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Nuova Compagnia di Canto Popolare

Quel filo che lega tradizione e futuro. Incontro con Fausta Vetere

La Nuova Compagnia di Canto Popolare ritorna a distanza di quattro anni dall’ultimo disco “50 anni in buona Compagnia”, tra note e atmosfere del primo Cinquecento, riportandoci emozionalmente al decennio desimoniano. Gruppo iconico del folk revival (qui in alto una foto di repertorio di qualche anno fa, mentre più in basso una foto di Stefano Delia dei mesi scorsi), pur rispettando in parte il procedimento “a ricalco”, lo ha poi superato attraverso un gusto e uno stile personale, diventando un punto di riferimento per moltissimi altri gruppi dediti alla rielaborazione della musica tradizionale. Una storia lunga e variegata quella della NCCP, non solo per l’avvicendarsi di molti musicisti ma anche per i diversi percorsi sonori intrapresi. Sono trascorsi ormai più di quarant’anni dal periodo in cui alla guida della formazione c’era Roberto De Simone di cui ha preso il posto Corrado Sfogli, subentrato a Eugenio Bennato appena dopo il grande successo ottenuto da La Gatta Cenerentola (uscito nel 1976).
Da molti anni, accanto alla storica coppia Corrado Sfogli-FaustaVetere, c’è un consolidato organico di eccellenti musicisti che ha permesso di mantenere vivo un progetto tanto prezioso quanto longevo. Non possiamo perciò non nominarli tutti: Gianni Lamagna (voce e chitarra, più sotto insieme a Fausta Vetere in una foto di Giovanni Daniotti) e poi Carmine Bruno (percussioni, tammorra e tamburi a cornice), Michele Signore (violino, mandoloncello e lyra pontiaca), Pasquale Ziccardi (voce e basso acustico), Marino Sorrentino (fisarmonica, trombino, tromboni a pistoni e flauto) e, nel nuovo album uscito l’anno scorso, anche Adriana Cioffi (arpa), Anastasia Cecere (ottavino) e Marco Sfogli (mandoloncello e mandola).   Questo nuovo lavoro Napoli 1534. Tra moresche e villanelle è stato pensato e fortemente voluto da Corrado Sfogli, che purtroppo è venuto a mancare qualche mese fa, a pochissima distanza dalla presentazione del disco. Oltre ad essere stato un raffinatissimo chitarrista, era anche la mente propulsiva della NCCP e, in quanto direttore artistico, aveva espresso il desiderio di ridare “voce” ad alcune villanelle mai eseguite, appartenenti ad una lontana ricerca di Roberto De Simone. Il curatissimo libretto che accompagna il cd, facente parte della collana ‘Crinali’ di Squilibri Editore, ci fa comprendere quanto Sfogli fosse innamorato del Cinquecento, tanto da immedesimarsi nei panni del principe Ferrante Sanseverino. Attraverso le immaginate parole del principe mecenate, appassionato di musica e teatro, Sfogli ci porta a passeggio nella Napoli cinquecentesca, ricca di arte e contaminazioni. Eccone un esempio: “Nella città nosta giravano cantanno alleramente pe’ li vie e li chiazze ‘na chiorma ‘e musici ca s’accumpagnavano cu’ strumiente fatte da loro e che cacciavano suone belli e curiusi. […] Chiste erano soliti ghi’ dint’e paesi e alli feste ca se facevano attuorno alla città nosta e là ‘mparavano ‘e canzoni d’e campagnuole e doppo ‘e sunavano e le facevano sentì dint ’ ‘ e viche e le chiazze de napule. ’e vvote se vantavano pure d’avè cagnato sia ‘a musica ca li pparole. e chiammavano ‘sti canzoni “villanelle” proprio pecchè ‘e cantavano ‘e villani ossia ‘e campagnuole… chille d’ ‘opaese. Li musiche erano accussì belle ca i’ordinaie a li mieie maste ‘e musica ‘e astipà chelli canzoni ‘ncopp’a carta e spisso i’ stesso ‘e cantavo. Me dicette però uno e lloro ca pe’ capì comme se suonavano e se cantavano chelli musiche i’ aveva ghì’ a una ‘e chelli feste. E accussì facette”.  Con questo escamotage narrativo, Sfogli ci descrive anche la necessità da parte dell’interprete di frugare nei luoghi in cui i canti hanno una funzione, per poi farsi “traduttore” degli stessi, nell’ovvia impossibilità di un ricalco assoluto. Dodici tracce ci accompagnano in questo viaggio a ritroso nella Napoli rinascimentale e misteriosa, tra cui troviamo due inediti scritti ad hoc come la Moresca del Castello e La primma vota che mostrano quanto il gruppo abbia interiorizzato un linguaggio antico; rielaborazioni di villanelle originali, invece, tutti gli altri brani che incorniciano le splendide e rappreentative voci di Fausta Vetere e Gianni Lamagna. Un lavoro elegante senza esuberanze di contemporaneità ma nel quale la tradizione e nuovi linguaggi convivono con estrema armonia. La NCCP è la riconferma che questo può accadere ed essere estremamente efficace. Quando le due realtà viaggiano insieme, si può dire di non essere rimasti intrappolati nostalgicamente nel passato. Per tutte queste ragioni e per aver rievocato egregiamente un momento topico della scena partenopea che esprimeva una vitalità artistica e multietnica, questo disco ha vinto la Targa Tenco 2020 nella sezione “Miglior disco in dialetto”. Abbiamo posto qualche domanda a Fausta Vetere per approfondire meglio il progetto nel suo insieme. -----------------------------------------------------------------------    

In vari studi di settore si fa spesso riferimento alla prima raccolta di Villanelle datate 1537, mentre il vostro disco fa riferimento all’anno 1534, per quale ragione? E come e quando avete trovato questo inedito e prezioso materiale?
Come ricordavi anche tu, questo progetto è stato scritto ed elaborato da Corrado Sfogli e ora non saprei dire con precisione se il 1534 si riferisse ad un accadimento particolare che aveva il piacere di rievocare; certamente alcune villanelle da noi riproposte portano la data del 1537, altre nessuna. Mio marito mi disse di aver trovato oltre cento villanelle mai riscritte per essere eseguite, manifestandomi la volontà di far confluire quel materiale in un disco. C’era un numero enorme di manoscritti appartenenti alla Biblioteca tedesca di Wolfenbüttel, legati ad una vecchia ricerca di De Simone. Ci furono spediti i microfilm e poi sviluppati, e così venimmo a contatto di un tesoro incredibile. A dirla tutta, prima ebbi parecchie resistenze e anche tra gli altri componenti del gruppo c’erano della perplessità. Avevamo paura di proporre qualcosa di già ascoltato e anche di scontrarci con i desimoniani più intransigenti, così prendemmo tempo prima di convincerci definitivamente.

Nel libretto del disco Corrado Sfogli ci fa una narrazione immaginando di calarsi nei panni e nella lingua del Principe Ferrante Sanseverino; da cosa è dipesa questa scelta?
Un giorno Corrado venne da me e mi raccontò di aver sognato di vivere nel Cinquecento e, con molta probabilità, fu quel sogno a dargli l’idea di raccontare dei fatti nelle vesti del Principe mecenate a cui piaceva tanto esibirsi all’interno del suo palazzo. Era estremamente affascinato dal quel periodo storico. Secondo me Corrado, in qualche maniera, ha voluto tradurre quel sogno in qualcosa di concreto. Il suo entusiasmo fu tale da indurmi ad accettare la sfida e iniziammo a lavorare al progetto.

Dallo spartito alla rielaborazione dei brani, in che maniera avete lavorato? Avete usato un iter sistematico oppure no?
Indubbiamente si è lavorato sulle melodie ritenute più interessanti e da lì si proseguiva scegliendo gli strumenti più appropriati in modo tale da non disturbare la linea melodica della voce, anzi facendo sì che venisse esaltata. In questo lavoro abbiamo cercato suoni che potessero essere in linea con l’atmosfera cinquecentesca, una ricerca che avesse il sapore di antico… un antico che è già “dissacrato” dalla nostra vocalità che chiaramente è contemporanea. Ci sono poi anche delle incursioni strumentali come l’inserimento della batteria, ma ci guardiamo bene dall’inserire suoni elettronici. Per quanto riguarda l’assegnazione dei brani, invece, si cerca di capire quale vocalità sia più adatta all’esecuzione. 

Cosa le piace cantare maggiormente?
Personalmente preferisco cantare villanelle a doppio senso o legate all’immagine della donna perché, chiaramente, più il pezzo si sente proprio e più ne beneficia l’interpretazione. Esistono anche le villanelle di contrasto che si cantavano per denigrare qualche persona o qualche abitudine non ben vista nel Cinquecento. Il nostro lavoro cita anche le moresche che erano, invece, delle danze eseguite dagli schiavi mori che si riunivano fuori dei palazzi nobiliari; si accompagnavano con strumenti costruiti da sé, facendo danze liberatore e orgiastiche, riproducendo il verso degli uccelli o imitando le movenze femminili, essendo gli schiavi molto spesso omosessuali.

A suo avviso, qual è stato il più grande insegnamento che il Maestro Roberto De Simone vi ha lasciato in eredità?
Roberto ci ha trasmesso prima di tutto la coerenza e il rispetto per la tradizione e poi anche un grandissimo bagaglio musicale oltre al suo gusto personale. Da allora non ci siamo mai fermati, abbiamo continuato a studiare… ed è per questo che siamo riusciti ad andare avanti e a non far sciogliere la Compagnia.

Qual è il suo piccolo sogno oggi, cosa vorrebbe per il futuro più prossimo?
Il mio desiderio è quello di riuscire a creare uno spettacolo che possa far vivere “Napoli 1534” in una maniera più ampia, con strumenti acustici e grandi tamburi …in una collaborazione attiva tra musica, danza, canto e gesto. Sono già felice del fatto che il nostro lavoro sia piaciuto e che Corrado ne abbia avuto riscontro prima di lasciarci. Voglio portare avanti il progetto di Corrado per onorare tutto il suo lavoro e la nostra comunione artistica e di vita insieme. 

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