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Silvia Mezzanotte

Senza distacco

Con il nuovo disco Lunatica ha dimostrato di non essere solo un’interprete ma un’autrice in grado di filtrare nelle canzoni il proprio vissuto lasciando che diventi materia per tutti. Silvia Mezzanotte è sempre meno “l’ex voce dei Matia Bazar” e sempre di più un’artista presente in ciò che canta, verbo che inevitabilmente per lei significa anche vivere.


Nasci come vocalist, partecipi a Sanremo Giovani nel 1990, ma il primo grande salto è il passaggio ai Matia Bazar. Poi, nel 2004, il momento forse fondamentale della tua avventura professionale, ovvero l’inizio della carriera solista. Come hai vissuto questi due passaggi cruciali, con quali paure, ansie ma, soprattutto, con quali desideri e aspettative?
Non posso descrivere la felicità provata quando Giancarlo Golzi e Piero Cassano, storici leader dei Matia Bazar, mi dissero di avere scelto me come nuova “voce” del gruppo. Erano in totale rinnovamento del mondo Matia e l’entusiasmo e l’energia ci circondavano costantemente. Sono stati anni di fatica ma di grande successo. Eravamo un team unito, solido, fresco di nascita. Poi le cose si sono modificate. Dall’entusiasmo si è passati alla routine. E dopo un po’ di tempo sentivo di volere qualcosa di più. Ne ho parlato a più riprese con loro ma su questo eravamo in disaccordo. Si era venuta a creare una situazione strana: come un bel matrimonio dove a un certo punto uno dei due si siede e l’altro chiede linfa per il rapporto. Di solito, in queste situazioni, i casi sono due: o ci si arrende alla routine o si cambia strada. La mia scelta è stata, come si sa, la seconda. E da allora tutto è diverso. Ero consapevole di quello che lasciavo. Ogni singolo privilegio. Ma ero pronta ad affrontare il fallimento. La strada nuova mi ha visto per certi versi impreparata, ingenua, accomodante… Ma tutti gli sbagli che ho fatto mi sono serviti a diventare quella che sono adesso. Personalmente e professionalmente. Sono più forte. Più consapevole. Ma, soprattutto, sono me stessa.

Umanamente e professionalmente oggi come vivi il rapporto con i tuoi collaboratori musicali? Quali gli aspetti simili e quali le differenze fra l’essere collaboratrice di un musicista, componente di un gruppo ed infine leader?
Quando collabori con un altro musicista cerchi sempre di stare un passo indietro. All’interno del gruppo ero uno dei componenti. E non ambivo ad altro. Non ho mai perseguito il ruolo di leader. Ho sempre vissuto con passione quello che succedeva. Adesso sono diventata imprenditrice di me stessa. Questo mi ha portato ad avere un’attenzione maniacale sui progetti e sulle persone che mi circondano. Voglio collaborare con persone come me: professionisti fino allo maniacalità ma che, una volta raggiunto il risultato ottimale, sia pronto a festeggiare con una buona bottiglia di vino. Solo dopo la pubblicazione di “Lunatica” ho cominciato a sentirmi un po’ leader di me stessa… Ma è solo perché sono più consapevole di me e delle mie scelte.

Prima di “Lunatica” hai vissuto un periodo molto intenso dal punto di vista mediatico, con diverse partecipazioni a trasmissioni televisive e radiofoniche. Come vivi questa realtà e come valuti le differenze che propone a te, come artista, rispetto all’esibizione dal vivo?
Mediaticamente ho cercato una collocazione che mi permettesse di essere interprete a tutto tondo, sempre cantando dal vivo, quasi sempre accompagnata da grandi musicisti, sia sola che in collaborazione con altri artisti. Questo mi ha consentito di crescere e confrontarmi con tanti generi, e inducendomi a pensare a un progetto teatrale che mi vedrà protagonista proprio in questa veste.

Veniamo a “Lunatica”, il tuo ultimo lavoro: un album, se vogliamo, ancora più “femminile” del precedente, ma decisamente più profondo: come lo hai maturato, vissuto e realizzato? Mi sembra un disco in cui ti metti a nudo, in modo molto autobiografico…
Io, come quasi tutti, mento per necessità, per diplomazia, ma con grande sofferenza. Non potrei mai farlo nelle mie canzoni… “Lunatica” è stato un modo per esplorarmi ancora più profondamente, potrei dire che questo mio aspetto caratteriale  difficile, controverso, così forte da dominare la scena questa volta ha preso il sopravvento spingendomi a realizzare il disco nonostante in una prima fase, io non lo volessi. “Lunatica” non è stato un figlio concepito da un’idea di gioia, ma dalla volontà di tradurre in musica un mio momento di forte cambiamento esistenziale, dove finalmente ho messo da parte la paura di essere giudicata, di non essere una brava ragazza, una brava interprete, una brava persona, una brava professionista, una persona ordinata, calma, pacata… e basta. Poi io sono tutte queste cose, sia chiaro, ma sono anche insicura, fragile, contraddittoria, arrabbiata, infelice e permalosa, e poi sono chiacchierona, ridanciana, anche un po’ cabarettista nell’anima. Insomma tutt’altro che facile: evviva… l’ho detto! Il paradosso è che questo mi ha molto avvicinata al pubblico permettendomi di farmi conoscere da vicino… ecco forse la chiave è questa: quando stavo nel gruppo l’imperativo era creare un certo distacco, adesso è esattamente il contrario.

La figura maschile che viene fuori dalle dodici tracce dell’album è abbastanza ambigua: in certi passaggi la attacchi frontalmente, in altri lasci aperto uno spiraglio, una possibilità. Semplice saggezza dovuta all’esperienza, oppure consapevolezza dei limiti propri ed altrui?
Direi soprattutto consapevolezza. Ma non solo dei miei e altrui limiti, ma anche delle difficoltà che la mia vita per come è formulata porta con sé nelle relazioni con gli altri: per entrare nel profondo di una persona che fa il mio mestiere occorre un carattere forte, che sappia scavare oltre la superficie di un mestiere fatto in gran parte di apparenza piuttosto che di essenza, ma anche che abbia desiderio di prendermi nei momenti bui, quando mi sveglio all’una dopo un concerto e migliaia di chilometri sulle spalle, ancora con le ciglia finte semi incollate agli occhi, e non ho voglia di parlare con nessuno fino alla quarta tazza di caffè, che sappia stare al proprio posto quando i riflettori sono puntati su di me e non si senta sminuito per questo… facile? No, per questo mi è difficile cantare di rapporti felici. Gli uomini che possono sostenere questo carico, davvero sono pochi, molto più facile la dimensione contraria.

Quali, fra i brani dell’album, senti più tuoi ed in quale, se ce n’è uno in particolare, ti senti rappresentata in modo più completo?
I brani che sento più miei sono ovviamente quelli che ho scritto, Non c’è contattoMa il buio, ma quelli nei quali sono rappresentata maggiormente sono Silvia che freddo e La cura. Nel primo Grazia Verasani mi ha spogliata e rivestita in un batter di ciglia, e quando ho ascoltato la canzone per la prima volta, peraltro nata di getto dopo una serata trascorsa insieme, ho avvertito un tuffo al cuore, come quando incontri un vecchio amore mai del tutto dimenticato e le emozioni si impadroniscono di te. Da La cura invece sono stata folgorata al primo ascolto.  Ho sempre pensato che cantata da una donna avrebbe assunto un significato diverso. Ma all’inizio temevo il giudizio nel confrontarmi con Franco Battiato. Poi ho pensato di approcciarla come ho fatto con tutti i brani dei Matia cantati da Antonella Ruggiero: con estremo amore. Quando l’ho cantata per la Brigata Friuli, il battaglione dell’aviazione militare appena rientrato da sei mesi di missione in Afghanistan per la quale sono madrina, c’è stato un momento di vera commozione. Quando sono rientrati mi è stato riferito che la canzone che si ascoltava più spesso era proprio la mia versione de La cura… questi sono i miei veri successi.

Come descriveresti il rapporto professionale con il tuo produttore, Alessandro Colombini? In che misura è stato partecipe delle tue scelte artistiche, e in quali momenti ha lasciato maggiormente a te l’ultima parola?
Sempre. Mi ha sempre detto “se tu mi dici che questa cosa non la senti o non te la senti, io cambio immediatamente strada”. E così è stato. Alessandro mi ha presa per mano e seguita con una cura quasi paterna, aiutandomi a far emergere gli aspetti più profondi del mio carattere, a scoprire le sfaccettature più intime della mia vocalità, liberandomi dalla sindrome del virtuosismo fine a sé stesso insegnandomi così a dare un peso e una rilevanza precisa a ogni parola cantata.

Dopo quasi vent’anni di carriera quali, tra gli artisti con cui ti sei relazionata, pensi abbiano lasciato dentro di te un segno, un’influenza, un ricordo particolare?
Sicuramente Massimo Ranieri. Per lui nutro un amore smodato e una profonda ammirazione. Ecco se penso a un artista italiano, certamente Massimo è quello cui mi ispiro maggiormente: umanità, umiltà, rispetto, professionalità estrema e dedizione assoluta. Sono anche i miei principi.

“Lunatica” può essere considerato, a mio modo di vedere, sia un punto di arrivo che un punto di partenza; oggi quali sono le tue aspirazioni artistiche, le strade che ti piacerebbe percorrere, i progetti, anche solo abbozzati, che ti “girano in testa” e che vorresti realizzare?
In questo momento sto lavorando a un progetto teatrale  dove mi confronto con brani internazionali di grande respiro vocale e impatto emozionale. L’obiettivo è entrare piano piano nel circuito teatrali, e costruire una mia nicchia.

L’idea di scrivere in misura maggiore i testi delle tue canzoni, di avvicinarti ancora di più all’idea di cantautrice, ti affascina, ti interessa, oppure per te è più importante “trovare” brani che ti stiano ben cuciti addosso, indipendentemente dal fatto che escano o meno dalla tua penna?
Credo che la mia creatività come autrice nasca proprio dal fatto di non volerlo essere a tutti i costi, è il fluire della mia voce interiore, non si può controllare, se decide di parlare parla, sennò semplicemente ascolta. Se ascoltando mi sento parte della canzone e non è mia, lo diventa in automatico. Se qualcosa mi ispira, con semplicità  lascio che le parole arrivino e completino il testo. Ma se non arrivano, non mi preoccupo. Ci sono accanto a me professionisti di lunghissimo corso, che sono anche amici, con i quali condividere i miei pensieri i miei dubbi, che hanno creatività e mestiere da vendere. E ognuno di noi deve fare il proprio meglio. E poi è parte della mia natura e del mio carattere cercare di mettere le persone che ho accanto nella miglior condizione possibile per esprimere la propria creatività…

Se ti dovessero chiedere quando e come mai hai deciso di intraprendere questo tipo di attività, cosa ti sentiresti di rispondere?
Io non ho scelto niente. Il canto è dentro di me. Chiederesti a un pittore perché dipinge? Credo che ti risponderebbe: “Perché non posso fare altro”…

 

 (02/12/2008)

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