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Alpe Lusentino, Domodossola - 21 agosto 2021 /* Style Definitions */ table.MsoNormalTable {mso-style-name:"Tabella normale"; mso-tstyle-rowband-size:0; mso-tstyle-colband-size:0; mso-style-noshow:yes; mso-style-priority:99; mso-style-qformat:yes; mso-style-parent:""; mso-padding-alt:0cm 5.4pt 0cm 5 ...

Flavio Oreglio

Signori, il Cabaret!


Il musicista, cabarettista, scrittore Flavio Oreglio oltre ad essere un noto volto televisivo – Il momento è catartico e le sue poesie surreali furono un grande successo del programma Zelig negli anni 2000 – è sicuramente un poliedrico personaggio. Curioso per natura e amante dell’arte nelle sue più disparate forme, è laureato all’Università di Milano in Biologia con specializzazione in Ecologia, ed è stato insegnante di matematica e scienze.
E proprio la passione per le materie scientifiche sarà fondamentale per la preparazione di tre volumi dedicati alla ‘Storia curiosa della scienza’, pubblicati da Salani, seguita da una interessante produzione teatrale dal titolo ‘Sulle spalle dei giganti’.
Chitarrista e pianista amante del ragtime, ha pubblicato numerosi album tra i quali “Melodie & Parodie” (1987), “Burlando Furioso” (1994) oltre al recentissimo Milano OltrePop con i Staffora Bluzer di cui parleremo tra breve.
Ha collaborato con molti artisti dell’aria milanese quali Nanni Svampa, Martina Masseroni, Aldo Giovanni e Giacomo, David Riondino e molti altri. Ha pubblicato nel 2008 l’interessante album “Giù” in compagnia della band i Luf, guidati da Dario Canossi, colonna sonora dell’omonimo spettacolo teatrale a cui seguirà - nel maggio 2009 – il libro ‘All'appello mancano anche i presenti’ (uscito per Bompiani), mentre l’anno successivo uscirà per l’editore Aprosdoketon una raccolta di aforismi intitolata ‘Siamo una massa di ignoranti. Parliamone’. È del giugno 2011 invece il DVD dal titolo omonimo, che contiene lo spettacolo registrato al Teatro della Cooperativa di Milano.
Venendo agli anni più recenti, dal 2018 è il direttore dell’Archivio Storico del Cabaret Italiano che ha sede a Peschiera Borromeo, suo paese natale, ai confini di Milano, nelle vicinanze dell’aeroporto di Linate. Il vulcanico Oreglio ha in mente mille interessanti progetti sia teatrali che musicali in compagnia della Staffora Bluzer Band e in questa lunga chiacchierata parleremo del Cabaret, dell’Archivio Storico e della sua recente produzione musicale.
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Partiamo con i riferimenti storici, come e dove nasce il Cabaret in Italia?
Potrei risponderti in vari modi, ma sicuramente Milano gioca un ruolo importante nella nascita di questo linguaggio artistico, visto che molti artisti che diverranno famosi frequenteranno i locali storici milanesi per arrivare poi alla grande popolarità.
Mi piacerebbe però, in questa conversazione, cercare di approfondire meglio cos’è stato il Cabaret in Italia e ragionare sulla storia teatrale del nostro Paese che ha portato poi al Cabaret come oggi lo conosciamo. In un numero dedicato al teatro - la rivista si chiama Sipario, un mensile fondato nel 1946 - pubblicato nel lontano 1963 (e presente nella biblioteca del nostro Archivio) sono analizzate le correnti cabarettistiche italiane. Una data storica è certamente quella della fondazione del Intra Derby Club, un locale milanese in Via Monterosa 84, creato dal pianista jazz Enrico Intra, nel 1962. A questo locale si affiancherà sempre a Milano l’anno successivo il Nebbia Club, in Piazza Pio XI, fondato a sua volta da un altro pianista jazz, Franco Nebbia, autore di originali canzoni ricordate ancora oggi quali Borsa Cha Cha Cha e Vademecum Tango. Nebbia raggiungerà poi una grande popolarità presentando il quiz radiofonico ‘Il Gambero’ dal 1969 al 1977. A questi locali si aggiungeranno poi, sempre nel capoluogo lombardo, il Santa Tecla, il CAB 64 del grande Tinin Mantegazza in Via Santa Sofia, ed altri.

Ma anche in altre città italiane il fermento e l’interesse era vivo e vegeto…
Infatti, se Milano gioca un ruolo chiave è storicamente riconosciuto che ci sono altri i luoghi in cui il Cabaret entra in scena. Prima di tutto a Roma con il Teatro dei Gobbi costituito da Alberto Bonucci, Vittorio Caprioli e Franca Valeri (sotto nella foto), poi a Genova nel locale La Borsa di Arlecchino con Paolo Poli come stella di prima grandezza - in questo locale si esibirono per la prima volta Fabrizio De André, Paolo Villaggio ed altri amici genovesi - e infine, e si torna a Milano, con lo spettacolo ‘Il Dito Nell’Occhio’ al Piccolo Teatro fortemente voluto da Paolo Grassi, dove debuttarono Dario Fo, Franco Parenti e Giustino Durano.

 

Torniamo un attimo al Derby di Milano: siamo nel 1962 e in questo piccolo locale frequentato da artisti, pittori, poeti e attori nasce grazie al passa parola il successo di questo particolare genere di spettacolo. (In una recente intervista dedicata a Cochi Ponzoni per i suoi ottant’anni, l’artista confessava che dopo gli spettacoli al Derby, che finivano ad ora tarda tra bevute e chiacchierate, spesso accompagnava a casa il pittore Lucio Fontana, famoso per i tagli sulla tela. Per ricompensarlo della gentilezza Fontana lo invitò più volte a casa sua: “Dai vieni su da me che ti regalo un quadro”. Cochi declinò sempre l’invito: “Peccato, oggi potrei essere milionario!”)
Al Derby si esibiranno Enzo Jannacci, Cochi e Renato, Felice Andreasi, Bruno Lauzi, Lino Toffolo e molti altri. Da queste collaborazioni nascerà il Gruppo Motore, guidato da Jannacci e qui vedranno la luce i suoi personaggi divertenti e malinconici. Ora possiamo rispondere all’interrogativo: il Cabaret è milanese? La risposta è negativa. Lauzi era ligure, Andreasi piemontese, Toffolo veneto, Nebbia era romano. Milano ha svolto un ruolo importante nella creazione di questo nuovo umorismo ma le componenti regionali, lo vedremo in seguito, hanno avuto un ruolo primario.

Perché il Cabaret in Italia è stato importante per l’evoluzione del linguaggio artistico?
Per diversi aspetti. C’è un tema in particolare che mi piace sottolineare durante le presentazioni che faccio a volte nelle scuole o nei teatri, dedicate alla storia del Cabaret, ed è il forte legame esistente tra il cabaret e la canzone d’autore. A prescindere dalla presenza di De André in quel di Genova di cui abbiamo già parlato, ci sono altri importanti fermenti degni di nota nel mondo musicale italiano. Prima di tutto Il Cantacronache e poi Il Nuovo Canzoniere Italiano con Ivan della Mea, in seguito arriverà Nanni Svampa con la rivisitazione della canzone popolare lombarda e le traduzioni delle canzoni di George Brassens. Però direi che a questo punto un intermezzo storico è necessario. E lo facciamo ricordando che il capostipite del Cabaret europeo è senza dubbio Aristide Bruant, immortalato per i posteri in un famoso quadro di Toulouse-Lautrec.

Aristide Bruant
Henry De Toulouse – Lautrec (1925)

Con Bruant nasce il Cabaret. Siamo a Parigi nel 1881 e fin dagli albori questo artista diverrà il pioniere della canzone d’autore e nelle sue liriche troveranno spazio i diseredati, le puttane, i delinquenti, gli assassini, personaggi e tematiche poi riprese da George Brassens, Jacques Brel, Boris Vian e nel nostro Paese da Dario Fo, Jannacci, De André e altri.

Raccontaci meglio cosa succedeva in quegli anni nella capitale francese.
Tra il 1881 e il 1885 aprono i battenti a Parigi lo Chat Noir di Rodolfo Salis, Le Tamburain e Le Mirliton di Bruant. In seguito, a fine Ottocento, vedrà la luce il Quatre Gats a Barcellona e il Super Cabaret a Berlino. Poi altri locali famosi furono Il Pippistrello a Mosca e Il Cane Randagio a Pietroburgo. Anche la Svizzera ha dato il suo bel contributo e nel 1916 a Zurigo nasceva il locale più importante dopo lo Chat Noir, Il Cabaret Voltaire di Hugo Ball. Qui nascerà il movimento Dadaista che coinvolgerà artisti quali Tristan Tzara, Hans Arp, Francis, Picabia, Marcel Duchamp e Man Ray. L’Italia e l’Inghilterra non subirono il fascino di questa nuova espressione artistica e solo In seguito il nostro Paese importò dalla Francia il ‘Café Chantant’, che diverrà poi il ‘Caffè Concerto’ di cui parleremo più avanti.

Prima volevo sottolineare che il termine Cabaret, lo evidenzia già il nome, significa piccola stanza, era un tempo sinonimo di ritrovo, osteria, e si rivolgeva ad un numero esiguo di persone. In questi locali si poteva cantare o raccontare storie ma, attenzione, ci tengo a precisarlo: al Cabaret non si rideva, o meglio non ci si andava espressamente per “ridere”! Non ci sono i comici.
I comici sono arrivati in seguito con la televisione ma all’epoca, fino agli Anni Settanta, il cabarettista poteva far pensare muovendo al riso ma non era certo un genere comico. Gaber faceva ridere ma non era un comico. Walter Chiari, Paolo Panelli, Gino Bramieri, Renato Rascel erano immensi artisti e non a caso venivano dal Varietà, ma non erano cabarettisti. La comicità è diversa dal sarcasmo, dall’umorismo, dall’ironia, dalla satira. Alvaro Vitali è un comico, Dario Fo non lo è.

Possiamo quindi dire che il Cabaret nasce con intendi ben diversi da quello con cui viene inquadrato oggi.
Esatto, nasce come momento letterario, critico, di ricerca e di anticonformismo, da questa idea originaria nasceranno poi la canzone d’autore e molte forme teatrali legate alla critica sociale e alla satira politica. Se Bruant è il capostipite della canzone d’autore – la chanson canaille – la critica sociale e la satira politica sarà appannaggio del Kabarett tedesco della Repubblica di Weimar, covo di attività antinaziste. Non dimentichiamo infine che al Cabaret è riconosciuta l’importanza intellettuale dell’epoca – il poeta Paul Verlaine scriveva sulla rivista Chat Noir dell’omonimo cabaret – e la ricerca di linguaggi diversi che troverà nel Cabaret Voltaire di Zurigo e nel movimento degli Esistenzialisti della Rive Gauche parigina, nel dopoguerra, la massima espressione.

Esistono dei libri dedicati al Cabaret italiano?
Anni fa, in collaborazione con Gian Gilberto Monti, ho scritto un volume su questo argomento e più recentemente ho pubblicato un libro intitolato ‘L’Arte Ribelle - Storia del Cabaret da Parigi a Milano’ edito da Sagoma editore (2019). La stessa casa editrice ha pubblicato recentemente le biografie di Stanlio e Ollio, di Cochi e Renato, di John Belushi: una piccola realtà con un interessante catalogo, diretta da Carlo Amatetti, un editore davvero appassionato. In questa nuova edizione ho cercato di inserire tutte le conoscenze che in questo momento sono in mio possesso e che trovano ospitalità in questo spazio fisico che il Comune di Peschiera Borromeo mi ha gentilmente fornito. Grazie all’interessamento di molti appassionati e di alcuni cabarettisti e musicisti, ogni mese il nostro patrimonio culturale aumenta e questo mi fa molto piacere. Al solito in Italia siamo bravissimi a buttare via i nostri tesori artistici, ora è tempo di raccogliere e catalogare perché, l’ho imparato sulla mia pelle, tutta torna utile e conoscere il passato significa progettare meglio il futuro.

Ho alcune domande da farti perché non mi è chiara la distinzione tra cabarettisti e attori del varietà. Ad esempio, Ettore Petrolini è possibile catalogarlo come cabarettista?
Anche per rispondere a questa domanda dobbiamo fare una premessa storica. Ettore Petrolini (1884 – 1936) è stato un grande personaggio del teatro italiano e per inquadrarlo dobbiamo tornare all’Europa del Settecento.
Nel 1700 infatti arrivano in Italia i Caffè, luoghi di svago e di divertimento ma anche, e soprattutto, ritrovi di intellettuali. Gli Illuministi, guidati dalla razionalità e dall’impegno sociale e scientifico, troveranno nei Caffè i luoghi dove incontrarsi per discutere le loro tesi. Non a caso Carlo Goldoni ambienterà molte sue commedie nei Caffè veneziani e il Florian, ancor oggi esistente in Piazza San Marco, è considerato uno dei più antichi e importanti Caffè europei. Nell’Ottocento in Francia i Caffè diventeranno il luogo ideale per la creazione di molte correnti artistiche. Gli Impressionisti, per esempio, nascono e si ritrovano nei caffè parigini e molte correnti poetiche troveranno qui il terreno fertile per divulgare le proprie concezioni artistiche. Non dimentichiamo che la prima mostra di Pablo Picasso avvenne a Barcellona nel caffè denominato Quatre Gats citato in precedenza. A quell’epoca a Parigi ha molto successo il café chantant, che nel nostro Paese si trasformerà in Caffe Concerto ed in seguito si evolverà nel Varietà. Cosa accade quindi in Italia? Nel 1890 nasce a Napoli il Salone Margherita che diverrà il luogo sacro della musica napoletana. Durante la Belle Epoque (1878 – 1914) Napoli è la capitale della musica italiana: case editrici, compositori, artisti, cantanti trovano in questa città l’humus ideale per comporre e pubblicare canzoni che ancora oggi sono note in tutto il mondo. Ed ecco che arrivo alla tua domanda. Ettore Petrolini si muove in questo ambito tra il Cabaret e il Varietà ma l’artista romano non è un comico, e con la sua intelligente satira prende di mira i difetti del nostro Paese e le miserie di chi ci governa. Una delle correnti artistiche più importanti di quel periodo, secondo alcuni l’unica reale corrente artistica nata in Italia nel secolo scorso, è il Futurismo che troverà in questi locali il luogo ideale per far conoscere la propria esplosiva originalità. Non a caso i Futuristi, guidati dal poeta Filippo Tommaso Marinetti (1876 – 1944), scriveranno il ‘Manifesto del Varietà’ e da queste regole, redatte da pazzi furiosi, nascerà il Cabaret.

Quindi il Cabaret è frequentato principalmente da intellettuali?
Non proprio, o meglio, non solo. Torniamo un attimo ad Aristide Bruant. Lui, come detto, crea a Parigi il Cabaret. Piccolo locale destinato alla mescita del vino. Un’osteria, un trani diremmo a Milano. Nel piccolo locale trovano posto pochi avventori. È un luogo elitario per questioni propriamente fisiche e a questo si contrappone al più imponente Cafe Chantant, come il Moulin Rouge per esempio. Per essere competitivo con i Cafè Chantant, Bruant deve per forza offrire qualcosa di diverso, nasce così il Cafè Artistique. Gli avventori, pochi, bevono vino e gli artisti declamano poesie o accompagnano i loro versi con la chitarra. È tutto piccolo e raccolto perché manca lo spazio fisico.

Mentre a Parigi si dilettano così, siamo sempre al termine del 1800, in Inghilterra nasce il Music Hall, evoluzione artistica e commerciale del Cafè Chantant. Nel Music Hall tutto è enorme e sontuoso. In questi vasti teatri troveranno spazio l’orchestra, i musicisti, le ballerine e le imponenti coreografie. Nel 1890, come detto, nasce il Salone Margherita a Napoli a cui seguirà un locale dallo stesso nome a Roma, considerate oggi le culle del Varietà italiano. Dopo la Grande Guerra i Caffè Concerto si trasformano in Tabarin, mentre gli spettacoli d’arte varia approdano al teatro con il nome di Varietà. Il Varietà rappresenterà la palestra per molti attori e cantanti che negli anni troveranno il successo a teatro, al cinema e in televisione. Il cinema in Italia arriverà nel 1930 e il regime fascista, e Mussolini in prima persona, comprenderà immediatamente l’importanza di questa forma artistica e la userà come mezzo strategico di propaganda (non dimentichiamo che uno dei più importanti gerarchi nazisti, molto vicino ad Adolf Hitler, fu Joseph Goebbels, Ministro della Propaganda del Terzo Reich, il quale credeva molto nella potenza suggestiva del cinematografo e usò documentari e film per creare e promuovere il mito nazista). Sarà il Duce stesso a invitare gli impresari a trasformare i teatri, il passato, in cinematografi, la novità.

Come dire, nasce la concorrenza al teatro…
Già, a questo punto il teatro per resistere a questa “novità” chiamata cinema, creerà un nuovo tipo di spettacolo sfarzosissimo: la Rivista. Ecco allora Wanda Osiris, al secolo Anna Maria Menzio, Macario, Dapporto, Alberto Sordi, le piume di struzzo, le scalinate, le paillettes, le ballerine, i boys, l’orchestra, in breve il lusso sfrenato e messo bene in mostra. Tutto doveva essere abbagliante. Le compagnie che non potevano permettersi grandi investimenti optarono per l’Avanspettacolo, dove il prefisso avan indica che la proiezione cinematografica veniva preceduta da uno spettacolo di varietà con mimi, comici, cantanti, ballerine, prestigiatori ed altro.

Ma tornando alla figura di Petrolini, ecco perché è difficile catalogare uno con la sua caratura artistica. L’artista romano, pur essendo a mio parere una cabarettista, non poteva esibirsi in questa veste in Italia perché il Cabaret nel nostro Paese non c’era. Per fare un paragone culinario, in Italia all’epoca c’erano tutti gli ingredienti per fare la torta ma non siamo stati capaci di prepararla. Oltre a Petrolini, vi erano altri personaggi forse meno famosi ma degni di nota come il triestino Angelo Cecchelin, che durante il periodo fascista ebbe non pochi problemi con la censura; un artista amatissimo da Giorgio Strehler, triestino di nascita, come rivela in un recente volume dedicato al regista teatrale il comico Paolo Rossi, anch’egli friulano. E poi troviamo il napoletano Rodolfo De Angelis (Ma cos’è questa crisi, Sanzionami questo etc.) e proprio a lui si deve l'iniziativa che ha portato alla costituzione della Discoteca di Stato. Infatti, fra il 1924 e il 1925, egli incise su disco le voci di alcuni generali della Prima Guerra Mondiale, di uomini di Stato, di scrittori e poeti, per costituire una raccolta discografica intitolata ‘La parola dei Grandi’. La Discoteca di Stato, ora Istituto Centrale per i Beni Sonori e Audiovisivi con sede a Roma in Via Caetani - istituita nel 1928 - è patrimonio culturale del nostro Paese (a partire dal 1994 il catalogo è consultabile tramite Internet).
Trent’anni dopo, negli anni Cinquanta, il vecchio avanspettacolo, palestra di grandi interpreti, si trasformerà nella Commedia Musicale, assumendo alcuni modelli del musical americano e trasformando in questo modo il teatro leggero del nostro Paese. In quest’ambito regneranno incontrastati Garinei e Giovannini e validi protagonisti quali Delia Scala, Carlo Dapporto, Renato Rascel, il Quartetto Cetra e molti, molti altri.

Torniamo un attimo indietro, parlavamo di come nasce il Cabaret in Italia.
L’esordio di questo genere avviene negli Anni Venti in due importanti locali romani, quindi come vedi alcune decadi prima dell’avvento del cabaret milanese. Oltre alle serate futuriste sono importanti il Cabaret del Diavolo che rimane aperto dal 1921 al 1927 e poi il Teatro Sperimentale degli Indipendenti (1922 – 1927) diretto da Anton Giulio Bragaglia e primo palcoscenico in cui Ennio Flaiano poté esibire la sua poetica corrosiva che si arricchirà poi come sceneggiatore cinematografico (8 e1/2 di Fellini su tutti) e come autore di importanti volumi tra cui ‘Tempo di Uccidere’.
Il ‘Teatro Sperimentale degli Indipendenti’ divenne un punto di riferimento non solo per il Cabaret ma per tutte per le avanguardie italiane, mettendo in scena il meglio della drammaturgia internazionale contemporanea. Nel suo teatro Bragaglia rappresentò i testi di Eugene O'Neill, August StrindbergFrank Wedekind e ospiterà opere di autori italiani quali Massimo BontempelliLuciano FolgoreFilippo Tommaso Marinetti, Luigi PirandelloRosso di San Secondo, Italo Svevo e il grande e purtroppo dimenticato Achille Campanile. Sottolineerei poi che il ‘Cabaret del Diavolo’ fu arredato da Fortunato Depero uno dei più grandi artisti italiani del secolo scorso e aggiungo un inciso: c’è un bellissimo museo dedicato a lui in quel di Rovereto, sua città natale. Il pittore Depero che poi diverrà scultore, designer - sua la bottiglietta triangolare del Campari - sceneggiatore, scenografo, illustratore, costumista e molti anni prima di Andy Warhol stabilirà forti legami con il mondo industriale sia italiano che americano. Infine, non dimentichiamo che il movimento Futurista influenzerà poi la nascita del Dadaismo.
(nella foto qui sotto Franco Parenti, Giustino Durano e Dario Fo)

 

Arriviamo finalmente a Milano…
E qui inizia il periodo d’oro del Cabaret. Siamo agli inizi degli Anni Sessanta e Milano è in pieno fermento, c’è il Boom industriale dopo gli anni di sofferenza della guerra, c’è un benessere che ‘sembra’ raggiungere tutti. Tutto ‘sembra’ possibile. Questa visione della vita creerà un fermento artistico particolare che stimolerà autori e attori a raccontare gli eventi italiani con sguardo critico e intelligente. Oltre a Dario Fo, mi piace ricordare la cantante Milly che in compagnia di Tino Carraro, Sandra Mantovani, Anna Nogara e Enzo Jannacci racconterà con lo spettacolo ‘Milanin Milanon’ il capoluogo lombardo, dal 1850 ai giorni nostri attraverso le canzoni. La produzione artistica di questo spettacolo e del relativo album è curata da Filippo Crivelli e Roberto Leydi, uno dei più importanti etnomusicologi italiani. Questo lavoro è considerato il primo esempio di teatro-canzone.

 

Provo ad aggiungere il nome dei Canacronache, un gruppo che in quegli anni ha segnato non poco la strada di quel mondo che poi chiameremo "cantautorato"...
Vero, se parliamo di quegli anni dobbiamo ricordare che del gruppo dei Cantacronache -  nato nel 1957, fondato a Torino da Sergio Liberovici e Michele L. Straniero - facevano parte personaggi, tra gli altri, come Margot, Fausto Amodei e Giorgio De Maria. Il Cantacronache è considerato infatti il movimento che aprirà la strada ai cantautori italiani nei primi anni Sessanta.
In quegli anni anche gli intellettuali, ricordo per esempio Umberto Eco, erano molto vicini a queste’ rivoluzioni’ artistiche. Oltre a Jannacci e al Gruppo Motore di cui abbiamo già detto, sottolineerei l’importanza di Paolo Poli (qui nella foto), scomparso solo due anni fa. Poli ha rappresentato perfettamente l’anima satirica e irriverente del Cabaret. I suoi spettacoli da ‘Santa Rita da Cascia’ a ‘Femminilità’, da ‘Mezzacoda’ alle ‘Favole di Gulliver’, giocati sul travestimento e sui doppi sensi, hanno sempre riscosso un notevole successo di pubblico. Per la sua visione irriverente nei confronti dello Stato e della Chiesa, Poli, come un tempo Petrolini, subì diverse interpellanze parlamentari con il rischio di venire censurato.

Un periodo vivo culturalmente e oltre ai nomi che abbiamo già incontrato aggiungerei i Gufi…
Mi hai anticipato, perché i Gufi sono un gruppo che ha fatto la storia del Cabaret italiano, un quartetto formato da Nanni Svampa, Lino Patruno, Roberto Brivio e Gianni Magni. Ricordo che Brivio mi confidò: “nessuno di noi sapeva realmente cosa fossero gli Esistenzialisti francesi, però indossammo i maglioni neri e fu la nostra fortuna”.

 

Brivio, scomparso lo scorso gennaio, ha lasciato per il nostro Archivio molto materiale storico. Roberto è stato senza dubbio un personaggio molto originale nel panorama artistico italiano, perché nessuno come lui ha saputo comporre canzoni ricche di humor nero, care ad esempio ai Monthy Python. Io trovo bellissime, per esempio, Cipressi e Bitume, La Ballata del Piazzista di Bare ed amo particolarmente Vicolo Cieco :

Fate la carità
A un povero vicolo cieco
Ho in fondo al cuor la bontà
Pur se d'aspetto son bieco.
Se sono misero certo non è
Non è per mia volontà
Ma la ragione sapete qual è
è questa mia infermità.

Purtroppo Gianni Magni nel 1969, dopo cinque anni di intensa attività, volle chiudere il sodalizio con i tre amici e i Gufi si sciolsero: un vero peccato perché quattro personalità così diverse e complementari avrebbero potuto creare ancora delle canzoni ironiche, macabre, fantasiose e intelligenti. Pur scomparsi cinquant’anni fa, i Gufi sono ancora noti grazie al loro particolare stile scenico (bombetta e calzamaglia nera) facilmente riconoscibile e per il loro repertorio davvero unico tra la canzone popolare e il jazz. Ricapitolando, nel nostro Paese riconosciamo al Teatro dei Gobbi, alla Borsa di Arlecchino, alla Scuola Milanese con i Gufi, Jannacci, Gaber, Valdi e Dario Fo, l’importanza che meritano nella nascita e trasformazione del Cabaret. Dal mio punto di vista le canzoni surreali di Cochi e Renato costituiscono il limite storico oltre il quale si estende la ‘degenerazione’ degli anni ‘70 che ha creato l’attuale confusione del cabaret comico, che come abbiamo visto non ha nulla a che fare con le personalità che ne hanno tracciato la strada. Questi artisti hanno poi indirizzato al Teatro-Canzone, termine coniato da Giorgio Gaber per identificare la sua proposta artistica ma che potrebbe benissimo essere esteso ad un movimento artistico di cui Gaber rappresenta sicuramente l’apice.

Prima dicevi dell’importanza di preservare il nostro passato artistico, parlaci quindi dell’Archivio Storico del Cabaret Italiano che avete ideato.
Il centro nasce su mia iniziativa e corroborata dalla presenza dell’associazione ‘Centro Studi Musicomedians’. Ha come oggetto di studio il Cabaret, nella sua forma originaria, sia in termini di proposta artistica, che di conoscenza storica. L’idea è nata e si è sviluppata attraverso ricerche, incontri, dibattiti avvenuti durante cinque edizioni del festival ‘Musicomedians – Percorsi d’Autore’ tenutesi dal 2007 al 2010 a Villa Greppi di Monticello Brianza (LC) e a Palazzo Gonzaga di Volta Mantovana (MN). L’associazione ha iniziato a raccogliere e collezionare documenti riguardanti la storia e gli sviluppi del Cabaret in Italia. Poi con l’aiuto di artisti, conoscenti e amici la raccolta e la catalogazione del materiale è diventata corposa e sono convinto possa essere d’aiuto a tutte le persone – storici, studenti, collezionisti, appassionati del genere ed altro – che vogliono conoscere approfonditamente questo particolare genere teatrale e musicale. Recentemente abbiamo anche allestito mostre in collaborazione con operatori e realtà culturali diverse e siamo ora pronti a portare in giro per l’Italia il nostro materiale. Dal 2018 l’archivio storico ha uno spazio presso gli uffici del Comune di Peschiera Borromeo e opera in collaborazione con la locale Biblioteca Comunale.
Per maggiori informazioni sull’attività dell’Archivio si può contattare l’Associazione Musicomedians, in Via XXV Aprile 11 a Peschiera Borromeo (Milano) tel. 339 132 7201, info@musicomedians.it

Più in generale quali sono le finalità di questo gruppo di lavoro?
Prima di tutto ricercare il materiale originale – dischi, libri, manifesti, riviste etc. – per conoscere e far conoscere meglio il Cabaret e i personaggi che hanno animato questo mondo e poi, ancora più importante, cercare nuovi artisti che abbiano una continuità con lo spirito delle origini. Non mi piace pensare al museo polveroso ma a qualcosa che serva alle nuove generazioni per comprendere meglio gli artisti che hanno fatto il Cabaret ed essere stimolo per nuovi protagonisti.

Oltre a questa lodevole iniziativa, quali sono ora Flavio i tuoi progetti?
Dopo aver scritto ‘L’Arte Ribelle - Storia del Cabaret da Parigi a Milano’, sto preparando un documentario sul Cabaret italiano che verrà probabilmente trasmesso su Netflix e ho inciso un album con la mia band, gli Staffora Bluzer, in cui ripresento attraverso alcuni brani la canzone popolare milanese e il mondo cabarettistico, grazie anche all’aiuto di molti ospiti importanti che hanno creduto nel progetto. L’album si intitola Milano OltrePop e sono molto orgoglioso del risultato finale. Sono quattordici le canzoni che abbiamo scelto per rendere omaggio alla milanesità. L’album si apre con La Canzone Intelligente scritta da Enzo Jannacci, Cochi Ponzoni e Renato Pozzetto e qui interpretata in maniera vibrante da me in compagnia di Cochi e di Fabio Treves e di seguito abbiamo inserito Il Riccardo di Simonetta e Gaber, in cui sono presenti due grandi amici quali Ricky Gianco e Lucio ‘Violino’ Fabbri. Lasciami però dire una cosa di Umberto Simonetta e cioè che un personaggio che meriterebbe di essere riscoperto; ‘Tirar mattina’ è un suo libro bellissimo sulla Milano degli anni Sessanta che vale più di mille parole per capire com’era questa città a cavallo del boom economico. Mi è piaciuto poi riproporre un brano di Walter Valdi, Ma poi, in una versione alla Ray Charles. L’angolo jazz è introdotto da Enrico Intra che ricorda i fasti del Derby Club, un ambiente magico e irripetibile in cui negli anni Sessanta convivevano felicemente il jazz e il mondo stralunato di personaggi quali Enzo Jannacci, Valdi, Pupo De Luca e molti altri.
Sempre il Maestro Intra al pianoforte mi guida poi nel classico El purtava i scarp del tennis, impreziosito qui dalla presenza, con simultanea traduzione milanese – italiano, di Germano Lanzoni più noto come Il Milanese Imbruttito. Una delle perle della raccolta è senza dubbio Faceva il palo a cui, al testo ironico di Valdi – da me più volte omaggiato in questa raccolta - si contrappone la bravura della Staffora Bluzer con un arrangiamento molto pulsante.

 

Gli Staffora Bluzer, che mi seguono ormai da alcuni anni (qui nella foto), sono Stefano Faravelli al piffero e alla musetta (o cornamusa francese), Matteo Burrone alla fisarmonica, Daniele Bicego al bouzoki, cornetta e al sax soprano, Giacomo Lampugnani al basso elettrico e Cristiano Giovanetti alla batteria.. Tra gli ospiti in studio - oltre agli amici Alberto Patrucco e Davide Riondino - troviamo anche, forse per l’ultima sua registrazione, Roberto Brivio l’anima cupa dei Gufi, scomparso alcuni mesi fa. Brivio qui interpreta con altri amici El Biscela di Giovanni D’Anzi, uno dei più importanti autori di musica leggera, e soprattutto una bellissima versione, molto dark (alla Nick Cave per intenderci) di El me gatt, una storia di sangue e violenza scritta da Ivan Della Mea e ambientata nella periferia milanese. Insomma, un gran lavoro in studio, ma se vi capita venite a sentirci dal vivo, perché sul palco diamo il massimo. Chiudo dicendo che tra i numerosi musicisti presenti all’incisione meritano poi una menzione particolare il bravissimo Massimiliano Alloisio e la chitarra elettrica di Alex ‘Kid’ Gariazzo, davvero un portento, il grande Paolo Tomellieri, Alberto Fortis, il pittore Umberto Faini ed altri amici. L’album si conclude con Stranamore che canto insieme a Vecchioni e la bellissima Non c’è Milano scritta da Stefano Covri, un delicato omaggio alla città e ai personaggi che l’hanno attraversata in questi anni. Spero che questo album possa piacere a molti. Noi - io, gli Staffora Bluzer ed altri amici - stiamo già pensando ad un secondo volume.

                                   

 

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