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Patrizia Laquidara

Qualcosa che ci riguarda

E’ uscito lo scorso ottobre il nuovo lavoro di Patrizia Laquidara, un’artista che dispensa con parsimonia le sue uscite discografiche (il precedente album, di stampo popolare e in dialetto vicentino era del 2011, l’ultimo di ambito “pop” addirittura del 2007) e che ancor più ama cesellare i suoi lavori con la cura di un antico intagliatore. Già di per sé l’uscita di questo LP sarebbe quindi una notizia, che viene tuttavia messa in ombra da un altro aspetto che vi preghiamo di tenere subito a mente: C’è qui qualcosa che ti riguarda (uscito per Believe in seguito a una campagna di crowfounding) è un disco di straniante e ammaliante bellezza e, insieme, un atto di sorprendente coraggio nello spostare un po’ più in alto l’orizzonte di attese del suo pubblico, indirizzando l’artista vicentina verso ambiti che possiamo definire, forse impropriamente, “indie”. Questo scartare di lato, questo voler essere bufalo e non locomotiva, è cosa che, nel panorama un po’ “comodoso” della scena attuale, è da applaudire con convinzione, alzandosi in piedi sulle sedie. Naturale dunque volerne parlare con lei.

Patrizia, gli amanti della buona musica italiana aspettano sempre qualcosa del genere, cioè che esca un disco di questo tipo, un album bello e coraggioso, che sparigli un po’ le carte. A distanza di tre mesi dalla sua uscita, che sensazioni hai avuto?
Beh, intanto la più grande soddisfazione è avere persone che ascoltano, che capiscono il disco, pronte a mettersi all’ascolto di un lavoro che forse richiede un po’ più di pazienza, di disponibilità. Di questo tempi uscire con un disco di 14 tracce, dopo anni di assenza dalla discografia, non era cosa facile. E’ anche un periodo molto particolare, dove si fa un po’ fatica a capire come si possa far girare la musica, come poterne fruire. Però devo dire che sto ricevendo grandi soddisfazioni, perché la critica ha accettato molto bene il disco e l’ha anche recensito molto bene, l’ha capito.

Il tuo è un disco che lievita, che cresce man mano che ci ritorni. All’inizio magari apprezzi qualche pezzo in particolare, ma poi a ogni ascolto ecco che spuntano fuori altri brani che si rivelano nella loro bellezza.
Guarda, tra i miei fans all’inizio ci sono stati anche dei pareri contrastanti: c’è chi l’ha amato subito già al primo ascolto e mi ha scritto entusiasta, e chi mi ha detto che al primo ascolto è rimasto spiazzato, al secondo ha cominciato a entrarci dentro, al terzo ne era innamorato, e infine mi fa l’elenco delle canzoni preferite! E’ un disco che mi ha dato modo di essere molto vicina a chi lo sta ascoltando, perché è come se il pubblico gli stesse facendo delle recensioni continue, come se ne facesse parte.

Tu hai attraversato nella tua carriera diverse terre sonore, dalla musica popolare a quella brasiliana (il tuo primo lavoro era dedicato a Caetano Veloso). La critica ha usato spesso, per raccontarti, termini come “eleganza” e “raffinatezza”, che secondo me sono stati sicuramente la gloria, ma anche un po’ il limite di certa canzone d’autore dell’ultimo ventennio, una splendida cornice da cui poi è difficile uscire. Invece qua ti scopriamo come artista di straordinaria e coraggiosa sperimentazione, pur dentro la forma canzone: come è avvenuto questo passaggio, questo spostamento?
Forse ciò cui alludi è legato a un certo mondo un po’ sudamericano, a certe sonorità, però hai ragione: la direzione di questo album è stata una scelta molto consapevole, ma a volte anche un po’ sofferta. Ti faccio un esempio legato alla scelta dei singoli: è uscito dapprima Marciapiedi e poi Sopravvissuti. Sono due canzoni abbastanza distanti da quello che ho fatto precedentemente, non soltanto nell’arrangiamento, nella melodia e nella musica, ma anche nel modo di cantare, che è più sporco, forse anche un po’ più dolente. Però c’è anche una canzone come Amanti di passaggio che sta nel solco della musica che ho fatto negli altri dischi, anche se c’è l’aspetto nuovo dell’elettronica che prima non c’era: sarebbe stato più semplice uscire come singolo iniziale con questa canzone, ma l’idea era di dire: “Ok, torno con questa faccia: sono sempre la stessa, ma sono anche un’altra persona”, il che è poi anche quello che canto ne Il resto di tutto che è stata scritta per me da Joe Barbieri. Quindi avevo proprio voglia di ripresentarmi dicendo che c’è stato un percorso, c’è stata della vita che è passata: quella ragazza è diventata una donna e come tale ti sta parlando, e spero che quelle esperienze di vita si sentano in queste canzoni, che sono tutte autobiografiche. E’ chiaro che c’è una corrente di pensiero che dice che è meglio essere sempre accomodanti, o comunque confortanti, con il pubblico, ma la cosa più importante per me, invece, è essere veri con il pubblico, e poter anche chiedergli di essere lui a venire incontro, ad essere disposto all’ascolto. Poi a me piace tantissimo, quando sono sul palco, la sensazione di essere molto vicina al mio pubblico, di fargli dei regali, cantare pensando che ho delle persone davanti che vorrei fare entrare nel mio mondo, e io nel loro, vorrei emozionarlo. E’ sicuramente un disco che richiede anche qualcosa a chi ascolta, ma ciò è anche legato al fatto che nella campagna di crowfounding c’è stata anche una presa di coscienza molto importante, da parte mia: ho percepito il pubblico non come un contenitore vuoto in cui io potevo far calare una cosa decisa a priori, ma pensarlo come pubblico intelligente, non, come si fa spesso, come pubblico-bambino che ha solo voglia di divertirsi, a cui dare le caramelle…è una cosa che non sopporto.

Immagino che sia stato molto importante l’apporto dei tuoi collaboratori, a cominciare da Alfonso Santimone, che ha prodotto artisticamente e arrangiato il lavoro, per finire agli autori che in qualche caso ti hanno affiancato nella scrittura: Tony Canto, Luca Gemma, Joe Barbieri, Davide Garattoni.
Certo, ho voluto intanto affidarmi a degli autori che ho sempre stimato, come Tony Canto e Joe Barbieri con cui avevo già collaborato e che ricalcavano un po’ quello che è stato il mio passato, la mia identità, quelle canzoni piene di bellezza e di melodia che io amo molto. Davide Garattoni è un musicista con cui ho collaborato per diversi anni e che a un certo punto è venuto con una canzone, “Luna”, che mi è piaciuta tanto e che ho subito deciso di interpretare. Quella con Luca Gemma è stata invece una collaborazione di scrittura nuova (se si esclude l’adattamento di un brano di Arto Lindsay in “Funambola”) nella quale ho esplorato altri territori. Sicuramente la persona cui devo di più, perché è quella con cui ho lavorato sottobraccio, è stato Alfonso Santimone che ha seguito questo album dall’inizio alla fine e che ha pensato anche al sound, ha avuto la “visione”, per così dire, perché è un disco fatto di tanti immagini, che mi vede interpretare tanti personaggi. Quel sound che è stato definito così personale, unico, lo devo sicuramente a lui. Vedi questo è l’album più autobiografico che ho fatto, perché mi vede cantautrice di quasi tutti i brani, sia nel testo che nella musica: io arrivavo con la chitarra, con il testo e con gli accordi, ma Alfonso ha saputo trasformare questi brani e averne una visione diversa.

Personalmente non so decidermi quale brano mi tocca di più, perché questo è davvero un lavoro intenso e coerente in ogni sua parte. Vorrei però chi mi dicessi qualcosa riguardo Acciaio in cui c’è un “tu” che compare solo nel finale (“Siediti e ascolta, ho qualcosa da dirti”): è lo stesso “tu” a cui dici, fin dal titolo del disco, che “c’è qualcosa che ti riguarda”? E’ la consapevolezza che stai facendo un discorso un po’ più complesso, è una richiesta di maggiore vicinanza?
Beh, in verità nella canzone che dà il titolo all’album è vero, quel “tu” è rivolto al pubblico, a ogni persona che è lì ad ascoltarmi, mentre in Acciaio vedevo un’unica persona, un unico uomo cui mi stavo rivolgendo. C’era in effetti  la volontà di rivolgermi all’ascoltatore con un “a tu per tu”, e si vede anche nella copertina: nelle altre ero sempre un po’ di trequarti, ora invece ho voluto proprio guardare davanti, con lo sguardo aperto, per rivolgermi alla persona che mi sta davanti in maniera abbastanza diretta.

Mi chiedevo: per intraprendere questo nuovo percorso che tende a una sinestesia tra canzone d’autore e pop, tra suoni anni ’80 e aperture fiatistiche, accenni jazz, ma anche echi di musica contemporanea colta, avete avuto nella realizzazione dei riferimenti, delle stelle polari a cui avete guardato con attenzione?
Per quanto riguarda la composizione dei pezzi devo dire di no, ho cercato di scrivere le cose come le sentivo, anche se in Acciaio che prima citavi c’è una figura femminile un po’ dolente seguita passo per passo nel suo mondo quotidiano, ma che nasconde un mistero: ecco in qualche modo c’è un riferimento a quel cantautorato alla Chico Buarque che ritrae spesso delle donne, come se le sapesse cogliere nell’anima, probabilmente anche questi ascolti hanno inciso. Bello mondo si rifà a una poesia di Mariangela Gualtieri, in Nordestereofonico c’è invece un riferimento piuttosto esplicito a Luigi Meneghello e al suo romanzo Libera nos a Malo. Sono suggestioni letterarie, ma inserite come se fossero piccoli omaggi, però poi la scrittura nel suo complesso ho cercato di renderla più personale possibile. Per quanto riguarda invece Alfonso Santimone, devi sapere che è un musicista davvero onnivoro, un grande conoscitore di musica, e mi sorprende come possa passare dalla musica colta alla musica d’avanguardia, dalla musica popolare a quella pop. Quando però si mette al lavoro su un determinato progetto, per almeno due mesi non ascolta più nulla, per non esserne influenzato. Quello che più gli interessa è tirar fuori la sua visione delle cose, poi naturalmente, conoscendo la sua preparazione musicale, per gli arrangiamenti dei riferimenti li avrà sicuramente avuti.

Dato che le vendite oggi sono quello che sono, molti tuoi colleghi spesso concepiscono il disco come dépliant da presentare come pretesto per far concerti, che sono diventati pressoché l’unica fonte di sostentamento per gli artisti. Tu fai eccezione: hai una produzione che si è diradata nel tempo, e quando te ne esci lo fai con un lavoro come questo, bellissimo, ma forse non facile da portare sui palchi.
Beh, io credo di aver fatto finora il percorso inverso, ho cioè sempre dato priorità ai live che sono la cosa che mi veniva più spontanea, ed è quella che portavo avanti, ancor più dell’aspetto strettamente discografico, tanto che spesso non ho potuto dedicarmi a fare un disco perché troppo occupata nei concerti. E’ però una cosa che vorrei tentare di non fare più prossimamente, perché credo che un disco sia importante per mettere un paletto, per definire meglio una strada. Detto questo, il primo concerto del nuovo tour è stato fatto proprio poco fa, il 25 gennaio, con la presentazione del disco al Folk Club di Torino, ed è stato molto bello. E’ stato difficilissimo buttar giù la scaletta, ma una volta fatta è venuto fuori un concerto intenso, pieno di suono, che ha molte variabili dentro, visto che siamo in sei sul palco: ci sono due chitarre, l’elettronica, c’è il basso, la batteria, la voce, naturalmente, poi degli effetti, ci sono anche cori, quindi si passa da momenti trionfali, molto elettrici, a momenti scarni. Ho visto il pubblico reagire bene: non ho dubbi sul live, credo che possa piacere molto, anche perché è un concerto molto vario, fatto anche di letture, e quindi il pubblico troverà sempre delle cose che lo possano sorprendere. Dopo il concerto, un tizio mi si è avvicinato e mi ha detto: “Il disco ho fatto un po’ fatica ad entrarci dentro perché era molto diverso da quelli precedenti, ma ora, con il live, ho capito tutto”.

Prima di salutarci, vorrei chiederti di un altro brano che non lascia indifferenti cioè Nordestereofonico che è un pezzo davvero impietoso sul Nordest, sulla sua antropologia socioculturale, direi. Mi è venuto subito da pensare a Nordest cowboy degli Estra. Ma insomma, il Veneto, questa terra straordinaria, è diventato davvero questo? O forse tutta l’Italia sta diventando così?
Eh sì, temo proprio che tutta l’Italia stia diventando questo. Certo però che quando ti fai un giro in Veneto e vedi campagne occupate da file e file di capannoni, fabbriche…chiaramente questo ha un impatto visivo forte. Ma ci sono anche molte belle cose nascoste nel nordest, e lo dico in questa canzone, nella quale, come ti dicevo prima, faccio riferimento a Luigi Meneghello che è nato a Malo, il paese dove ho abitato per tanto tempo, una grande figura del Novecento.

Uno scrittore che fa un grande uso della lingua, anche.
Certo. E quindi, riconosco anche queste figure straordinarie, che sono nate qui, o delle leggende che cito nel mio penultimo album, Il canto delle Anguane, le Anguane appunto, o questo territorio che si muove tra grandi monti, come il Pasubio, ossari, e poi il mare, Venezia, città che è stata simbolo degli scambi, dell’incontro con altre culture. Sicuramente un territorio molto violato. Considera anche che io nasco in Sicilia da padre messinese e madre di Vicenza, quindi è stato un impatto molto difficile quando ci siamo trasferiti qui. Erano gli anni in cui un siciliano che si trasferiva al nord non aveva vita facile, c’era molto razzismo, che io ho vissuto sulla mia pelle, tanto che ho balbettato per un anno quando ci siamo trasferiti qui. Cantare di questo nordest è cantare un luogo da cui sento di essere stata adottata, che io amo perché lo conosco, ma so anche di aver detestato in certi momenti, e quindi c’è sempre questa double face. Però in questo momento della mia vita credo che vinca l’amore (ride).

Foto di Barbara Rigon

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