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Gianluca Secco

Significato, immagine, suono e ritmo: la mia scrittura

Finalista della 13° edizione e vincitore della 14° edizione del nostro concorso L'Artista che non c'era, Gianluca Secco pratica un'arte multiforme, che si poggia sulla voce e sulle sue potenzialità spettacolari. Alla declinazione poetica dei testi, la cui struttura cerca sempre un corpo a corpo con la tradizionale forma canzone, Secco aggiunge un atto performativo energico e travolgente. Dopo alcune esperienze in band, nel 2015 ha pubblicato il suo primo progetto solista Immobile, che continua a portare dal vivo, con la sua loop station, in tutto il Paese. “Bisogna ricordare che in questo periodo storico troppe persone alla fine del mese finiscono per strada, di schianto”. Così al Premio Tenco 2016 aveva introdotto una delle sue canzoni, che spesso toccano temi sociali sfociando in una riflessione sul circostante. Per cominciare l'anno al meglio abbiamo deciso di fargli qualche domanda per approfondire la sua poetica e conoscere meglio i suoi strumenti creativi, a partire dalla voce.

Tra le varie uscite della radice indoeuropea vak-, da cui deriva la parola “voce”, ci sono anche quelle che valgono “grido”, “linguaggio” e “canzone”. La tua voce comprende tutti questi elementi o ne aggiunge anche altri?
Nella mia voce cerco tutti gli elementi possibili, ma ciò che più mi incuriosisce è la possibilità interpretativa. Graffio, urlo, alle volte soffio o sprofondo nelle tonalità più gravi e cupe a me molto care. Cerco sempre un modo diverso di approccio ai miei brani, sia a livello di intonazione che di interpretazione, per dare un carattere unico ad ogni mio testo.

Nel 2008 hai pubblicato una raccolta di racconti, “Postumi di un passato”, mentre assieme al tuo primo disco “Immobile” hai stampato il testo teatrale “Monologo di un cinico contemporaneo”. Ci sono differenze, per te, tra la scrittura finalizzata alla lettura e quella finalizzata all’ascolto? Oppure tutto è già concepito a monte in vista di una spettacolarizzazione?
In realtà “Postumi di un passato” è stato un primo esperimento verso la narrativa. Ho sempre scritto in forma poetica. Abbandonai quasi subito la cosa auto-criticandomi in maniera severissima. Non dico che non fossero buoni, le idee c’erano ma lavorai poco sullo stile e sulla forma. Tutte le auto-critiche hanno però avuto un ottimo effetto sulla mia evoluzione in forma poetica. Quindi, per rispondere alla tua domanda, la differenza tra le varie scritture c’è eccome. Eppure, per come la vedo io, la scrittura deve sempre rispondere a quattro caratteristiche fondamentali: significato, immagine, suono e ritmo. 

Nella tua arte la voce si fa strumento. Quanto conta il suono delle parole nelle tue scelte in fase di scrittura?
Il suono è fondamentale, appunto. Utilizzo molto le figure retoriche, l'allitterazione in modo particolare, ma seguo una regola: scelgo la parola in base all’immagine che suscita e al significato che voglio. La sonorità posso gestirla con l’interpretazione, anche se mi affascinano le parole nette, dai suoni crudi, diretti e caldi.  

Proprio la canzone che tu dedichi alla voce, “Voce”, sembra reggersi proprio sulle immagini disegnate dagli altri sensi: “odore, spazio, rumore” (olfatto-vista-tatto-udito).
Considerazione attenta, la tua. Grazie. Sì, in effetti “Voce” (logora Musa) in apparenza non parla mai della voce. Voce è “Passo / imperturbabile marcia” oppure “Spezia / insolita veste / brulica vorace / aria ruvida” o ancora “Preghiera / nenia aritmetica”. 

Nei titoli una sintesi estrema, nei testi un flusso poetico che spesso procede per accumulazione.
Certo. Importantissima, aggiungo, la sintesi nel titolo. Il titolo non deve dare spazio a diverse interpretazioni o immagini. Deve dare il respiro, l’atmosfera del brano. Poi nel brano un fiume in piena, ogni possibile sfumatura, gioco di parole, assonanza o derivazione intuibile.   

Quali sono, se ci sono, i riferimenti teatrali, letterari e musicali di Gianluca Secco?
Tutto ciò che mi incuriosisce e provoca in me una reazione, un brivido. Con sguardo attento ne cerco le diverse prospettive e traiettorie. Comunque, andando a casaccio: il teatro di Beckett e i monologhi di Marco Paolini, Dario Fo e la stand up comedy di Guglielmo Bartoli. Bukowski, Poe, Artaud, Kundera, Verga e Montale, Pasolini, Sgorlon, Dino Buzzati. Joe Cocker, i Doors, gli Ac/Dc di Bon Scott, Tom Waits, Janis Joplin, Battiato e De André, i CSI, i Banco, Maria Callas, Dave Brubeck e Chopin.  

Nel corso della tua carriera hai fatto parte anche di alcune band. Qual è la forza della band, e quale quella dell’uomo solo sul palco? Come hai vissuto questo cambiamento?
La band è un motore che gira in un equilibrio sensibile, ogni elemento ha un ruolo preciso sia a livello musicale che umano. Si crea insieme, ci si confronta, si costruisce, si sale sul palco insieme e si tiene duro, c'è vita e magia. Se però un ingranaggio comincia a funzionare male va in malora tutto il motore. Da solo è molto differente e più difficile. Durante le prove una severa auto-critica è d'obbligo. Ci vuole disciplina e dedizione. Esercizio continuo e quotidiano. Sul palco poi tutta l’attenzione è su di te, sei tu lo spettacolo, non hai scampo. L'adrenalina ti spacca il cervello. Lavoro molto sulla presenza scenica e la concentrazione, per poi lasciare margine all'istinto. Ma tutto il sacrificio è ripagato quando fai un buono spettacolo e sai di aver dato il massimo.    

“All’orizzonte il cielo, specchio del mare, riflette nell’universo stelle, spiriti assopiti”. Questo verso di “Perla salata” rappresenta l’atmosfera scura che è si ritrova un po’ in tutto il disco. Quanto influisce, in questo senso, la realtà non proprio memorabile che viviamo?
Sempre più interessante rispondere alle tue domande, Daniele. Il verso che tu citi non rappresenta solo l'atmosfera, è il perno su cui si basa tutta la mia poetica: il cambio di prospettiva. Facile, quasi ovvio, pensare al mare (l'acqua) come a uno specchio che riflette immagini. In “Perla Salata” cambio il punto di vista; considerando che la vita è nata nell'acqua, tutto ciò che esiste intorno ad essa ne è lo specchio. Le atmosfere cupe e gravi sono il mio pane. Non amo le musiche allegre. Non amo leggere storie d'amore senza sofferenza. Le barzellette mi annoiano. Non sopporto il ridere effimero [sembro il vecchio bibliotecario de “Il nome della Rosa” (ride, ndr)]. No, non vedo tutto buio! Giuro. Semplicemente le cose frivole non mi attirano. Osservo, vago attirato dalla profondità delle cose che mi circondano e le descrivo per come le vedo. Tutto qui. 

Nietzsche diceva che “non si impara a volare volando”. Cos’è il volo per Gianluca Secco?
Il volo è un punto di vista sconosciuto. Per quanto possa salire su un aereo e avere l’illusione di volare o lanciarmi con un paracadute, non saprò mai cosa significa avere le ali e volare davvero. Il mio volo è un viaggio intimo nella parte oscura, quella che va solo accarezzata, mai troppo scavata. 

A differenza degli altri brani del disco, “Fame” e “Sapone” hanno una compagine strumentale corposa.
In “Immobile” e nelle mie ultime produzioni in generale ho voluto concentrare tutto sulla voce. Ho tolto tutto ciò che mi sembrava inutile, cercando il nocciolo, l'essenza del brano. La comparsa degli strumenti tradizionali è una componente che continuo a utilizzare con cura ed estremo riguardo. Lo strumento giusto nel brano giusto, per enfatizzarne l’atmosfera. Senza fronzoli.   

Il tour di “Immobile” prosegue senza sosta, ma quanto manca all’uscita del tuo secondo disco?
Già, più o meno sono 3 anni che lo porto in giro, senza considerare le esibizioni precedenti l'uscita. Ho toccato l'Italia da Nord a Sud e sono riuscito a portare il mio spettacolo in ogni situazione possibile. Dagli angoli di strada ai locali, club, piccoli teatri e luoghi rinomati come “L'Isola che non c'era”, e sul palco dell'Ariston di Sanremo per il Premio Tenco 2016. Considerando che non mi sono mai potuto permettere di vivere d'arte (ho anche un lavoro “normale”), sono orgoglioso e soddisfatto del lavoro fatto finora insieme a MarteLabel, (lo staff Peppe Casa, Claudio, Francesco, Bruce e Gabriella), che mi produce lasciandomi grande libertà creativa e mi stimola quando la stanchezza prende il sopravvento. Tanto poi devo alla mia compagna, che da sempre e prima di ogni altro mi spinge sul palco e mi sopporta quando cala il sipario. Al nuovo album manca poco, ci sono quasi. Ti ringrazio Daniele, a presto.

Foto in homepage di Saverio Botticelli
Foto nell'articolo di Giuseppe Verrini, Mauro Vigorosi e Raffaella Vismara

 

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