Eugenio Finardi: Spostare l’orizzonte

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Sono passati più di trent’anni da "Non gettate alcun oggetto dai  finestrini", in mezzo tanto rock, blues, e poi anche musica sacra, fado, cose buone e altre, pochissime a dire il vero, meno. Stiamo parlando di Eugenio Finardi, nato a Milano nel 1952, che a novembre – con sua somma sorpresa, come ci ha raccontato durante questa intervista – riceverà la Targa Tenco quale Miglior interprete per il suo ultimo lavoro Il cantante al microfono, una reinterpretazione insieme a Sentieri Selvaggi diretti da Carlo Boccadoro delle canzoni del grande cantautore russo Vladimir Vysotsky, tragicamente scomparso nel 1980. Un riconoscimento che sigilla la svolta intrapresa negli ultimi anni dall’artista milanese, sempre più propenso a seguire il proprio istinto di cantante e la propria curiosità piuttosto che le regole del mercato, mentre pare profilarsi per il futuro un nuovo disco di inediti. 

di: Francesco Di Bruno


Che sensazioni hai provato una volta saputo del Targa come Miglior interprete e che rapporto hai con il Club Tenco?
Sono molto onorato di questo riconoscimento, che onestamente non mi aspettavo, e sono contento soprattutto perché premia un lavoro che è curato in ogni suo aspetto: nelle musiche, nei testi e nelle interpretazioni. Io a volte sono stato un po’ critico nei confronti delle scelte del Club Tenco, dato che si privilegiava, come del resto in tutta la musica italiana d’autore, il lato testuale tralasciando l’aspetto musicale che invece per me è il più importante, essendo io un cantante. Per cui questo riconoscimento ad un lavoro che è la perfetta sintesi di entrambi gli aspetti, da una parte le parole di un grandissimo poeta come Vysotsky, dall’altra la musica ripensata in maniera magistrale da Filippo Del Corno e suonata oltre il massimo livello di perfezione e bellezza da Sentieri Selvaggi, un sestetto di musicisti classici fantastici e diretti da Carlo Boccadoro, mi rende molto felice. Non bisogna dimenticare, inoltre, Sergio Stacchi, uno dei principali membri dello stesso Club Tenco, che le canzoni le ha tradotte, traducendone non solo il senso, ma anche la metrica, permettendomi di cantare con la stessa intenzione di Vysotsky, cosa che è difficilissima in qualsiasi traduzione, soprattutto da una lingua slava.

Veniamo a “Il cantante al microfono”. Tu partecipasti ad un tributo, organizzato proprio dal Club Tenco, dedicato a Vladimir Vysotsky: possiamo dire che l’idea di questo progetto nacque già li o è solo una coincidenza?
È stato proprio in quella occasione che mi innamorai di Vysotsky. Io credo che il più grande merito del Club Tenco sia quello di far conoscere questi straordinari musicisti principalmente ai musicisti stessi. Il problema della canzone d’autore è che è molto nazionale, difficilmente esportabile, a parte quella angloamericana e forse quella brasiliana, e invece il mondo è pieno di grandissimi personaggi ai più sconosciuti e che, invece, il Tenco fa conoscere. E questo, ripeto, è il suo più grande pregio.

Gli arrangiamenti sono molto raffinati, è un bel disco e suona bene. Quello che mi ha colpito maggiormente è però il tuo modo di cantare: profondo, caldo, rabbioso in alcuni passaggi, molto teatrale, che tipo di lavoro hai fatto per preparare la voce e lo stile del cantato di questo album?
C’è stato un grande lavoro di ricerca sulla tecnica vocale. Vysotsky non era un cantante, ma un attore, eppure aveva più carisma di Mick Jagger e aveva una voce profonda come quella di Jim Morrison, forse il più maledetto dei maledetti del ventesimo secolo. Io reinterpretando le sue canzoni ho potuto dare il gas a pieno, come quasi mai ho potuto fare con le mie canzoni, dato che non mi sono mai scritto brani in cui ho potuto cantare così, invece qui ho potuto “schiacciare a tavoletta” e avrei potuto anche fare di più. Per riuscirci, però, ho dovuto ritrovare delle tecniche: molte sono classiche e le ho ereditate da mia madre, che era un’insegnante di canto, e poi ho dovuto imparare nuovamente a leggere le note sul rigo, per fortuna mia figlia suona il violino da cinque anni ed è stato più facile studiare con lei. Poi non dimentichiamo che io sono stato invitato da Sentieri Selvaggi come cantante solista, ma questo è un progetto che nasce da loro e la loro proposta mi ha onorato, anche perché non immaginavo che sapessero della mia esistenza…

È stato un bell’incontro dunque?

È stato straordinario e non finirà qui. E poi questa dimensione musicale così intensa, la potenza dei testi e la metrica stessa mi hanno permesso di inventarmi una tecnica tutta mia, perché utilizzo il metodo classico, ma poi in alcuni passaggi, creando delle camere vocali, riesco ad andare bassissimo restando intonato, riesco a grattare senza rovinarmi la voce e tutto questo mi viene da “Anima blues. La cosa buffa è che Carlo Boccadoro mi ha scelto per questo lavoro perché aveva sentito proprio “Anima blues”. Apparentemente possono sembra due progetti molto lontani tra loro ma in realtà non è così, perché Vysotsky è un vero bluesman e i Sentieri Selvaggi una band che ha l’intensità dei Led Zeppelin.

Vladimir Vysotsky, duramente osteggiato dal regime sovietico, come hai anticipato tu prima non era in realtà un cantante ma un poeta, che però non pubblicò mai alcun libro. Eppure era famosissimo in Russia. Questa caratteristica è affascinante…
Se il marketing riuscisse a capire come ha fatto involontariamente Vysotsky a raggiungere in maniera così capillare ogni angolo dell’Unione Sovietica, andando anche oltre i confini dell’ex Urss, avrebbe trovato la ricetta del successo. In questi giorni ero a New York e ho conosciuto una signora polacca nella lavanderia del palazzo dove vive mia madre e mentre asciugavamo i panni gli ho raccontato di questo progetto e al solo nominare Vysotsky le sono venute le lacrime agli occhi e quando ha citato un paio di canzoni l’ho vista turbata. Vysotsky era un personaggio che ha cantato l’anima di un popolo oppresso da una tirannide, che ormai non era neanche più ideologica, ma solo burocratica, noiosa, inutile, però invadente, che toglieva il sonno e la fantasia come direbbero a Napoli. Era l’unica voce ed era una voce involontaria, improbabile, persino nella canzone Il cantante al microfono il cantante vede il microfono come un nemico.

È molto interessante questo concetto del cantante improbabile e portavoce suo malgrado del malessere della gente..
Guarda c’è una canzone di Vysotsky, Cavalli bradi, che è emblematica del suo destino involontario e non cercato: «cavalli bradi ho avuto in sorte e non potrò fermarli mai». Il dover sempre dire la verità, non arridere al potere e anzi sputargli in faccia è una condanna…

E se ci credi, anche volendo, non riesci a farne a meno…

Non ci riesci, se hai avuto cavalli bradi in sorte non potrai fermarli mai. Io lo cantavo ironicamente in Willy Coyote.

È possibile dunque cavalcare i cavalli bradi e fare la rivoluzione, o perlomeno smuovere le coscienze come ha fatto Vytsosky, a suon di canzoni, che poi è il mito che ha animato gli anni settanta?
In realtà è successo, ma si può anche addormentare la rivoluzione con la musica. Io ad esempio imputo alla dance e alla disco music la colpa di avere spento la cupezza degli anni settanta, anche se non c’era solo cupezza, c’era soprattutto del grande rock: c’erano i Genesis, i Led Zeppelin. Poi, però, alcuni paesi hanno scelto la disco…

Una scelta oculata quindi secondo te?
Certo, però, fortunatamente, c’è un caso in cui la musica è stata palesemente utile, per stessa ammissione di Nelson Mandela, ed è il Sudafrica, una battaglia vinta pacificamente dall’opinione pubblica mondiale e dall’embargo economico, ma anche dal rock in un periodo in cui il rock era al suo massimo livello d’influenza. Poi un altro esempio più datato, ma che ha sempre fare con la cultura, ci arriva dalla guerra civile americana dove il libro “La capanna dello Zio Tom”, che ha avuto un ruolo chiave per lo scoppio della guerra di secessione, in pratica è riuscito a smuovere le coscienze.

Ma alla fine cos’è per Finardi la rivoluzione?

Alla fine la rivoluzione, come abbiamo visto in questi giorni, è la crisi: in questo caso i più grandi fautori del liberismo sfrenato e senza regole di colpo si sono ritrovati a dover nazionalizzare le banche…

Che è un bel paradosso…
Sì, è una cosa estremamente socialista. Io credo che per esempio uno degli effetti positivi di questa crisi potrebbe essere la scoperta da parte dell’America di una necessità, almeno per il sistema sanitario, di un minimo di welfare. Negli Stati Uniti, infatti, le assicurazioni mediche sono legate al posto di lavoro e questa crisi porterà molta disoccupazione e, quindi, senza uno stato sociale alle spalle, molte persone, in caso di malattia, si rovineranno anche da un punto di vista economico. La crisi finanziaria potrebbe quindi essere vista come l’alba di un concetto di equità e solidarietà sociale garantita dallo Stato, che in Europa già abbiamo grazie all’esperienza del socialismo. Mi auguro quindi che un effetto di questa crisi possa essere la fine del capitalismo sfrenato e senza regole, come lo abbiamo visto fino ad oggi.

A proposito di socialismo e rivoluzione, nel ‘78 scrivesti una canzone dedicata a Cuba. «Forse è vero che a Cuba non c'è il paradiso /
E’ che viviamo in un momento di riflusso / ci si trova a dubitare se in questi anni non abbiamo fatto altro che sognare / Ma no non è un'utopia, non è uno scherzo della fantasia, no non è una bugia, è solo un gioco dell'economia». La riscriveresti uguale?
Cuba è un reperto storico, ma io credo che quello che dobbiamo cercare è un nuovo modo di accettarci come essere umani e di soddisfare le nostre vere esigenze, che non sono solo il profitto. Stiamo creando un mondo in cui sembra che solo il conflitto sia il nostro destino, in realtà l’uomo è un animale sociale e se lasciato relativamente in pace tende a non litigare.

Metaforicamente parlando tu di rivoluzioni nella tua musica ne hai fatte tante. Nel 1977 cantavi: «il tuo dovere è migliorarti, stare bene e realizzarti / cerca di essere il meglio che ti riesce per poi darti agli altri» (Non diventare grande mai, da “Diesel”) che è rimasto un po’ il tuo mantra e se non sbaglio i tuoi ultimi progetti sono frutto di questo modo di vedere e affrontare la vita…

Sì, poi la canzone diceva anche non smettere mai di cercare di crescere e non fermarti mai. Il discorso è che ad un certo punto, anche se hai avuto la fortuna di avere un pezzo di successo come Musica ribelle, o Rimmel per De Gregori o Samarcanda per Vecchioni, se non vai avanti, se non continui a cercare, se non ti metti in discussione, rischi di restare quel cantante per tutta la vita e diventi patetico a ripetere te stesso all’infinito. Bisogna rimettersi in continuazione in gioco, a volte si fanno delle stronzate, altre volte la vita ti porta a perdere parte del pubblico che ti seguiva, però la soddisfazione artistica è continua, io non mi sono mai divertito tanto come adesso: fare una serata portando in giro questo spettacolo su Vysotsky è un’eccitazione straordinaria. Dopo il progetto di Fado con Francesco Di Giacomo, del Banco del Mutuo Soccorso, ho avuto la rivelazione che potevo fare qualcosa di diverso da Finardi, senza essere linciato se non cantavo ad esempio Extraterrestre. Questa è stata per me una liberazione incredibile, che mi ha portato a continuare sulla strada di progetti nuovi. Sono arrivati così “Il silenzio e lo spirito”, “Anima blues”, il disco che sognavo di fare da quarant’anni, cioè da quando a tredici anni ho scoperto il blues, e ultimamente “il cantante al microfono”.

Quanto ha influito il cambio di etichetta discografica, il passaggio dalla Wea alla Edel, sui tuoi ultimi progetti?
Dopo l’ultimo album “industriale” nel 1999 (“Accadueo”, ndr), anche partecipando a Sanremo per loro desiderio e con una canzone, Amami Lara, anche se io ne avevo scritto un’altra, ecco dopo trent’anni a fare tutto quello che mi è stato detto di fare, anche per senso del dovere, volevo cambiare. Mi sono reso conto che il centro non era più la musica, ma il successo, l’unico obiettivo era indovinare cosa avrebbe venduto. Tutti volevano quello che facevo all’inizio e, come ti dicevo, diventa patetico questo infinito inseguir se stessi, quindi ho detto basta e sono arrivati i progetti che ti dicevo prima. Per “Anima blues”, inoltre, ho dovuto creare la mia etichetta, perché nessun discografico ci avrebbe scommesso e diciamo anche giustamente, perché non ci si è ripagati con le vendite dei dischi, però dal vivo è stato sicuramente un successo grandissimo e poi “Anima blues” ha trovato un nuovo pubblico, gente che non necessariamente seguiva Finardi. E poi si è presentata l’occasione di fare Vysotsky e questo disco, come canto nel primo pezzo, ha spostato veramente il mio orizzonte.

Presto uscirà anche un cd-dvd dal vivo, di cosa si tratta?

Guarda con la realizzazione del “Cantante al microfono” ho scoperto una voglia di teatralità per me nuova e questo mi ha portato a scrivere un’opera teatrale, Suono, con cui ho debuttato l’anno scorso al Teatro dei Filodrammatici e che questo inverno porterò in tournèe. Inoltre proprio nei giorni del Tenco usciràquesto cofanetto che conterrà il dvd della rappresentazione, un cd dal vivo con le canzoni dello spettacolo e il libro con il testo teatrale.

Altri progetti per il futuro?
Sicuramente ci sarà un seguito di "Anima Blues", dobbiamo solamente trovare il tempo per incontrarci e registrare, dato che per il momento siamo tutti molto presi e sparpagliati. Ti dirò poi che questa vittoria al Tenco mi ha fatto tornare la voglia, dopo quasi dieci anni, di rimettermi a scrivere canzoni in italiano…

Stiamo parlando di un nuovo disco per Eugenio Finardi dunque?
Dopo averlo escluso assolutamente per dieci anni, adesso un po’ di voglia mi è venuta. Vedremo…



(20/10/2008)


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