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Francesco Renga

Prossima fermata il mondo

Francesco Renga aggiunge un altro tassello alla sua storia musicale. Partito dal rock con i Timoria si è progressivamente allontanato da quel mondo sonoro, deviando verso il pop-rock prima e il pop d’autore poi. Ora è approdato ad un album il cui titolo ideale avrebbe potuto essere “Orchestravoce”, senza quella “e” di separazione, giusto per rimarcare la qualità e la sostanza della sua voce. A pochi giorni dall’uscita dell’album lo abbiamo incontrato a Brescia, la città nella quale è cresciuto e che ora lo considera un patrimonio artistico e culturale.


Francesco, come possiamo descrivere questo tuo nuovo album, dopo che nel corso della tua lunga ed intensa carriera hai vissuto un inizio molto rock, sei transitato attraverso il pop-rock melodico ed ora approdi ad un disco con l’accompagnamento dell’orchestra: è un punto di arrivo o piuttosto una ripartenza?

“Orchestra e voce” è una tappa, assolutamente non un punto di arrivo, quello mai. E’ una tappa importante dalla quale credo non si potrà tornare indietro. E’ un disco con il quale dovrò fare i conti da qui al divenire, che mi ha dato molte soddisfazioni ed emozioni durante la sua realizzazione ma che sicuramente ha il suo peso specifico dal quale non potrò prescindere.

 

Raccontaci che sensazione si prova a stare sul palco con dietro 50 orchestrali anziché i classici strumenti rock, chitarra, basso e batteria?

E’ una sensazione assolutamente nuova, molto affascinante, la sto sperimentando adesso perchè l’ho vissuta a Madrid il 14 novembre scorso per prima volta, cantando le canzoni di questo disco. È una sensazione bellissima, molto emozionante, anche se in realtà l’ho vissuta in maniera molto tranquilla, quasi da incosciente.

 

Come hai fatto a selezionare le canzoni che sarebbero andate su questo disco?

Inventare percorsi non è da me. Il percorso principale, al di là del voler rimettere al centro delle canzoni la voce, mi è stato dettato da sensazioni istintive, andando semplicemente a ritroso nel tempo con la memoria. Questi sono i primi brani che ascoltavo da bambino e che mi hanno reso consapevole della potenza evocativa del canto e della forza emozionale della musica, quella musica che ascoltavo in casa e che cominciava ad entrarmi dentro. Ho ritrovato le canzoni che ascoltavo da mio padre, cantate da Mario Del Monaco piuttosto che Charles Aznavour, oppure le canzoni di Mina che mia madre cantava nel tinello. Mi sono rivisto bambino, all’epoca in cui cominciavo ad apprezzare la bellezza della musica e soprattutto del canto.

 

Nessuno obiettivo commerciale quindi in questo progetto?

Assolutamente no, anzi, piuttosto il desiderio di ritrovare pezzi della mia storia e di lanciarmi in nuove avventure. Sono molto fiero di questo progetto, e sono convinto e fiducioso della sua vocazione internazionale. Vorrei raggiungere chi ancora non mi conosce ed ha la mente libera per apprezzare la mia interpretazione di queste straordinarie canzoni. Mi piace l’idea di  reinventarmi una dimensione nuova dalla quale ripartire per diventare altro. Con queste canzoni ho voluto rimettermi in gioco in maniera totalmente nuova e diversa, ed è una scommessa impegnativa ma molto stimolante, che vorrei mi aiutasse a farmi conoscere all’estero. Ho voluto partire da queste canzoni per raccontarmi anche attraverso un’italianità che spesso cerchiamo di dimenticare.

 

Una scommessa quindi?

Si, amo scommettere sull’ambizione, sul talento, sulla creatività. Ripeto, sono fiero di questo album e paradossalmente, pur essendo in sostanza quasi tutte cover, nella realizzazione di questo lavoro mi sono reso conto che nel disco stavano entrando molti elementi personali, intimi, autobiografici, sinceri.

 

La tua voce e l’orchestra, tanti elementi ma paradossalmente canzoni molto essenziali.

Sono canzoni nelle quali mi metto a nudo, partendo dagli elementi primordiali: la voce e l’orchestra. Mi rispecchio molto in questo suono e in queste canzoni.

 

Siamo arrivati quindi ad una nuova frontiera musicale, da quale però mi pare che esca ancora un filo di anima rock.

Io sono sempre rock, lo sono per attitudine personale. Il mio canto non può prescindere da tutto ciò che ho fatto finora.  E’ un lungo viaggio quello che ho compiuto e che ha lasciato impronte e segni che escono dal mio canto e che non voglio assolutamente nascondere. Io sono così , e quando canto “L’immensità” mi sento più rock dei Rolling Stones, soprattutto di quelli di oggi.

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