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Claudio Sottocornola

Sanremo, dai tempi del boom ai tempi della crisi

Siamo nel bel mezzo della 63ª edizione del Festival di Sanremo e abbiamo chiesto a Claudio Sottocornola, apprezzato studioso e docente di Storia della canzone e dello Spettacolo presso la Terza Università di Bergamo, di aiutarci a ripercorre il rapporto tra canzone e società, tra musica e Festival dagli anni del boom economico ai tempi dello spread. È il personaggio giusto con cui affrontare questa riflessione, visto che oltre ad essere ordinario di Filosofia è un esperto di ermeneutica della canzone pop, rock e d’autore (celebri le sue interviste ai maggiori esponenti dello spettacolo italiano), con all’attivo numerosi studi e pubblicazioni multimediali fra musica, poesia e immagini, ma soprattutto instancabile divulgatore della canzone d’autore attraverso il metodo della lezione-concerto sul territorio. Una sintesi di questi live fra buona musica e dissertazione storica è ora disponibile in Rete e in versione per l’home video con il cofanetto “Working Class”, cinque DVD antologici in cui il “filosofo del pop” propone 90 brani storici della canzone in Italia rivisitati e reinterpretati con grande originalità (http://www.claudiosottocornola-claude.com/wordpress/). Lo abbiamo intervistato e quel che ne è uscito ci aiuta a capire ancora meglio quanta importanza riveste la canzone nella nostra società e di come la parola “cultura”, seppur abusata e strattonata in più ambiti, s’intrecci molto più di quel che pensiamo anche con la canzone-tta e tutto quel che gli gira e ci gira intorno…

Professor Sottocornola, che ruolo ha la canzone nell’ambito della cultura e della società di massa?

Un ruolo in divenire. A lungo contesa fra musica e letteratura, fra parola  scritta e modulazione vocale con accompagnamento strumentale, nella società di massa del ‘900 la canzone,all’inizio semplice estrapolazione di arie d’opera, diviene il genere di consumo culturale privilegiato, fin quasi a soppiantare la parola scritta della poesia tradizionale e ad assumerne l'eredità. La generazione dei cinquantenni di oggi, in Italia, spesso si rispecchia più nei  testi e nelle canzoni di De André, Guccini, De Gregori (qui nella foto), Battisti che in quella dei grandi poeti, per esempio, della scuola ermetica. Ma le nuove generazioni stanno perdendo memoria e identità storica, a favore di un consumo liofilizzato e istantaneo di musica, decontestualizzata e immediatamente fruibile attraverso le nuove tecnologie.

 

Quali rischi presenta questa evoluzione nella fruizione di musica?

La perdita dell’identità e quindi delle grandi tradizioni regionali o nazionali, come la canzone francese e napoletana, il fado portoghese, la tradizione melodica italiana… Il grande mercato del pop, con le major coinvolte a livello internazionale, ha portato a una certa omologazione del gusto, per cui oggi un ragazzo tedesco, giapponese, statunitense o italiano è plasmato dalle medesime sonorità diffuse dai media a livello planetario, quelle del pop internazionale, con spiccate finalità di mercato. Chiunque vede che tale globalizzazione presenta almeno altrettanti rischi che opportunità.

 

E dunque il Festival di Sanremo come si colloca entro questo orizzonte?

Sanremo, nato nel 1951, ha avuto in Italia un ruolo peculiare per il rafforzamento di un'identità nazionale, soprattutto linguistica, proprio come la televisione, introdotta nel '54. Ricordiamo che l'Italia degli anni '50, nel passaggio dalla ricostruzione al boom economico, era ancora fortemente caratterizzata dai dialetti. La canzone sanremese introdusse un idioma forse impacciato, un po’ aulico e ridondante, perché ancora non esisteva una lingua letteraria e popolare insieme. E tuttavia accomunò gli Italiani regalando loro un primo, moderno immaginario collettivo, quell'universo simbolico che ancora mancava. Ciò accadde non solo per la lingua, ma anche per il nascente fenomeno del divismo, soprattutto femminile. Insomma, Sanremo contribuì a sprovincializzare il paese.

 

Quali furono gli aspetti più significativi del Festival in quegli anni '50?

La critica tende a vedere nelle canzoni di quel decennio il trionfo della tradizione, del cui partito era espressione proprio uno dei massimi animatori del Festival, il maestro Cinico Angelini che ne diresse l'orchestra per sette anni. Ma quei brani che parlavano di viali d'autunno, chiesette alpine e vecchi scarponi rispecchiavano il bisogno di atmosfere malinconiche e crepuscolari in un decennio che voleva riposarsi e dimenticare il dramma della guerra.

 

A quando il rinnovamento?

L'anno cruciale è il 1958, con la vittoria di Nel blu dipinto di blu di Modugno, che subito diventa un successo internazionale: testo surreale  (ispirato probabilmente a Chagall), voce franta e canto terzinato... Ma le novità erano nell'aria dalla metà del decennio: l'eco del rock and roll era giunto anche in Italia e aveva contagiato personaggi emergenti come Celentano, Mina, Gaber, Little Tony e tanti altri, che incominciavano a definirsi "urlatori" per sottolineare il nuovo modo di usare la voce e di scandire il testo, tanto che due di loro, Tony Dallara e Betty Curtis riusciranno anche a vincere il Festival.

 

Gli anni ’60 rappresentano il periodo aureo di Sanremo…

Negli anni che vanno dal '62 al '69, il Festival esprime l'onda lunga del boom economico e della ripresa che la società italiana sta vivendo, e vede la consacrazione dei teen-idols (come Paul Anka, Bobby Solo, la Cinquetti o la Caselli), la nascita degli autori (da Modugno a Paoli, da Endrigo a Dalla), l'esplosione del divismo femminile (Mina, Milva, la Zanicchi, la Vanoni...), l'importazione di stranieri di talento che tutto avevano da insegnarci (da Wilson Pickett a Shirley Bassey, da Louis Armstrong a Dionne Warwich...). Ma soprattutto, la canzone è in quegli anni un fenomeno nazionalpopolare aggregante, capace di esprimere sentimenti collettivi, emozioni condivise, proiezione sul futuro, una “mitica età dell’oro” che non si ripeterà.

 

Del resto, in quegli anni si moltiplicano le manifestazioni canore in giro per la Penisola…

L'Italia è in quegli anni un proliferare di festival che ottengono grande successo di pubblico, incidendo sul mercato discografico e sulla nascita dei nuovi idoli musicali. Nasce il Cantagiro (qui a fianco Gino Paoli in una foto storica), carovana itinerante dei più famosi cantanti dell'epoca, che si esibiscono in piazze, strade e palazzetti, di fronte a giurie popolari che sanciscono il definitivo successo di idoli teenageriali come Morandi e la Pavone, quest'ultima lanciata da quel Festival degli Sconosciuti di Ariccia che, con Castrocaro, si rivolge alle nuove leve. Il "Disco per l'Estate", nato nel '64, sembra essere per un po’ l'unica alternativa a Sanremo, sfornando brani stagionali come La scogliera, Luglio, Ho scritto t'amo sulla sabbia, Sei diventata nera..., perfettamente in linea con la nuova moda delle vacanze di massa al mare.  Infine, il Festivalbar, fa conoscere al pubblico dei juke-box personaggi come Lucio Battisti, Patty Pravo, Rocky Roberts... Il rapporto fra produzione artistica, mercato e consumo vive in quegli anni un periodo felice, di quasi irreale equilibrio, complice una televisione in bianco e nero a due canali di ottima qualità e audience altissima.

 

E gli anni '70?

Lo scontro, traumatico, fra canzone d'autore e Festival può essere evocato dalla drammatica partecipazione di Luigi Tengo al Festival di Sanremo del '67 e dal suicidio conseguente alla sua esclusione dalla finale. Negli anni '70, i nuovi autori, come De Gregori e Venditti, per non parlare di Fabrizio De Andrè o Francesco Guccini, hanno con il Festival un rapporto di totale rifiuto, in linea con una nuova sensibilità giovanile che, dal '68 in  poi, vede i giovani orientati verso nuovi generi e nuove forme di consumo musicale: le influenze anglosassoni, il rock progressivo, la canzone politica e il neo-folk, riscoperto come linguaggio veramente "popolare". Il Festival di Sanremo vive per gran parte del decennio un irreversibile declino, segnato dall'abbandono dei big e talvolta persino della stessa televisione.

 

A quando si può datare la rinascita?

Gli anni '80, partecipi di un clima politico, sociale e culturale totalmente mutato, caratterizzato dal cosiddetto riflusso che rivaluta sentimenti e privato, sembrano riscoprire il Festival come evento mediatico, occasione per provocazioni a colpi di look, come gli atteggiamenti punk della prima Oxa o della Rettore, il finto pancione della Bertè, le mises esotiche della nuova Patty Pravo…(nella foto). Ma sono anche gli anni in cui tornano a sfilare sulla passerella del Festival quelli che saranno i big del futuro: da Vasco Rossi a Eros Ramazzotti, da Zucchero a Fiorella Mannoia, da Mango a Enrico Ruggeri. E si riaffacciano, a diverso titolo, i big stranieri, da Ray Charles a Elton John... Questo recupero del Festival si riconferma negli anni '90, sia sul piano dello spettacolo con la presenza degli stranieri, sia con l'emergere di nuovi personaggi come Laura Pausini, Andrea Bocelli, Elisa, Giorgia, Marco Masini, Alex Britti, Carmen Consoli... Ma è anche vero che ormai il festival ha abdicato alla sua funzione originaria, quella di essere una gara fra canzoni e, soprattutto nel nuovo millennio, è diventato un grande contenitore televisivo, come Domenica In o Quelli che il calcio, in cui prevale la dimensione spettacolare (presentatore, vallette, scenografie...) ed alla quale i fruitori di musica si rivolgono sempre meno per avere indicazioni specifiche.

 

Ma Sanremo è ancora un palcoscenico di grandi interpreti?

Paradossalmente, la crisi in cui la canzone italiana versa da anni, specchio di una determinata situazione sociale che stenta a rintracciare valori condivisi, ha portato ad una rivalutazione delle voci, intese come suono, strumento musicale esse stesse, prima ancora che latrici di un messaggio a livello di contenuti. La presenza, negli ultimi Festival, di voci giovani provenienti dai talent show di successo, come quelle di Marco Mengoni, Emma Marrone, Noemi, Valerio Scanu, nonché di interpreti a tutto tondo come Francesco Renga, Irene Grandi, Malika Ayane, Nina Zilli (qui nella foto) sottolinea una riscoperta della centralità della voce e, quindi, dell’interpretazione. È il concetto di interpretazione che ci aiuta in tempi di crisi, perché coglie sfumature diverse, esprime sentimenti anche contrastanti, ma in una forma armonica e unitaria, e lo fa, al di là del contenuto materiale di un testo, grazie a una sintesi delle emozioni. E questo, nel tempo presente, è il massimo che ci possiamo permettere.  

 

 

Quali sono le novità che apprezza di più in questa edizione?

C’è un tentativo, che sembra correlato alla presenza del Maestro Mauro Pagani, di far corrispondere, almeno in parte, i protagonisti musicali sul palco con la varietà delle tendenze presenti nel panorama della canzone italiana contemporanea, spaziando dagli Almamegretta a Raphael Gualazzi, da Maria Nazionale a un inedito Peter Cincotti con Simona Molinari, da Daniele Silvestri (qui nella foto) a Marco Mengoni. Insomma, pur potendo osare anche di più, si pesca comunque in tutti i generi compatibili con la  manifestazione e si riesce a riservare uno spazio anche alle “vecchie glorie”, come Al Bano o Toto Cutugno – superospiti – nonché ad una star internazionale come Bocelli. Il Festival dovrebbe essere un po’ così: una passerella di musica varia, come i Festival di Cannes o di Venezia lo sono per il cinema, e dovrebbe alimentare memoria storica, energie presenti, talenti per il futuro. Mi auguro poi che la conduzione di Fazio e Littizzetto riesca a servirsi efficacemente dell’understatement, dell’ironia e della semplicità, ingredienti che sembrano compatibili con le difficoltà del tempo presente più dell’enfasi e degli effetti speciali che, ahimè, anche questa edizione finirà comunque col propinarci anche solo per esigenze televisive.


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