
Che sensazioni hai provato una volta saputo
del Targa come Miglior interprete e che rapporto hai con il Club Tenco?
Sono
molto onorato di questo riconoscimento, che onestamente non mi aspettavo, e
sono contento soprattutto perché premia un lavoro che è curato in ogni suo
aspetto: nelle musiche, nei testi e nelle interpretazioni. Io a volte sono stato
un po’ critico nei confronti delle scelte del Club Tenco, dato che si
privilegiava, come del resto in tutta la musica italiana d’autore, il lato
testuale tralasciando l’aspetto musicale che invece per me è il più importante,
essendo io un cantante. Per cui questo riconoscimento ad un lavoro che è la
perfetta sintesi di entrambi gli aspetti, da una parte le parole di un
grandissimo poeta come Vysotsky, dall’altra
la musica ripensata in maniera magistrale da Filippo Del Corno e suonata oltre il massimo livello di perfezione
e bellezza da Sentieri Selvaggi, un
sestetto di musicisti classici fantastici e diretti da Carlo Boccadoro, mi rende molto felice. Non bisogna dimenticare,
inoltre, Sergio Stacchi, uno dei principali
membri dello stesso Club Tenco, che le canzoni le ha tradotte, traducendone non
solo il senso, ma anche la metrica, permettendomi di cantare con la stessa
intenzione di Vysotsky, cosa che è
difficilissima in qualsiasi traduzione, soprattutto da una lingua slava.
Veniamo a “Il cantante al microfono”. Tu
partecipasti ad un tributo, organizzato proprio dal Club Tenco, dedicato a
Vladimir Vysotsky: possiamo dire che l’idea di questo progetto nacque già li o
è solo una coincidenza?
È stato
proprio in quella occasione che mi innamorai di Vysotsky. Io credo che il più
grande merito del Club Tenco sia quello di far conoscere questi straordinari
musicisti principalmente ai musicisti stessi. Il problema della canzone
d’autore è che è molto nazionale, difficilmente esportabile, a parte quella
angloamericana e forse quella brasiliana, e invece il mondo è pieno di
grandissimi personaggi ai più sconosciuti e che, invece, il Tenco fa conoscere.
E questo, ripeto, è il suo più grande pregio.
Gli arrangiamenti sono molto raffinati, è un
bel disco e suona bene. Quello che mi ha colpito maggiormente è però il tuo
modo di cantare: profondo, caldo, rabbioso in alcuni passaggi, molto teatrale,
che tipo di lavoro hai fatto per preparare la voce e lo stile del cantato di
questo album?
C’è stato un grande lavoro di ricerca sulla tecnica vocale. Vysotsky non era un
cantante, ma un attore, eppure aveva più carisma di Mick Jagger e aveva
una voce profonda come quella di Jim
Morrison, forse il più maledetto dei maledetti del ventesimo secolo. Io
reinterpretando le sue canzoni ho potuto dare il gas a pieno, come quasi mai ho
potuto fare con le mie canzoni, dato che non mi sono mai scritto brani in cui
ho potuto cantare così, invece qui ho potuto “schiacciare a tavoletta” e avrei
potuto anche fare di più. Per riuscirci, però, ho dovuto ritrovare delle tecniche:
molte sono classiche e le ho ereditate da mia madre, che era un’insegnante di
canto, e poi ho dovuto imparare nuovamente a leggere le note sul rigo, per
fortuna mia figlia suona il violino da cinque anni ed è stato più facile
studiare con lei. Poi non dimentichiamo che io sono stato invitato da Sentieri Selvaggi come cantante
solista, ma questo è un progetto che nasce da loro e la loro proposta mi ha
onorato, anche perché non immaginavo che sapessero della mia esistenza…
È stato un bell’incontro dunque?
È stato
straordinario e non finirà qui. E poi questa dimensione musicale così intensa,
la potenza dei testi e la metrica stessa mi hanno permesso di inventarmi una
tecnica tutta mia, perché utilizzo il metodo classico, ma poi in alcuni
passaggi, creando delle camere vocali, riesco ad andare bassissimo restando
intonato, riesco a grattare senza rovinarmi la voce e tutto questo mi viene da “Anima
blues”. La cosa buffa è che Carlo
Boccadoro mi ha scelto per questo lavoro perché aveva sentito proprio “Anima
blues”. Apparentemente possono sembra due progetti molto lontani tra loro ma in
realtà non è così, perché Vysotsky è
un vero bluesman e i Sentieri Selvaggi una band che ha l’intensità dei Led Zeppelin.
Vladimir Vysotsky, duramente osteggiato dal
regime sovietico, come hai anticipato tu prima non era in realtà un cantante ma
un poeta, che però non pubblicò mai alcun libro. Eppure era famosissimo in
Russia. Questa caratteristica è affascinante…
Se il
marketing riuscisse a capire come ha fatto involontariamente Vysotsky a
raggiungere in maniera così capillare ogni angolo dell’Unione Sovietica, andando
anche oltre i confini dell’ex Urss, avrebbe trovato la ricetta del successo. In
questi giorni ero a New York e ho conosciuto una signora polacca nella
lavanderia del palazzo dove vive mia madre e mentre asciugavamo i panni gli ho
raccontato di questo progetto e al solo nominare Vysotsky le sono venute le
lacrime agli occhi e quando ha citato un paio di canzoni l’ho vista turbata. Vysotsky
era un personaggio che ha cantato l’anima di un popolo oppresso da una
tirannide, che ormai non era neanche più ideologica, ma solo burocratica,
noiosa, inutile, però invadente, che toglieva il sonno e la fantasia come
direbbero a Napoli. Era l’unica voce ed era una voce involontaria, improbabile,
persino nella canzone Il cantante al
microfono il cantante vede il microfono come un nemico.
È molto interessante questo concetto del
cantante improbabile e portavoce suo malgrado del malessere della gente..
Guarda
c’è una canzone di Vysotsky, Cavalli
bradi, che è emblematica del suo destino involontario e non cercato: «cavalli
bradi ho avuto in sorte e non potrò fermarli mai». Il dover sempre dire la
verità, non arridere al potere e anzi sputargli in faccia è una condanna…
E se ci credi, anche volendo, non riesci a
farne a meno…
Non ci
riesci, se hai avuto cavalli bradi in sorte non potrai fermarli mai. Io lo
cantavo ironicamente in Willy Coyote.
È possibile dunque cavalcare i cavalli bradi
e fare la rivoluzione, o perlomeno smuovere le coscienze come ha fatto
Vytsosky, a suon di canzoni, che poi è il mito che ha animato gli anni settanta?
In
realtà è successo, ma si può anche addormentare la rivoluzione con la musica.
Io ad esempio imputo alla dance e alla disco music la colpa di avere spento la
cupezza degli anni settanta, anche se non c’era solo cupezza, c’era soprattutto
del grande rock: c’erano i Genesis,
i Led Zeppelin. Poi, però, alcuni paesi hanno scelto la disco…
Una scelta oculata quindi secondo te?
Certo,
però, fortunatamente, c’è un caso in cui la musica è stata palesemente utile,
per stessa ammissione di Nelson Mandela, ed è il Sudafrica, una battaglia vinta
pacificamente dall’opinione pubblica mondiale e dall’embargo economico, ma
anche dal rock in un periodo in cui il rock era al suo massimo livello
d’influenza. Poi un altro esempio più datato, ma che ha sempre fare con la
cultura, ci arriva dalla guerra civile americana dove il libro “La capanna
dello Zio Tom”, che ha avuto un ruolo chiave per lo scoppio della guerra di
secessione, in pratica è riuscito a smuovere le coscienze.
Ma alla fine cos’è per Finardi la
rivoluzione?
Alla
fine la rivoluzione, come abbiamo visto in questi giorni, è la crisi: in questo
caso i più grandi fautori del liberismo sfrenato e senza regole di colpo si sono
ritrovati a dover nazionalizzare le banche…
Che è un bel paradosso…
Sì, è
una cosa estremamente socialista. Io credo che per esempio uno degli effetti
positivi di questa crisi potrebbe essere la scoperta da parte dell’America di
una necessità, almeno per il sistema sanitario, di un minimo di welfare. Negli
Stati Uniti, infatti, le assicurazioni mediche sono legate al posto di lavoro e
questa crisi porterà molta disoccupazione e, quindi, senza uno stato sociale alle
spalle, molte persone, in caso di malattia, si rovineranno anche da un punto di
vista economico. La crisi finanziaria potrebbe quindi essere vista come l’alba
di un concetto di equità e solidarietà sociale garantita dallo Stato, che in
Europa già abbiamo grazie all’esperienza del socialismo. Mi auguro quindi che
un effetto di questa crisi possa essere la fine del capitalismo sfrenato e
senza regole, come lo abbiamo visto fino ad oggi.
A proposito di socialismo e rivoluzione, nel ‘78
scrivesti una canzone dedicata a Cuba. «Forse è vero che a Cuba non c'è il paradiso / E’ che viviamo in un momento di
riflusso / ci si trova a dubitare se in questi
anni non abbiamo fatto altro che sognare / Ma no non è un'utopia, non è uno
scherzo della fantasia, no non è una bugia, è solo un gioco dell'economia». La
riscriveresti uguale?
Cuba è
un reperto storico, ma io credo che quello che dobbiamo cercare è un nuovo modo
di accettarci come essere umani e di soddisfare le nostre vere esigenze, che
non sono solo il profitto. Stiamo creando un mondo in cui sembra che solo il
conflitto sia il nostro destino, in realtà l’uomo è un animale sociale e se
lasciato relativamente in pace tende a non litigare.
Metaforicamente parlando tu di rivoluzioni
nella tua musica ne hai fatte tante. Nel 1977 cantavi: «il tuo dovere è migliorarti,
stare bene e realizzarti / cerca di essere il meglio che ti riesce per poi
darti agli altri» (Non diventare grande
mai, da “Diesel”) che è rimasto un po’ il tuo mantra e se non sbaglio i
tuoi ultimi progetti sono frutto di questo modo di vedere e affrontare la vita…
Sì, poi
la canzone diceva anche non smettere mai di cercare di crescere e non fermarti
mai. Il discorso è che ad un certo punto, anche se hai avuto la fortuna di
avere un pezzo di successo come Musica
ribelle, o Rimmel per De Gregori o Samarcanda per Vecchioni,
se non vai avanti, se non continui a cercare, se non ti metti in discussione,
rischi di restare quel cantante per tutta la vita e diventi patetico a ripetere
te stesso all’infinito. Bisogna rimettersi in continuazione in gioco, a volte
si fanno delle stronzate, altre volte la vita ti porta a perdere parte del
pubblico che ti seguiva, però la soddisfazione artistica è continua, io non mi
sono mai divertito tanto come adesso: fare una serata portando in giro questo
spettacolo su Vysotsky è un’eccitazione straordinaria. Dopo il progetto di Fado
con Francesco Di Giacomo, del Banco
del Mutuo Soccorso, ho avuto la rivelazione che potevo fare qualcosa di diverso
da Finardi, senza essere linciato se non cantavo ad esempio Extraterrestre. Questa è stata per me
una liberazione incredibile, che mi ha portato a continuare sulla strada di
progetti nuovi. Sono arrivati così “Il silenzio e lo spirito”, “Anima blues”,
il disco che sognavo di fare da quarant’anni, cioè da quando a tredici anni ho
scoperto il blues, e ultimamente “il cantante al microfono”.
Quanto ha influito il cambio di etichetta
discografica, il passaggio dalla Wea alla Edel, sui tuoi ultimi progetti?
Dopo
l’ultimo album “industriale” nel 1999 (“Accadueo”, ndr), anche partecipando a Sanremo per loro desiderio e con una
canzone, Amami Lara, anche se io ne
avevo scritto un’altra, ecco dopo trent’anni a fare tutto quello che mi è stato
detto di fare, anche per senso del dovere, volevo cambiare. Mi sono reso conto
che il centro non era più la musica, ma il successo, l’unico obiettivo era
indovinare cosa avrebbe venduto. Tutti volevano quello che facevo all’inizio e,
come ti dicevo, diventa patetico questo infinito inseguir se stessi, quindi ho
detto basta e sono arrivati i progetti che ti dicevo prima. Per “Anima blues”,
inoltre, ho dovuto creare la mia etichetta, perché nessun discografico ci
avrebbe scommesso e diciamo anche giustamente, perché non ci si è ripagati con
le vendite dei dischi, però dal vivo è stato sicuramente un successo
grandissimo e poi “Anima blues” ha trovato un nuovo pubblico, gente che non
necessariamente seguiva Finardi. E poi si è presentata l’occasione di fare Vysotsky
e questo disco, come canto nel primo pezzo, ha spostato veramente il mio
orizzonte.
Presto uscirà anche un cd-dvd dal vivo, di
cosa si tratta?
Guarda
con la realizzazione del “Cantante al microfono” ho scoperto una voglia di
teatralità per me nuova e questo mi ha portato a scrivere un’opera teatrale, “Suono”, con cui ho debuttato l’anno scorso al Teatro dei Filodrammatici
e che questo inverno porterò in tournèe. Inoltre proprio nei giorni del Tenco
usciràquesto cofanetto che conterrà il dvd della rappresentazione, un cd dal
vivo con le canzoni dello spettacolo e il libro con il testo teatrale.
Altri progetti per il futuro?
Sicuramente
ci sarà un seguito di "Anima Blues",
dobbiamo solamente trovare il tempo per incontrarci e registrare, dato che per
il momento siamo tutti molto presi e sparpagliati. Ti dirò poi che questa
vittoria al Tenco mi ha fatto tornare la voglia, dopo quasi dieci anni, di
rimettermi a scrivere canzoni in italiano…
Stiamo parlando di un nuovo disco per Eugenio
Finardi dunque?
Dopo
averlo escluso assolutamente per dieci anni, adesso un po’ di voglia mi è
venuta. Vedremo…
(20/10/2008)