrettanto vero che quel periodo, rivisto oggi, non è esente da critiche: Stockhausen, ad esempio, batteva i chiodi, Cage realizzò il Silenzio, Bussotti l’apertura e chiusura del coperchio del pianoforte… tante sperimentazioni sono state utili negli anni ’50, subito dopo la guerra, per richiudere una spaccatura, riannodare i fili del discorso musicale.

L’orecchio odierno è ancora disposto ad ascoltare molto, tant’è che anch’io nei concerti inserisco delle parti di improvvisate di tipo atonale, tuttavia non sono più accettabili veri e propri capricci artistici.

Il tuo strumento principale resta comunque il pianoforte; tastiere ed elettronica, invece…

Si, il pianoforte è da sempre lo strumento principale, tastiere ed elettronica quasi nulla; nel 1971, ad esempio, avevo realizzato un lavoro davvero certosino di musica concreta, che uscì poi nel 1973, rielaborato insieme a Shel Shapiro che in quegli anni collaborava alla produzione dei dischi dei MAAD, in cui avevo preso tutti i suoni di pianoforte li avevo montati come si usava allora (chi ha lavorato con i nastri da ¼ di pollice conosce tutto questo..), ed avevo assemblato, in un concerto dal vivo, suoni naturali e suoni costruiti su nastro, facendo tra l’altro non poca fatica.

A distanza di oltre quarant’anni, tutto sommato, pur parlando di ultrasperimentazione, è un lavoro che si può ancora sentire abbastanza agevolmente.

Facendo sempre un salto nel passato, il progetto MAAD è considerato chiuso per sempre, o ci sono state occasioni per rimetterlo in pista…

Sicuramente era un progetto all’avanguardia, se non altro per i nomi che erano presenti, tuttavia eravamo tutti più giovani, ed il discorso era differente perché molti di noi non avevano ancora scelto la loro direzione musicale definitiva.

L’idea mi venne in mente non appena tornai dal servizio militare, e chiamai subito Attilio Zanchi (basso, chitarra); all’inizio volevamo lavorare come duo soltanto, visto che c’era necessità anche di parti di basso, ed allora lui si orientò in quel senso, dedicandosi successivamente solo al jazz.

C’era anche Beppe Sciuto, un grande batterista che non è più fra noi da molto tempo e, sempre per quanto riguarda la parte ritmica, c’erano Jonathan David Scully e David Searcy, entrambi percussionisti, ed entrambi poi divenuti storici timpanisti del Teatro Alla Scala (già allora tendevano maggiormente verso la musica classica, sia dal punto di vista esecutivo che compositivo) e passò dai MAAD anche Renato Rivolta, che suonava il sassofono, e che oggi si dedica alla direzione d’orchestra.

Tutti coloro che transitarono da quel gruppo scelsero, successivamente, strade differenti: Attilio, come detto, si dedicò al jazz, io stesso mi dedicai alla musica sperimentale, i percussionisti si orientarono verso la musica classica; Beppe e David (Searcy) non ci sono più, Jonathan si trova all’estero, Renato sta facendo altro… diciamo che i MAAD furono una palestra che ci chiarì le idee sul nostro futuro, ma non c’è stata, di fatto, la possibilità di riaprire quel discorso.

Progetti per i prossimi anni…

Dipende molto anche da come verrà accolto questo lavoro... un aspetto fondamentale, per la musica odierna, è che “se ne parli”; l’ideale, come mi hanno detto in molti, sarebbero dei passaggi televisivi ma per un genere che, già di suo, è di nicchia, se non di ultra-nicchia, l’operazione non è affatto semplice, perché dovresti conoscere persone che, comunque, non dico lo capiscano, ma per lo meno ne siano incuriositi.

Più facile, almeno in teoria, il discorso radiofonico, ma anche lì ci sarebbe da mettere qualche puntino sulle i, perché anche le radio, quanto a programmazione…

Rimane in essere, anche perché era comunque l’idea da cui ero partito, il progetto di un disco per solo pianoforte o, più probabilmente, un discorso di video, composto da tracce brevi perché non amo i brani lunghi; ovviamente dovrei trovare dei collaboratori perché per realizzare un prodotto di livello occorrono mezzi di livello.

Ma ci lavorerò sopra, sicuramente, seguendo la mia strada…

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